Tra arroganza e paura

La buona e brava gente della nazione è il primo romanzo di Romolo Bugaro, uscito nell’ormai lontano 1998 per Baldini&Castoldi. Io l’ho letto l’anno scorso, recuperandolo nella biblioteca del mio quartiere. Contrariamente a quanto mi aspettavo, il romanzo non è un affresco della nuova borghesia del produttivo nord est d’Italia, ma una vicenda oscura e intima. Una tragedia personale (che è tra l’altro ambientata in una meravigliosa isola siciliana) raccontata con una lingua incredibile. Credo che sia proprio questo ad avermi conquistato: una lingua trasognata, sofisticata, artificiosamente elegante, così come eleganti e sofisticati e falsi sono i protagonisti.

L’effetto è straniante, dapprima quasi irritante, poi ci si ritrova immersi in questa narrazione come in un acquario, storditi dalla ricercata pulizia della prosa così come i personaggi sono storditi dai Jack Daniel’s che scolano in continuazione.

In un’intervista ho letto che il punto di vista del narratore, nella prima versione, doveva essere Luca. Poi in fase di editing è stato ritenuto più opportuno far raccontare tutto all’altro protagonista, Giovanni. Questa forzatura in fase di produzione ha creato un effetto alterato e sorprendente: alcune volte Giovanni narra in prima persona eventi dei quali non è stato testimone, quasi fosse un ectoplasma che si aggira per la trama. In altri casi riporta, con una compiutezza di particolari che sarebbe impossibile nella realtà, i pensieri di Luca.

Eccone un assaggio, dalle pagine 116-117:

In un fazzoletto d’erba circondato da piante di limone, qualcuno stava ballando in modo sghembo sui giri non orecchiabili dei Nirvana. Luca tenne d’occhio due elettriche. Erano talmente partite dietro alla musica, che solo a guardare ti stancavi. Dopo un po’ ti andava via persino la voglia di scoparle, indebolito com’eri. Così, non restava che aggrapparsi all’ultima e più scellerata speranza: trascinarti fino al tavolo dei superalcolici, cercare il Jack D. che non c’era, versarti un Four Roses di ripiego e andare a rompersi i coglioni coi soliti Ebelmann e De Masi.

Un successo privo di vere soddisfazioni, coronò la missione. Ebelmann aveva fatto amicizia con una schizofrenica che era impossibile non definire vecchia. Il canestro di perle al collo, non limitava l’effetto delle rughe, ma, anzi, gli conferiva potenza.

De Masi aveva infilato le mani nelle tasche posteriori dei jeans e contappuntava la discussione sollevandosi, a tratti, con le punte. L’argomento sul tappeto era riassumibile nel progetto etno-politico di dividere l’Italia in Padania, Etruria e Repubblica del Sud. Era un’ottima idea? Era una pessima idea? In Cecoslovacchia l’avevano fatto? In Canada no?

Fra un minuto, sarebbe saltata fuori – grazie allo sponsor Andrea Ebelmann – la storia delle deportazioni, ma senza spargimenti di sangue, per gli impiegati pubblici terroni.

La vecchia schizofrenica col canestro di perle annuiva, senza esitazioni, ogni volta.

«Io, spargimenti di sangue, non ne voglio», disse Ebelmann, e la sciocca mitezza della sua camicia con gli ippopotami in surf confermava ogni sillaba. «Però, la necessità di difendere le nostre tradizioni, secondo me, resta.»

«E chi non è celtico come noi?» chiese De Masi.

«Niente», disse Ebelmann. «Lo si rimanda un pochino a casa e basta.»

La vecchia schizofrenica riconobbe sia lo spessore politico, sia la fattibilità del progetto. «I negri a casa loro», disse dal cuore. «Ché il pane non ci basta più nemmeno per i nostri operai.» Con gli occhi, cercò un cenno d’assenso da parte di Luca.

«Finisca il suo vino», disse lui, «signora. E non si preoccupi di nient’altro.»

«Lei dice, giovanotto.»

«Perché no.»

Gli uomini con le sottili basettine di merda, a gruppetti, trionfavano in giardino. Quelli di loro che cominciavano a invecchiare, portavano un minuscolo brillante al lobo o si fregiavano d’un tatuaggio non vistoso, per mostrarsi giovanili, mentre un’impalpabile disponibilità a divenire aggressivi come gli attori del cinema, non smetteva di posarsi sui volti degli altri. Erano talmente poveri, in profondità, e talmente colmi d’impossibili attese, che fra arroganza e paura avevano trovato solo quella povera espressione di merda, per andare incontro alla vita.

(la foto è tratta da qui)
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