Archivio dell'autore: Federico Platania

Masterpiece: la mia parte di responsabilità

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Qualche anno fa, Stefano Trucco mi fece leggere alcuni capitoli di un suo romanzo inedito intitolato “Fight Night” e io gli dissi cosa ne pensavo. Con quello stesso romanzo riveduto e corretto, Trucco si è poi aggiudicato il terzo posto di Masterpiece. Come potete vedere dallo scambio di mail che segue, una piccolissima parte di responsabilità (nel bene e nel male) è mia. :-) (FP)


Da: Federico Platania
Data: 2-apr-2014 22.15
A: Stefano Trucco
Ogg: Congratulazioni

Ciao Stefano,
non ho visto neanche una puntata di Masterpiece, ma ho letto che sei riuscito a ottenere una pubblicazione con Bompiani grazie al terzo posto.
Si tratta dello stesso romanzo di cui mi avevi fatto leggere qualche capitolo un paio d’anni fa, giusto?
In ogni caso, congratulazioni e in bocca al lupo.
Un saluto.


Da: Stefano Trucco
Data: 6-apr-2014 12.53
A: Federico Platania
Ogg: Re: Congratulazioni

Grazie! Il tuo scetticismo su quei brani mi convinse (insieme ad altri fattori) a ricominciare tutto da capo su basi diverse e migliori. Ti ringrazio ancora per il tempo che mi hai concesso.
Ora le cose si muovono e chissà cosa succederà. Il rischio, incredibilmente, ha pagato: non sono per nulla televisivo ed ero a disagio praticamente tutto il tempo. Ma è andata bene.

Ci risentiremo quando saremo entrambi candidati allo Strega…

Piccoli Maestri a Libri Come 2014

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I Piccoli Maestri parteciperanno all’edizione 2014 di Libri Come (il mio intervento in particolare si terrà mercoledì 12, quando racconterò ad alcuni studenti delle scuole superiori Il castello di Franz Kafka).

Nel frattempo, Pierfrancesco Matarazzo ha scritto un articolo per il blog Sul Romanzo riportando alcune mie dichiarazioni sull’esperienza con i Piccoli Maestri.

Un salto mortale finito nel vuoto

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L’8 maggio del 2008 moriva Luigi Malerba e io lo ricordavo con un breve articolo sul blog dei Libri in testa. Domani I Libri In Testa dedicheranno la loro serata a un romanzo di questo scrittore: «Salto mortale». Nell’articoletto di sei anni fa immaginavo che, come spesso accade dopo la scomparsa di un autore, i libri di Malerba sarebbero tornati sui banchi delle librerie. A oggi, invece, almeno “Salto mortale” è ancora introvabile. (FP)

È morto durante la notte Luigi Malerba. Aveva ottantuno anni. Di questo scrittore ho letto solo due libri, eppure sono stati sufficienti a farmene riconoscere l’importanza nell’ambito della nostra letteratura contemporanea.
Il primo dei miei due incontri con Malerba è stato Salto mortale, un romanzo sperimentale in grado, tuttavia, di catturare l’attenzione del lettore come una narrazione classica, romanzo che ho poi ritrovato citato – e giustamente – in alcuni saggi di letteratura che vedevano in questo testo una sorta di variante italiana dello stile beckettiano.
In questo libro del 1968 la forma della frase è minata ma non ancora fatta esplodere. La punteggiatura va e viene, qualche volta sboccia una rima, alcune parti di frasi si staccano dal corpo del testo, diventano maiuscole, assumono dignità di titolo. Un narrare che esplode qua e là con esiti clowneschi, mai banalmente comici. A tratti, leggendo questo libro, sembra di scivolare sul ghiaccio, senza appigli, né nella trama (vorticante), né nel raziocino (assente), né nello stile (ingannevole).
E’ un caso che tutti i protagonisti maschili si chiamino Giuseppe mentre l’unica protagonista femminile cambia nome ad ogni pagina? (Rosetta, Rosanna, Rosina, etc.). E che dire della lettera kappa, tanto cara a certa letteratura, qui usata come intercalare imprecante?
Un ottimo esempio di come si possano fare acrobazie sperimentali senza cadere e farsi male.
L’altro incontro fu La scoperta dell’alfabeto, il libro d’esordio di Malerba, un raccolta di racconti del 1963 in cui il mondo contadino è raccontato in modo lontano dalla retorica del buon selvaggio e dal folclore della sana vita nei campi.
Episodi brevissimi, che da soli vivono come racconti e uniti si trasformano in un grande romanzo. Qui Malerba ci fa vivere da dentro l’ignoranza dei contadini, come una ferita, come un dolore. Il dolore di non conoscere la parole, le parole giuste per dire quello che pure si ha dentro e che proprio per questa povertà lessicale sfugge lasciando solo una nebbia di sentimenti.
Come il povero Govi deriso da tutti perché non sa parlare di nulla, o quell’altro che vorrebbe dire “alto come una giraffa” ma non conosce il nome di questo animale. O, ancora, l’uomo che non ha mai visto il mare, ma che una notte lo sogna non sapendo poi come descriverlo agli altri. Sono solo alcuni degli esempi di un libro bellissimo, abitato da un’ansia quasi antropologica.
So – da pareri di altri – che nel corso del tempo lo stile di Malerba ha abbandonato il felice sperimentalismo degli esordi per piegarsi a una narrazione forse più velleitaria. Con la scomparsa dell’autore è presumibile che molti suoi titoli torneranno sui banchi delle librerie. Sarà una buona occasione per verificare questo cambio di scrittura.

