Il 7 febbraio di quest’anno si è celebrato il bicentenario della nascita di Charles Dickens. Ho cominciato a cercare qualche brano tratto da un suo libro che potesse ricordare degnamente questo scrittore che amo molto. Uno degli irresistibili dialoghi del Circolo Pickwick? Un paragrafo a caso da quel capolavoro che è Racconto di Natale? Il portentoso incipit di Casa desolata o qualche denso passaggio di Tempi difficili? O ancora una pagina del Martin Chuzzlewit o la descrizione di qualche memorabile personaggio di Grandi speranze? Non sapevo decidermi. Poi, in questi giorni, ho letto le prefazioni che Gilbert K. Chesterton scrisse nel 1911 in occasione della ristampa nella collana Everyman delle opere complete di Dickens (prefazioni raccolte in un volume edito da Marietti, Una gioia antica e nuova. Scritti su Charles Dickens e la letteratura) e ho trovato un passaggio che mi sembra perfetto per spiegare perché Dickens è stato il grande scrittore che conosciamo:
È sorprendente come non si legga fatica nelle opere di Dickens. Egli ha scritto talvolta qualche brutto libro, a volte qualche opera insignificante. Ma non c’è praticamente una sola frase che non sia piena di feroce vitalità e di immaginazione. Quando è noioso, non lo è quasi mai perché gli è mancata l’ispirazione, ma perché, preso da un’esaltazione puerile o da un calo momentaneo di giudizio, si è fatto prendere da un’idea che non valeva la pena seguire. Quando le sue battute sono deboli, lo sono come sono deboli le battute estemporanee fatte a una cena chiassosa. Non significa che manchino di spirito. La battuta è fiacca, ma non è indice di fiacchezza. In linea di massima, nel caso di Dickens questo è vero. Se la sua scrittura non ci diverte, almeno diverte l’autore. Anche quando ci annoia, lui non si annoia.












