Il piano adale (cap. 4)

Io e il mio amore parlavamo raramente dello struzzo, ma lo struzzo è stato tra noi sempre lungo i due anni di questa vicenda. L’ombra della sua ala si stendeva sopra di noi, sopra il nostro sonno, sopra le nostre conversazioni, sopra il nostro fare l’amore, sopra i nostri viaggi, sopra la nostra sublime quotidianità. Una sera ho sfondato a calci la portafinestra della cucina perché la maniglia si era inceppata e io non riuscivo a chiudere le due ante. Sentito il rumore, il mio amore mi ha raggiunto. Ha guardato gli infissi divelti, poi ha guardato me senza dire nulla. Io ho detto: “domani chiamo l’operaio e la faccio aggiustare”. Non abbiamo più detto niente su quella cosa, ma sapevamo entrambi che dietro quell’incidente c’era lo struzzo, il suo bizantino silenzio.

Con il mio amore non sono mai sceso più di tanto in particolari sulla vicenda che mi legava allo struzzo. Raramente le facevo i nomi delle persone con cui avevo a che fare (di una credo di non averle mai detto il nome per lunghissimo tempo). Non la tenevo aggiornata sui miei rapporti con lo struzzo, sui solleciti che periodicamente facevo, sulle risposte sempre incoraggianti e tuttavia mai definitive che ricevevo. Non le dicevo quasi nulla delle visioni del piano adale e della forza che mi consumava. Mi illudevo così facendo di essere il più possibile libero da tutto questo. Sbagliavo.

Tenere la febbre solo per me mi portò presto oltre i limiti. Un giorno accusai il mio amore di non avere a cuore le mie sorti con lo struzzo. Litigammo, facemmo pace. E da quel giorno io mi sforzai di raccontarle più cose e lei di essere più partecipe. Cominciammo a parlare dello struzzo con una certa frequenza, ogni volta con un senso di minaccia su di noi, come se fossimo stati scelti dagli dei per un’impresa che appariva ora come una follia, ora come un capriccio. Non è stato facile per il mio amore vivere insieme a me durante gli anni oscuri dello struzzo.

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