Amore a credito

Come entrate, voi, in mare? Siete di quelli che si lasciano sommergere gradualmente, allontanandosi lentamente dalla riva e bagnandosi nel frattempo le braccia, la testa, la pancia? Oppure correte, trattenete il fiato e vi tuffate in un lampo? E poco importa se l’acqua è gelida: ormai ci siete dentro. Sappiate allora che se leggerete Sangue di cane, il romanzo d’esordio di Veronica Tomassini da poco uscito per le neonate edizioni Laurana, sarà così che verrete sommersi dalle parole. Una volta dentro, come direbbe Céline, dentro fino al collo.

Come nei romanzi dello scrittore francese, anche in Sangue di cane c’è un impatto non mediato con l’umanità, umanità che qui ci viene incontro sotto forma di un polacco alcolizzato che chiede l’elemosina al semaforo e di cui si innamora la protagonista, una giovane ragazza di Siracusa, che riconosce di essere una borghese anche se l’idea la disturba, e che tuttavia non riesce a resistere al sentimento che in lei suscita l’altro, entrato di colpo nella sua vita. Come nei romanzi di Céline, anche in Sangue di cane le miserie vengono chiamate con il loro nome e non si fanno sconti al lettore. Per capirci:

Eri così bello, lo eri troppo per me, eri la sponda del fiume che avrei attraversato, lo sapevo, lo sapevo, eri tu. Ti avevo cercato, l’inetta doveva rimettere un debito, la stoltezza e l’audacia che mi resero sciocca da sempre, credulona, da sempre. Ma avevo un credito anche, aperto con il mondo: è la mia ora, questa qui. L’estranea trovava casa. Bussai all’uscio del polacco.

Chiedevi con Wojciech, becchino di Chelm. Wojciech non aveva età, era solo alcol. Giallo di capelli, giallo e lercio, piscio e vomito; ma non ne ebbi paura. Non ne ebbi quando mi portasti nella casa delle anime morte, in via Nino Bixio. Pustostan in codice. “Questa casa di polacchi”, pronunciasti orgoglioso. “Viva Walesa, jestem naga prawda”, io sono la nuda verità, esultasti con un sorriso. La casa era un vecchio stabile della società elettrica. Notai degli italiani, colsi nei volti scabri e ombrosi i tratti di gente indigena, udii mormorare in dialetto, udii imprecare in una lingua sconosciuta, “Cholera!”, la tua.

Tereza che allora stava con Wojciech, prima di finire nel bordello per mignotte dell’est, era la cagna con cui copulare a turno. Wojciech non batteva ciglio e cagava in un angolo della stanza, con i materassi a terra e il vomito alle pareti. Gabriella, l’eroinomane si faceva una pera al lume di una candela, mentre Tereza, la cagna, copulava. Mi tenevi per mano, velocemente attraversammo quel girone di fiele, e uscimmo sul ballatoio pericolante.

Al di là dello spessore della prosa e dell’intreccio dei piani temporali – due caratteristiche che potrebbero impegnare il lettore frettoloso – l’elemento più notevole è l’assenza di stereotipi sull’integrazione e l’accoglimento dell’altro. Schemi che, semmai, sono qui rovesciati: l’altro, in Sangue di cane, è la giovane ragazza borghese che lascia la sua vita precedente per scendere nell’abisso. La protagonista entra nella casa dei morti e la città visibile resta fuori. Il secondo elemento è il senso che la protagonista dà a questa sua scelta (e qui l’ombra di Céline si dissipa quasi del tutto): la ragazza vede nella passione che la stringe a Slawek un disegno dell’Eterno. Al susseguirsi dei rapporti sessuali della coppia – che lascerà il frutto fin troppo simbolico di una nuova vita – si fa sempre più precisa, in lei, la consapevolezza di una volontà superiore sopra i loro destini.

Eravamo liberi, ci amavamo Slawek.

Sul valore libertà tuttavia ho molto da dire, Slawek. Di fatto è un passaggio destrutturalizzante, parolona, scusami. Fu inebriante scoprirla. La libertà non fa buon odore, non sempre. Ma era quel tuo modo di guardarmi a rendermela così cara; dal basso verso su, con uno strano sorriso, che talvolta scambiavo per crudeltà, talvolta per sgomento; era quel tuo modo di arrivare a me, seguendo la strada maestra nei più segreti recessi del mio essere, erano il tuo seme e i tuoi sospiri a rendermela nemica e compagna. Era la tua diseducazione nelle cose dell’amore a restituirmela così preziosa.

La libertà per voi polacchi fu la madre gravida di un fardello di ex, ex padri, ex operai di cartiera, ex uomini. Libertà e democrazia vi sorpresero impreparati.

Cosa farsene? Salvo bere fino a morire, la transazione urgeva un neonato spirito nazionalista, piuttosto un aborto, sulla scorta di cortine ancora memori, di segreti ancora vili e fallaci, di un senso collettivo sfaldato nei secoli, a oltranza.

Cosa farsene?

Noi ci amammo, credo, senza provocazione, non volemmo esserlo una provocazione. E invece lo fummo. Che banalità. Lo fummo. Cioè l’educanda, la maestrina dalla penna rossa, e il borderline proclive a una patta sempre vigile, sempre aperta.

Eri molto di più.

Fosti il pasto che non consumai veramente, se non da sola, sul desco della menzogna. Il pasto che consumai senza denti, il pane raffermo per la fame dei sopravvissuti.

Nell’Italia di oggi, che sembra sorda a qualsiasi antidoto razionale al razzismo e alla giustificazione della cattiveria verso il prossimo, chissà che non possa qualcosa la narrazione di questa esperienza di un amore impossibile, eppure vero.

Perdono e per dono, non è un gioco di parole, è una verità terrificante.

L’immagine è tratta dal sito della casa editrice Laurana

2 pensieri su “Amore a credito

  1. Pingback: … sul blog di Federico Platania » Bloggando Laurana

  2. Pingback: Veronica Tomassini. Sangue di cane. Laurana editore | iannozzi giuseppe

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...