Come animali privi di pazienza e di desiderio

Non è mai semplice per me spiegare perché mi piace uno scrittore. Qualche giorno fa, però, mentre leggevo i racconti di Richard Ford raccolti in Rock Springs credo di aver individuato un caso esemplare.

Posso dire, ora, che uno scrittore merita la mia ammirazione quando fa funzionare sulla carta delle scelte stilistiche che generalmente considero deprecabili. Ad esempio, una cosa che trovo deprimente, come lettore, è incontrare un personaggio che si fa delle domande e si dà delle risposte da solo, come nella tristemente nota macchietta televisiva. Peggio che mai se la domanda riguarda temi cosmici come il senso della vita. E peggio ancora se lo fa nel finale di un racconto, quando l’affermazione rischia inevitabilmente di assumere i toni ridondanti di una morale didascalica.

Ebbene. Nel racconto Great Falls, Richard Ford commette tutte e tre queste spericolate azioni letterarie (l’io narrante si fa una domanda e si risponde da solo; la domanda riguarda il senso dell’esistenza; la risposta cade nel finale). Eppure guardate come l’autore ne esce a testa alta:

Mentre camminavo verso la scuola pensavo tra me che nella mia vita c’era stata una svolta improvvisa, e che forse per molto tempo non avrei potuto sapere esattamente com’era successo o quale direzione aveva preso. Forse, in realtà, avrei potuto non saperlo mai. Era una di quelle cose che possono capitare – questo lo sapevo – e ora era capitata a me. E mentre continuavo a camminare nel freddo della strada quel pomeriggio a Great Falls, le domande che mi ponevo erano queste: perché mio padre non voleva permettere a mia madre di tornare? Perché Woody aveva dovuto stare là al freddo con me davanti a casa mia rischiando di farsi ammazzare? Perché aveva dovuto dire che mia madre era stata già sposata, se non era vero? E mia madre: perché aveva dovuto fare quello che aveva fatto? Prima che fossero passati cinque anni mio padre era partito per Ely, nel Nevada, dove avevano scoperto un giacimento di petrolio, ed era morto in un infortunio sul lavoro. E negli anni che sono trascorsi da allora ho visto mia madre di tanto in tanto – in un luogo o nell’altro, con un uomo o un altro – e posso dire, almeno, che ci conosciamo. Ma non ho mai trovato la risposta a queste domande, non ho mai chiesto a nessuno le risposte. Anche se forse è – la risposta – semplice: è la vita, la mediocrità della vita, una freddezza che c’è in ognuno di noi, un’impotenza che ci porta a fraintendere la vita quando è pura e semplice, che fa sembrare la nostra esistenza un confine tra due nulla, e che ci fa essere né più e né meno come animali che s’incontrino per la strada: guardinghi, inesorabili, privi di pazienza e di desiderio.

(La traduzione è di Vincenzo Mantovani. L’edizione è Feltrinelli, 2002. La foto è di Sahlan Hayes ed è tratta da qui)
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Un pensiero su “Come animali privi di pazienza e di desiderio

  1. Mi ritrovo moltissimo nella tua analisi. Ho avuto sensazioni simili scoprendo Ford. Ancora di più nella saga di Bascombe. Una scrittura non solo scopertamente riflessiva, in un modo che se fatto senza talento mi farebbe scagliare il libro a un chilometro, ma anche perfino involuta, verbosa, fin sofistica certe volte. Ma piena di acutezza e di sensibilità. Forse grazie al fatto che non perde mai quel senso di scoperta e sincera permeabilità alle esperienze che è tipico dei grandi narratori.

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