L’importanza di Tina Pica

(Pubblicato sul numero 35 di «Storie», giugno 1999)

Tina Pica e Vittori De Sica in "Pane, amore e fantasia"

La pellicola è vecchia, probabilmente non resisterà alla proiezione e si frantumerà come quegli spezzoni di film recuperati alla Cineteca di Roma. Ricciuti l’ha trovata per caso in un basso dei Quartieri Spagnoli. La famiglia che vive in quella casa, però, non vuole disfarsene. Il giornalista, che sta realizzando un documentario sul cinema muto napoletano, insiste: “Ma che ve ne fate? Non potete proiettarla, non potete vederla…”. Loro rispondono con tenerezza e ironia: “‘A tenimmo astipata… p’a notte ‘e Natale…”.

Quella pizza cinematografica la conservano davvero come le statuette del presepio, in cantina, sommersa dalla naftalina. Ricciuti la spunta per trentamila lire e corre al centro di restauro dove con cura archeologica visiona, fotogramma per fotogramma, la pellicola. E’ un film del 1911, intitolato La sartina di Montesanto, tratto da un romanzo popolare di Mastriani. Ad un tratto, in una sequenza, appare una giovane attrice, magrolina, eppure dal volto serio, quasi marziale: è Tina Pica, giovanissima, in quello che è molto probabilmente, il suo debutto cinematografico. Il ruolo, inevitabilmente, è quello della cameriera.

A diciassette come a settant’anni, Tina Pica fa la cameriera. Anche la caratterista più celebre del neorealismo rosa percorre una carriera artistica che non sfugge a una delle leggi non scritte del cinema: il personaggio che ti regala il successo è anche quello che limita le tue possibilità artistiche. Tim Curry sarà sempre il vampiro transessuale del Rocky Horror Picture Show, Jean-Pierre Léaud non sarà altro che l’alter-ego di Truffaut in buona parte dei suoi film e Tina Pica farà sempre la governante (e anche quando fa la nonna o la vecchia zia non si scrolla di dosso l’onere dell’organizzazione domestica).

Nata a Napoli nel 1884, in un’Italia decisamente diversa da quella che poi avrebbe rappresentato nei suoi film (un’Italia più retrograda ma forse anche meno ingenua), Tina Pica fu sulle scene fin da bambina. Nel 1930 entrò nella compagnia di Eduardo (che lei chiamava ‘o Diavolo per il suo atteggiamento dispotico nei confronti degli attori) scoprendo il lato comico del proprio talento. Ma la fama non arrivò che nel 1953, con Pane, amore e fantasia di Luigi Comencini, dove il personaggio della domestica Caramella le conquistò la simpatia del pubblico. 

Da allora, da quel fortunato capostipite delle commedie “paesane” e per circa dieci anni, nella stagione più prolifica della cosiddetta commedia all’italiana, difficile trovare pellicola in cui Tina Pica non faccia la sua comparsa. Lì, tra i titoli di testa, magari scritto piccolo, c’è quasi sempre il suo nome, smilzo, corto, insinuante, come la sua figura.

Ad Achille Togliani, una volta, confessò: “Pensa, adesso tutti mi vogliono, alla mia età, e sono anni e anni, decine di anni che io recito, sul palcoscenico e al cinema… La vita è strana, il nostro mestiere è un mistero!”.

Del resto, un cinema come quello italiano di allora, smaccatamente maschile, quando non maschilista (anche se a volte in modo critico), lasciava spazio alle attrici solo quando erano giovani e soprattutto belle. Senza nulla togliere al loro talento, Loren e Lollobrigida, probabilmente, venivano scritturate prima per le forme che per i contenuti. Concettina Pica bella non era, decisamente. Aveva un volto duro, quadrato e una voce da basso. Gli sceneggiatori giocavano su questa assenza di femminilità: “Io servo l’arma da trent’anni e mi sento carabiniere” sentenzia a De Sica sempre su Pane, amore e fantasia. E in una scena del Segno di Venere (di Dino Risi, 1955), concede ad uno spaesato Raf Vallone, “Può chiamarmi zia!”, ma la sua voce intubata, cavernosa, sembra quasi dire “Può chiamarmi zio”. Eppure con quanta veemenza correggeva con un imperioso “Signorina!” chi spericolatamente osava chiamarla “signora”.

E’ stata, insieme a Franca Valeri, la capostipite della comicità femminile, comicità fisica, pura, senza le sfumature poetiche di Giulietta Masina o l’aria materna di Marisa Merlini, perché il comico vero è quello che fa ridere quando entra in scena e non quando dice la battuta.