La vera domanda non è «A cosa servono le scuole di scrittura?» ma «Cosa succede in una scuola di scrittura?». Ecco un esempio.

bottega-di-narrazioneCopio e incollo da Vibrisse l’ultimo post di Giulio Mozzi:

Curiosamente, la domanda “Ma servono davvero i corsi di scrittura?” è molto più frequente di quella, secondo me più interessante, “Ma che cosa diavolo si fa, nei corsi di scrittura?”. Perciò, quando posso, sono felice di pubblicare materiali che testimonino ciò che accade (di tante discussioni, purtroppo, non sono rimaste tracce – o sono rimaste tracce registrate semincomprensibili per chi non fosse lì, sul posto, nel momento). Ringrazio Mimmo De Musso per aver acconsentito a pubblicare il suo racconto “As an old memoria” nelle due versioni (prima e dopo la “cura”) e per aver brevemente raccontato il lavoro fatto.

Il racconto nello stato attuale, la cronaca di lavorazione e il racconto nello stato precedente sono pubblicati nel sito della Bottega di narrazione.

Trevisan e Bernhard. Una sostituzione.

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25 anni fa moriva Thomas Bernhard. Colgo l’occasione per ripubblicare qui un mio articolo che uscì nel 2007 sul blog de I Libri In Testa. (FP)

Nessuno dice la verità su Vitaliano Trevisan. Molti, quasi tutti, ci girano intorno. Molti, quasi tutti, nel commentare i libri dello scrittore vicentino, nel corso delle loro recensioni, prima o poi dichiarano che Trevisan si ispira a Thomas Bernhard oppure che Trevisan è fortemente influenzato da Thomas Bernhard oppure che Trevisan si rifà al modello di Thomas Bernhard, e così via. Ma questo è un modo molto grossolano, e dunque errato, di porre la questione.

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Igiene dello scaffale

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Qualche settimana fa ho compiuto un gesto sacrilego: ho buttato dei libri. Non intendo due o tre libri, intendo sacchi interi. Avete presente quelle grandi buste coi manici che nei supermercati hanno rimpiazzato i vecchi sacchetti di plastica? Ecco, ne ho rovesciate credo dieci o dodici, stracolme di libri, nel cassonetto della carta. E mentre facevo avanti e indietro tra i miei scaffali e il cassonetto mi rendevo conto che quel gesto era tutt’altro che sacrilego: era, anzi, un gesto sano.

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Ciò che si può ancora conquistare

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Stavo cercando qualcosa di brillante da dire per convincervi della bellezza dei racconti di Andre Dubus contenuti nella sua ultima raccolta Ballando a notte fonda. Qualcosa che spiegasse perché queste pagine sono importanti. Poi, arrivato alla fine del volume, ho visto che il traduttore Nicola Manuppelli, nella postfazione, aveva già detto tutto, meglio di quanto potessi fare io:

I paraplegici dei racconti di Dubus e gli uomini feriti in modo irreparabile, nella carne o nello spirito, vivono nuove vite. E non è detto che siano peggiori delle precedenti. Se Fitzgerald e Yates si erano fermati a quel secondo atto che non esiste nella vita degli americani, Dubus lo insegue con pazienza e passione e forza.
È quello che ci dice il titolo di questa raccolta: una volta ancora, una volta in più, un’ultima danza quando tutto sembra spento. Una possibilità successiva di raccontare ancora storie.
L’amore che arriva a “a notte fonda” è un amore che richiede sforzo. Non è la felicità che ci arriva dalle cose, ma siamo noi che facciamo uno sforzo per cercare la felicità nelle cose. È il nostro comportamento successivo al male che diventa il metro per valutare le vite che abbiamo. Non stiamo più parlando di felicità, ma di gioia – che è una felicità inclusiva anche della conoscenza del dolore.
Se l’America di Yates guardava a ciò che si era perduto, quella dell’ultimo Dubus guarda a cià che si può ancora conquistare.
Rifiuta il cinismo con cui spesso ci vantiamo di essere maturi. Rifiuta il disprezzo di sé. Rifiuta la depressione.
L’amore nella narrativa di Dubus è un elemento naturale come l’aria e l’acqua. Senza questo amore, ci perdiamo.

