Scoperta fa parte della raccolta L’imitatore di voci (1978) in cui Thomas Bernhard riunì un centinaio di brevissime storie, lunghe al più una pagina e mezza, tutte accomunate dal fatto di essere scritte in forma di trafiletti di cronaca.
Nella prima parte del racconto viene enunciato il fatto: un ricco industriale torinese fa costruire, per il figlio ventiduenne, un grande albergo sulle Alpi. Il giorno dell’inaugurazione, però, il figlio muore in un incidente all’autodromo di Monza. Il padre, disperato, decide allora di non mettere più piede nell’albergo e di lasciarlo andare completamente in rovina.
Tutta la prima parte ha un marcato sapore fiabesco: un padre ricco (il re) per il proprio figlio (il principe) fa costruire un albergo (il castello) sulle Alpi (il bosco, la foresta). Ci sono le iperboli tipiche delle fiabe: l’architetto (il mago) che progetta l’albergo è “famoso in tutto il mondo”, l’albergo è “il più moderno e il più caro non solo di tutta l’Italia”. C’è il ricorso ai termini numerici, nuovamente tipico delle fiabe: l’albergo è “alto dodici piani”, la strada per raggiungere l’albergo nel luogo inaccessibile dove è stato fatto sorgere – e costruita appositamente – è lunga “più di diciannove chilometri” e nel cantiere trovano lavoro “un migliaio di lavoratori”.
Giunti a questo punto (e vale la pena di ricordare che il racconto e lungo meno di cinquanta righe) siamo già immersi in questa fiaba, tragica sì – con il figlio (il principe) che muore ad una gara automobilistica (il torneo) – ma comunque fiaba e quindi narrazione archetipica, traslata, distante. Qui inizia quella che possiamo definire la seconda parte del racconto.












