Archivio delle Categorie: Disimpegno della wunderkammer

Guida ai ristoranti perduti / 5

La Piedra del Sol

La «Piedra del Sol» più che un ristorante perduto è un ristorante migrato. L’immagine qui accanto, infatti, mostra l’insegna del locale, oggi vivo e vegeto a Milano, con lo stesso nome (e immagino la stessa offerta gastronomica) dell’ex omonimo romano. Anche il logo è, a memoria, identico. Dunque quello che è stato per lunghi anni il primo e unico ristorante messicano della città eterna si è ora trasferito a nord. Come sempre ho compulsato internet alla ricerca di dati più attendibili e tutto quello che sono riuscito a ricostruire - prendendo per buono quanto riportato dai frequentatori di un forum di appassionati di gastronomia - è che “La Piedra del Sol” di Roma ha chiuso tra il 2001 e il 2006.

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Guida ai ristoranti perduti / 4

C’era un film con Meg Ryan e Tom Hanks in cui lei era proprietaria di una piccola libreria indipendente e lui di una catena di megabookstore. Il pesce grande che mangia il pesce piccolo. Solo che si trattava di una commedia hollywoodiana e tutto finiva bene per la tenera libreria indifesa. Nella realtà invece il colosso McDonald’s mangiò il piccolo Benny Burger di viale Trastevere, il primo fast food della capitale, che aveva aperto molti anni prima che ognuno di noi imparasse a conoscere McNuggets, Big Mac e cheeseburger vari.

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Il problema sono le voci

(Inedito, settembre 2009)

Un frenetico movimento delle palpebre e la generazione di immagini caotiche caratterizzano la prima fase. Lui chiama la prima fase «fase dell’aspirazione». Dopo lungo tempo lui ha deciso di chiamare la prima fase «fase dell’aspirazione». La temperatura del liquido in cui è immerso raggiunge i 40°. Le sue pupille si dilatano. Temperatura e dilatazione non costituiscono un problema. Dopo lungo tempo lui ha deciso che l’aumento della temperatura e la dilatazione delle pupille non costituiscono un problema.
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Giornonotte

(Inedito, maggio 2008)

Quindi la sequenza del giorno. Durante il giorno scrive per rendere sopportabile l’attesa.

Quindi la sequenza della notte. Durante la notte cammina nella città delle ombre insieme ai morti.

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Guida ai ristoranti perduti / 3

A Roma, in via Francesco Crispigni, là dove c’era «Ou Ming», c’è oggi una trattoria che ostenta fin dall’insegna l’attenzione alla tradizione italiana. Mi sono chiesto se non ci sia, in questa scelta, la volontà di sottolineare la discontinuità con il ristorante precedente. Come a dire: basta con la gastronomia cinese, torniamo a mangiare la nostra cara vecchia tradizionale cucina italiana. È strano perché per me, come per moltissimi altri che anno vissuto nel quartiere Portuense dagli anni Settanta agli anni Novanta, Ou Ming era un ristorante dove si andava abitualmente e con soddisfazione. Fu il primo ristorante cinese di zona e – dopo le inevitabili diffidenze iniziali – diventò una scelta frequente per tranquille cene fuori, da alternare insomma alla classica pizzeria o alla trattoria. Dunque, nella mia personale tradizione gastronomica (così come in quella di molti altri, immagino) ci sono sì i bucatini all’amatriciana e la pizza capricciosa, ma ci sono anche gli involtini primavera e il maiale in agrodolce. E il posto in cui li ho mangiati per la prima volta è stato proprio Ou Ming, il ristorante perduto di cui parlerò oggi.

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Il lascito

(Inedito, luglio 2009)

Sei mesi nella base antartica a prendere misurazioni meteorologiche. Sei mesi nella città dove ha sede il centro di ricerca. Così ogni anno. Irrilevante il breve periodo di ferie.
Sei mesi nella base antartica. La differenza tra giorno e notte non è percepibile. Anche la differenza tra ora e ora non è percepibile. Nelle ore di attività lavora agli strumenti. Quando si stanca di lavorare gioca in rete a uno strategico di ambientazione fantasy. C’è un coreano in gamba. Un certo Bashi. Quando si stanca di giocare torna agli strumenti. Così le ore di attività.
Nelle ore di inattività si chiude nella stanza adibita al riposo. Sembra la cabina di una nave. Nelle ore di inattività pensa che se il silenzio fosse perfetto riuscirebbe a sopportarlo. Ma il silenzio non è perfetto. Gli strumenti nella sala accanto continuano a ronzare. Gli strumento non hanno ore di attività e ore di inattività. C’è sempre un ronzio di fondo. Ogni tanto brevi rumori secchi come di ossa spezzate. Sono gli aghi degli strumenti che ritornano negli alloggi dopo le tracciature.

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Un’altra poesia senza titolo

(Inedito, febbraio 2008
con qualche ritocco nel 2011)

Eppure la nostra adolescenza
Non fu che un pretesto:
Imparare l’assenza
Aspettare un Godot
(Che poi è arrivato, lo sai?)

(E qualche altra scemenza:
Atlas Ufo Robot
Sbucciarsi i ginocchi
Cantare “Boys Don’t Cry”
Con le lacrime agli occhi)


Una poesia senza titolo

(Inedito, gennaio 2008)

In questo spazio disastrato
E informatico
Noi produciamo bellezza
Siamo il giardino e il seme
Siamo la lama che spezza
La radice profonda
Del male automatico
Dell’uomo ammaestrato
Ridiamo e insieme
Crepiamo di pianto
Nella rete che affonda
In carne viva e accarezza
Il senso alfabetico
Di queste miserie supreme
Lo schianto
Generiamo e uno strato
Di sollievo e una brezza
Di niente per andare in onda
Siamo il sonno e l’anestetico
La veglia e il rimpianto
che sfonda.


Staremo bene tutti

(Inedito, gennaio 2008)

Sento le loro voci già dall’ingresso, tutte le loro voci tranne una.

È tardo pomeriggio e sono appena tornato dalla palestra. Appoggio il borsone in corridoio. Ci penserò poi a svuotarlo nella lavatrice. La luce della cucina è accesa. È lì che stanno parlando. Mia nonna mi saluta e vedo loro tre seduti intorno al tavolo, vicino a lei. «La casa è così grande e ci sono bagni e stanze per tutti», dice mia nonna. Appoggia la tazzina di caffè sul piattino azzurro di fronte a lei. «Siete più voi di noi», dice poi mia nonna, ridendo.

Sono in quattro intorno al tavolo e ci sono solo tre tazzine di caffè. C’è mia nonna, c’è una ragazza con i capelli raccolti a coda di cavallo, un uomo massiccio dalla faccia buona e poi c’è lui. Non avevo visto male: il ragazzo seduto di fianco all’uomo è proprio senza testa.

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Guida ai ristoranti perduti / 2

Qualche sera fa ho cenato in una pizzeria in cui non vado quasi mai. Al tavolo accanto al nostro c’era una famiglia composta da tre persone: padre e madre piuttosto anziani e la figlia ormai grande, una giovane donna. Al momento dell’ordinazione la figlia ha raccontato al cameriere che l’ultima volta che era andata a cena lì si era poi sentita male per tre giorni e questo a causa del pepe nel sugo della pizza. Il cameriere, dal canto suo, assicurava che nel loro sugo non c’è pepe. La giovane donna sosteneva che il pepe era sicuramente caduto per sbaglio nel sugo e poi ordinava una pizza margherita. “Mi raccomando: senza pepe”.

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