Scrittori e cattolici: Maurizio Cotrona

maurizio-cotronaTi riconosci nella definizione di “scrittore cattolico” e più in generale cosa pensi di questa classificazione?

Eviterei la definizione di “scrittore cattolico”. Non perché me la senta stretta, anzi, sono io ad essere troppo stretto. Essere cattolico si concretizza per me essenzialmente in tre istanze di base: convivere con il peso e l’ebbrezza di una totale libertà; accettare che qualsiasi oggetto in natura oltrepassa le nostre possibilità di comprensione/conoscenza (incluso se stessi); credere che per gli uomini esiste la possibilità del bene, sempre. Diciamo che mi sforzo di essere all’altezza di queste premesse.

Esiste una corrente cattolica nella storia della letteratura italiana? Si può parlare di “romanzo cattolico”?

Non so, tutti gli scrittori che mi piacciono li sento come “cattolici”, anche se magari non lo sono. Per me esistono romanzi “materialistici” e romanzi “non materialistici” . Posso dirti che non mi aspetto grande letteratura da uno scrittore materialista. Una versione “meccanica” dell’esistenza non può – senza contraddire le proprie premesse – che generare una scrittura noiosa, chiusa al mistero e all’imprevisto. Così come, per gli stessi motivi, non mi aspetto grande letteratura da chi propone una visione negativa dell’uomo.

Come entra il tuo essere cattolico in quello che scrivi? Ritieni di avere qualcosa in più da dire rispetto agli scrittori non cattolici o lo vivi come un vincolo?

Credo di aver risposto sopra. Non lo vivo come un vincolo, al contrario. Per me “cattolico” è sinonimo di “libero”. L’unica scrittura capace di non annoiarmi, di conservare la tensione, è quella che include la possibilità del bene e quella del male, dello sprofondamento e del volo, perché non pretende di “padroneggiare” il proprio materiale narrativo, ma lo riconosce “eccedente” e per questo è capace di sorprendere e sorprendersi ad ogni rigo. Come dice il Papa? Che “essere gesuita significa essere una persona dal pensiero incompleto, dal pensiero aperto”. Credo che sia una grande qualità anche per uno scrittore e questa è la direzione in cui cerco di muovermi.

Essere uno scrittore significa anche entrare in relazione con editori, lettori, critici, giornalisti e altri scrittori. Se lo scrittore è anche cattolico le cose si complicano o si semplificano?

Non mi sono mai proposto come scrittore cattolico e non credo di essere mai stato percepito come tale, per cui non ho una risposta da darti. Certamente esistono persone che – quando sentono odore di Dio – storcono il naso. Una volta una lettrice mi ha detto apertamente: “quando ho letto questa pagina ho pensato per un attimo che tu fossi cattolico”. Per lei “cattolico” era un’offesa. Io non l’ho contraddetta, ho fatto come Pietro prima del canto del gallo.

Maurizio Cotrona, nato a Taranto nel 1973, vive a Roma dal 2006. Nel 2011 ha pubblicato il romanzo “Malafede” (Lantana Editore), vincitore del Premio PugliaLibre 2011. È membro dell’associazione culturale “BombaCarta” e maestro della scuola di lettura per ragazzi “Piccoli maestri”.

Scrittori e cattolici: di che si tratta | tutte le interviste

Il bene o la scelta del bene?

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Il dialogo tra Alex e il cappellano della prigione, da «Arancia Meccanica» di Anthony Burgess (Einaudi, traduzione di Floriana Bossi). Per approfondire l’orientamento religioso di Burgess vedi qui.

- Ah, piccolo 6655321, accomodati -. E ai guardiani: – Aspettate fuori, eh? – E loro andarono. Poi mi parlò in un modo molto serio, dicendo: – Una cosa voglio che tu sappia, ragazzo, ed è che questo non ha niente a che fare con me. Se fosse il caso io protesterei, ma non lo è. C’è la questione della mia carriera, e la mia voce è ben debole per opporsi a certi elementi che hanno molto più peso nel sistema. Sono stato chiaro? – Non era stato chiaro per niente, fratelli, ma io feci lo stesso di sì. – Tutto ciò comporta dei problemi etici molto ardui, – continuò. – Stanno per farti diventare un bravo ragazzo, 6655321. Non sentirai mai più il desiderio di commettere atti violenti o di offendere chicchessia in alcun modo o di turbare la Pace dello Stato. Spero che te ne renda conto. Spero che tutto ciò ti sia assolutamente chiaro -. Io dissi:

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