Una delle mie ultime letture è stata Di vita si muore, un corposo saggio di Nadia Fusini dedicato allo studio delle passioni nel teatro di Shakespeare. Si tratta di un testo impegnativo, almeno per chi – come il sottoscritto – non è un esperto dell’opera del Bardo. La Fusini, oltre a essere una celebre anglista e traduttrice, si rivela in questo libro una vera e propria fan del grande drammaturgo inglese («Vivo la mia vita con Shakespeare per amico. Confidente», confessa nella quarta di copertina) e sommerge il lettore con una messe di citazioni, riferimenti, dati. Il taglio non è – come sinceramente mi auguravo – prevalentemente storico-letterario, bensì psicologico-filosofico. La Fusini qui non si preoccupa di scrivere un saggio a tesi, ma mette insieme questo zibaldone di pensieri intorno all’autore di Amleto e Macbeth che, come ripeto, per chi ha di Shakespeare una conoscenza minima risulta alla fine dispersivo. Ma, ovviamente, non è di questo che voglio parlare.
Fa piacere vedere con quanta insistenza si torni, con un ritmo da vero “pungolo beckettiano”, sull’aridità editoriale in cui agonizza l’opera di Samuel Beckett in Italia. E così se nel 2006 la penisola è stata scossa dai sussulti e dai fremiti provocati dai molti convegni, iniziative e rappresentazioni teatrali, languiva il versante cartaceo (cioè quello cui si saranno voluti rivolgere i neofiti che, magari proprio grazie ai molti eventi, avranno conosciuto il vecchio irlandese e legittimamente avranno voluto leggere, che so, un’edizione decente dell’Innominabile o di Come è, o anche solo un’edizione qualsiasi, senza riuscire a trovarla). Fa piacere, perché si spera che, dietro l’insistenza di così tante e spesso autorevoli richieste, qualcuno la smetterà una buona volta di fare orecchie, è il caso di dirlo, da mercante.








