Bollettino beckettiano irregolare: va on line il venerdì, ma non ogni venerdì.
In questo numero:
Un articolo sul D Giò di Matilde De Feo;
Il seguito di Aspettando Godot di LeonardoLosavio;
Tutti quelli che cadono a Dublino;
Aspettando Godot in Nuova Zelanda;
Buone notizie per l’epistolario beckettiano;
Un saggio di Dilks sull’esposizione mediatica di Beckett;
Un post sulla traduzione che Beckett firmò nel 1949.
In Italia
Su Cineclandestino.it è uscito un articolo approfondito su D Giò di Matilde De Feo, rielaborazione del teleplay Di’, Joe. La De Feo si era già distinta per un’altra rivisitazione beckettiana (quella di Non io) che a me era piaciuta molto (vedi qui). A leggere l’articolo sembra che anche questa nuova produzione sia promettente.
Ogni tanto qualcuno ci riprova. Dopo Godot è arrivato di Miodrag Bulatovic (1996, da cui Beckett prese le distanze) e Godot arriva di Daniel Curzon (1990) è ora Leonardo Losavio a cimentarsi con un possibile sequel di Aspettando Godot con il suo Finalmente Godot. Chi è curioso può andare a vederlo il 5 settembre al festival teatrale NU.D.I. (Nuove drammaturgie indipendenti) di San Severo.
Nel mondo
A Dublino il Pan Pan Theatre mette in scena Tutti quelli che cadono (fino al 2 settembre 2011). Nel comunicato stampa sostengono che la stazione di Boghill, citata nel testo, è l’unica indicazione geografica esplicita rintracciabile in tutta la drammaturgia di Beckett (il che non è vero). Sul sito del Project Arts Center ci sono un po’ di foto di scena e un breve trailer.
L’università di Emory ha ricevuto un finanziamento di 280.000 dollari per proseguire la pubblicazione integrale dell’epistolario beckettiano. Il primo volume è già uscito, il secondo è già su Amazon con data di uscita ancora da definire.
Richard Huber ha portato in scena Aspettando Godot al Globe Theatre di Dunedin (Nuova Zelanda) e a leggere la recensione di Barbara Frame pare che abbia fatto un ottimo lavoro.
Libri e web
Un testo che mi era sfuggito e che invece sarebbe il caso di recuperare è Samuel Beckett in the literary marketplace di Stephen John Dilks (Syracuse University Press, 2011). La tesi è che il proverbialmente schivo Beckett abbia in realtà saputo sfruttare in modo molto abile l’esposizione mediatica della sua immagine per costruire il mito intorno alla sua persona. Pare che la Samuel Beckett Estate abbia cercato di ostacolare la pubblicazione del saggio (ma non sono riuscito a trovare fonti certe).
Segnalo infine questo post sul blog Graphic Arts dedicato a un’edizione illustrata dell’antologia di poesia messicana che Octavio Paz curò nel 1949 e che fu tradotta in inglese da Samuel Beckett.









