Il giorno in cui leggerò DFW

David Foster Wallace (foto di Giovanni Giovannetti/Effigie)La scena che sto per descrivere l’ho vissuta più di una volta. Sto parlando di letteratura con qualcuno e il discorso cade su David Foster Wallace. Il mio interlocutore dice ad esempio “Hai presente quel passaggio in Infinite Jest?” oppure “Una cosa del genere c’è pure in uno dei racconti di Foster Wallace”, o frasi simili. Allora mi sento in dovere di rivelare: “Non so, non ho mai letto nulla di Foster Wallace”. E a quel punto negli occhi del mio interlocutore appare una luce che ho imparato a conoscere bene, un misto di paura, commiserazione e risentimento. “Non hai mai letto Foster Wallace?!”, mi chiede la persona con cui sto parlando. E io confermo che “no, non ho mai letto nulla di questo scrittore”. A quel punto l’interlocutore, imbarazzato, sposta la discussione su altri temi. Ormai ci sono abituato. In realtà, poi, non è neanche vero che io non abbia mai letto nulla di David Foster Wallace.

Almeno un suo racconto, infatti, l’ho letto. Si tratta di Incarnazioni di bambini bruciati apparso in Italia nell’antologia Burned children of America per i tipi di Minimum Fax nel 2001. All’epoca, di questa short story (che è davvero short, appena 3 o 4 pagine mi pare) avevo letto una recensione dai toni apologetici: David Foster Wallace è il più grande scrittore vivente. Punto. Questo racconto lo dimostra. Punto. Uno scrittore che leggesse Foster Wallace, rendendosi conto dell’inferiorità nei suoi confronti, troverebbe saggio smettere di scrivere. Punto.

Molto incuriosito ero andato subito a comprare l’antologia. Ovviamente quello di DFW fu il racconto che lessi per primo e a lettura avvenuta mi trovai a razionalizzare due concetti:

1) Il racconto di DFW era effettivamente molto bello, ma non era quel capolavoro da togliere il fiato di cui si parlava;

2) Uno scrittore che davvero facesse venire voglia di smettere di scrivere sarebbe un pessimo scrittore, qualcuno la cui lettura andrebbe sconsigliata anziché promossa (non era tuttavia questo il caso, prova ne è che, dopo aver letto quel racconto di DFW, almeno io ho continuato a scrivere con soddisfazione).

Fu così che si consumò la mia prima e ultima esperienza di lettura di DFW. Non riuscii più ad avventurarmi in uno dei suoi libri. Sia perché continuavo a sentir parlare di questo scrittore in toni apologetici ed ero già rimasto scottato una volta, sia perché ero spaventato dalla complessità di quella che per lungo tempo è stata la sua opera di culto: Infinite Jest.

Qui va fatta una precisazione: io sono una persona dalle capacità mentali limitate. Credo sia questo il motivo per cui mi piace così tanto Samuel Beckett, perché nelle sue opere non succede praticamente nulla e i suoi personaggi stanno quasi sempre immobili, soli, ripetono le stesse frasi. Insomma, sono letture che riesco a compiere senza affaticare i miei pochi neuroni. Invece mi trovo in difficoltà con l’iperletteratura, le trame multidimensionali, il metatesto che si  confonde con il paratesto, i flussi narrativi che si incrociano (e chiunque abbia visto Ghostbusters sa che incrociare i flussi è male). Io, ad esempio, non sono mai riuscito a finire un romanzo di Thomas Pynchon (cosa di cui, tra l’altro, vado misteriosamente fiero). Dal momento che avevo sentore che DFW si aggirasse per simili territori per me pericolosi me ne sono sempre tenuto a debita distanza.

Dalla lettura di quel racconto nell’antologia a oggi i miei punti di contatto con l’opera di DFW sono stati solamente due. Quando ancora facevo parte del gruppo I libri in testa ricordo di aver realizzato per una delle nostre serate una specie di remix con effetti sonori e voci distorte di un brano, scelto da un altro membro del gruppo, e tratto da un saggio di DFW in cui si descrivevano i turisti di una crociera. Poi, anni dopo, sono intervenuto su un newsgroup letterario per puntualizzare che l’esatta traduzione del titolo di una raccolta di saggi di DFW, Consider the lobster (che ovviamente non avevo letto), avrebbe dovuto essere, se la zoologia non è un’opinione, Considera l’astice e non Considera l’aragosta come invece fu scelto per l’edizione italiana.

Ma, a parte questo, nulla. Più volte mi è tornata la curiosità di affrontare questo autore, ma non mi sono mai deciso. Peccato, aggiungo. Perché ogni volta che ho sentito parlare di DFW o ne ho letto qualche breve brano citato su internet o su riviste ho sempre trovato il tutto molto interessante. Quando nel settembre del 2008 il mondo (almeno quello letterario) fu sconvolto dalla notizia del suo suicidio, mi colpì notare come molti lettori e scrittori il cui lavoro conoscevo e apprezzavo parlassero di questa perdita con un dolore che riconoscevo come sincero. Insomma, sono convito che la fama di scrittore più influente e innovativo degli ultimi decenni sia, nel caso di DFW, pienamente meritata, pur non avendo letto sostanzialmente nulla di lui. Anche in un bel libro letto di recente, Hotel a zero stelle di Tommaso Pincio, il capitolo dedicato a DFW è stato uno di quelli che mi sono piaciuti di più.

Da un po’ di tempo, però, sto pianificando un riavvicinamento. A novembre di quest’anno uscirà, postumo e incompiuto, l’ultimo romanzo di DFW, Un re pallido. Da un articolo apprendo che l’obiettivo che si era dato DFW in quest’opera era quello di “affrontare gli aspetti spirituali, mistici, metafisici, emotivi del lavoro più noioso del mondo: quello degli impiegati del fisco“. Lo dico senza alcuna ironia: mi sembra un’idea meravigliosa. E mi incuriosisce molto. Ho deciso che partirò da qui, dal suo ultimo libro. A novembre leggerò Un re pallido e se l’esperienza di lettura sarà positiva procederò a ritroso fino al suo romanzo d’esordio del 1987. A prescindere da quello che penseranno i miei pochi neuroni.

La foto di David Foster Wallace è di Giovanni Giovannetti/Effigie e l’ho presa dal New York Times

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4 pensieri su “Il giorno in cui leggerò DFW

  1. Viviana del Lago

    Procurati un’edizione con un apparato critico robusto così non devi fare la fatica di capire: spiegano loro :-)

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  2. Giulio Mozzi

    Foster Wallace era uno dei pochi narratori compiutamente postmoderni che, a leggerlo, desse l’impressione di essere un uomo buono. In più era dotato di un grandissimo talento. Era quindi molto amato e molto ammirato.
    Credo che, da un punto di vista strettamente letterario, non vi sia nulla in Foster Wallace che non ci fosse già in John Barth. Ma – se non l’avete mai letto, guardate la faccia – come è possibile amare John Barth?

    Rispondi

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