E le sue entrate, inevitabilmente comiche, seguivano un rituale preciso: quasi mai in esterno, quasi mai in prima scena, Tina Pica entra ciabattando da un’altra stanza della casa, dove lascia suppore di aver sbrigato qualche mansione quotidiana. I costumisti non devono mai aver avuto troppi problemi con lei: scialle e pantofole e l’eterna governante è pronta. Movimenti misurati, quasi rassegnati, eppure decisi, netti. Guarda cautamente, con sospetto, quello che sta accadendo in scena e dice la sua, palesando la cifra più inconfondibile della sua arte: la voce. Cantilenante, aspra, eduardiana, in cui le parole non si susseguono, ma si mischiano. Più sentenze che battute: “Il pepe scalda!”, “Amor di gioventù, quel che fu fu”, “Forcella frivola, profumi e rossetto, vade retro Satana, io mi batto il petto!” e così via in un alternarsi di diffidenza senile, tenerezza e amore per la tradizione.

Quel cinema era fatto anche di questi personaggi. Caratteristi degni dei primi attori, indispensabili figure di contorno: Turi Pandolfini (il grottesco servo di Alberto Sordi in Arrivano i dollari! di Mario Costa), Carlo Pisacane (“Capannelle”, senza il quale I soliti ignoti non sarebbe il film che conosciamo) e, naturalmente, Tina Pica. Lei, però, a differenza dei suoi colleghi, quando recitava non dava vita ad un singolo personaggio ma a un intero scenario di pensieri e luoghi popolari. Rappresentava, in modo quanto mai vitale e convincente, l’ultima generazione di quell’Italia che gli stessi film cui prendeva parte mettevano in discussione. “Era un’ignorante spaventosa – sostiene lo sceneggiatore Vittorio Metz – ma aveva dentro tutta la forza del teatro. Quella comicità era sua perché era nata con lei sul palcoscenico”.

La riscoperta e rivalutazione di quel periodo del cinema italiano (che si manifesta anche attraverso la comparsa, sulle bancarelle, di magliette con Alberto Sordi accanto a quelle con i Pearl Jam e di poster di Totò vicino a quelli di Jim Morrison) sta coinvolgendo anche i personaggi minori: Tina Pica tra questi. Dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 1968, la sua notorietà sta lentamente aumentando. Le hanno intitolato una via, nell’estremo nord di Roma, in buona compagnia vicino a viale Titina De Filippo. Sempre a Roma, un locale di cabaret ha deciso di battezzarsi “Tinapika Village” con quella “K” che ha, supponiamo, le stesse intenzioni di contrasto (anche se meno giustificate) delle foto della regina Elisabetta sulle copertine dei Sex Pistols. “Tina Pica” è anche il nome di una discoteca in provincia di Vercelli e a Sorrento, nel 1998, è stata inaugurata una mostra dedicata all’attrice in cui venivano esposte immagini tratte dai suoi film e ritoccate al computer. Chissà con quale proverbio in rima l’instancabile Caramella fulminerebbe simili iniziative.

Piccola e battagliera, comparsa ricorrente e rassicurante, Tina Pica può vantare un insospettabile primato: è l’unica tra le attrici italiane ad avere il suo nome nel titolo di un film, La Pica sul Pacifico, uno dei suoi rari tentativi da protagonista (insieme a La nonna Sabella e La nipote Sabella), poco riuscito, perché lei dava il meglio di sé nei ruoli di secondo piano. Gli strumenti della sua arte erano comici, indubbiamente, ma alla mimica e alla voce, Tina Pica sapeva aggiungere anche un prezioso spessore umano. Per questo, forse, tra tanti volti e tante storie, non l’abbiamo ancora dimenticata. Comparsa, dunque, ma di quelle che restano.

3 pensieri su “L’importanza di Tina Pica

  1. Tommaso

    Ho fatto la mia tesi di Laurea su Tina Pica.. ma non avevo trovato questo articolo peccato eheh in ogni caso tra le mie scoperte quello del vero nome completo e della data/Luogodi nascita con tanto di copia originale del certificato (di nascita si intende) ovvero: Concetta,Luisa, Annunziata Pica nasce a Napoli il 9 Febbraio 1988 in Vico Tagliaferro al numero 58, nella sezione Stella.
    Informazione che non si trova da nessuna parte neanche sull’Enciclopedia dello spettacolo :)

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