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Buon compleanno, maestro

Il testimone di Jorge Luis Borges
(da “L’artefice”, Adelphi 1999, trad. di Tommaso Scarano)

In una stalla, quasi all’ombra della nuova chiesa di pietra, un uomo dagli occhi grigi e dalla barba grigia, sdraiato tra il fetore delle bestie, umilmente cerca la morte come chi cerca il sonno. Il giorno, fedele a vaste leggi segrete, sposta e confonde le ombre nel povero recinto; fuori, le terre arate e una gora piena di foglie morte e qualche orma di lupo nella fanghiglia nera ai margini del bosco. L’uomo dorme e sogna, dimentico. Il rintocco dell’Avemaria lo sveglia. Nei regni d’Inghilterra il suono delle campane è ormai costume della sera, ma l’uomo, da bambino, ha visto il volto di Woden, l’orrore divino e il giubilo, il rozzo idolo di legno carico di monete romane e di pesanti vesti, il sacrificio di cavalli, cani e prigionieri. Prima dell’alba morirà e moriranno insieme a lui, e non torneranno, le ultime immagini dirette dei riti pagani; il mondo sarà un po’ più povero quando questo sassone sarà morto. Fatti che popolano lo spazio e che scompaiono allorché qualcuno muore possono meravigliarci, ma una cosa, o un numero infinito di cose, muore in ogni agonia, a meno che non esista una memoria dell’universo, come hanno ipotizzato i teosofi. Nel tempo c’è stato un giorno che spense gli ultimi occhi che videro Cristo; la battaglia di Junìn e l’amore di Elena morirono con la morte di un uomo. Cosa morirà con me quando morirò? La voce di Macedonio Fernandez, l’immagine di un cavallo sauro nei campi incolti di Serrano e Charcas, una barretta di zolfo nel cassetto di uno scrittoio di mogano?

Vedi anche: Borges e i suoi gregari


Borges e i suoi gregari

Avevo sempre pensato che sarebbe stato meraviglioso poter ripristinare la mia condizione di verginità artistica (poter rileggere i miei libri preferiti per la prima volta, ascoltare come se non le avessi mai sentite le canzoni che adoro e che conosco a memoria). L’altro giorno però, mentre rileggevo per l’ennesima volta i racconti di Borges che amo di più, mi sono dovuto ricredere.

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