Tu, sanguinoso Syd

La notizia è questa: Michele Mari ha scritto un libro sui Pink Floyd. Se non sapete chi è Michele Mari, posso cercare di spiegarvelo. Se non sapete chi sono i Pink Floyd mi chiedo se abbia senso per voi continuare a leggere questo post.

Già perché proprio a mettercisi di impegno nel trovare un difetto nell’ultimo libro dello scrittore milanese si potrebbe dire che se non si conosce la storia dei Pink Floyd, gruppo rock inglese per la quale una volta tanto non è esagerato usare l’aggettivo “leggendario”, la lettura di Rosso Floyd (uscito per Einaudi il mese scorso) potrebbe essere un’esperienza piuttosto difficile. A meno che non si decida consapevolmente di sorvolare il piano storico-musicale della narrazione e ci si concentri di più su quello misterico che poi è quello più importante nella poetica di Mari.

Intanto, però, facciamo luce su Michele Mari. Schivo, secondo alcuni spocchioso, docente di letteratura italiana alla Statale di Milano, appassionato di filologia seicentesca, autore di romanzi che hanno come protagonisti il giovane Leopardi (Io venìa pien d’angoscia a rimirarti) o i filosofi del Novecento (Tutto il ferro della torre Eiffel). Questo è il ritratto di Mari che più piace ai detrattori che trovano nella prosa difficile dei suoi testi e nei continui riferimenti alla “cultura alta” il modo per liquidarlo come un parruccone distante dall’attualità.

Ma questa è solo una faccia della luna. C’è poi l’altra. Perché se è vero quanto affermato fin qui, è altrettanto vero che Michele Mari è anche un appassionato di fantascienza e di horror e che nel suo immaginario i romanzi Urania hanno la stessa dignità dell’Angelus Novus di Walter Benjamin. Lo sappiamo bene, noi entusiasti lettori dei suoi libri come Tu, sanguinosa infanzia oppure Cento poesie d’amore a Ladyhawke oppure ancora Verderame, che Joseph Roth e Cocco Bill sono entrambi beniamini del nostro, che Aroldo Tieri e Robert Louis Stevenson, le tele di Kokoschka e gli spaghetti-western di Sergio Leone dialogano tutti insieme in un unico grande pantheon di ricordi e rimandi potenti, una galassia di madeleine proustiane che non aspettano altro che essere morse per sprigionare la loro carica creativa.

Dunque, un Michele Mari che scrive un libro che è quasi un atto di devozione nei confronti di un gruppo rock non dovrebbe stupirci più di tanto. Quello che stupisce, semmai, è che forse per la prima volta nella sua produzione Mari si è affidato a una lingua quanto mai piana, molto lontana dallo stile “letterario” che gli è caro (in un’intervista del 1997, apparsa su Avvenimenti, lo scrittore dichiarò:

In genere, più io sono autentico, più parlo di cose urgenti, imbarazzanti, più sento classicisticamente il bisogno di cristallizzarle in una forma alta. L’impressione di molti è che proprio per questa forma in punta di penna io non ci metta le viscere. Per me, invece, tanto di visceralità, tanto di cristallizzazione. Mi sembra poi che abbia preso piede in questi ultimi quindici anni un’idea molto giornalistica della letteratura, un’idea dello scrittore come testimone del proprio tempo, anche dal punto di vista linguistico, che io rifiuto.

fornendo così a critici e lettori una chiave di lettura quanto mai chiara del suo stile).

Ma anche qui, occhio a non affrettare le conclusioni. Se Mari ha usato una lingua così basic un motivo ci sarà. E il motivo potrebbe essere la costruzione fanta-storica di tutta la narrazione. Rosso Floyd, come recita il sottotitolo, è infatti un «Romanzo in 30 confessioni, 53 testimonianze, 27 lamentazioni di cui 11 oltremondane, 6 interrogazioni, 3 esortazioni, 15 referti, una rivelazione e una contemplazione». Insomma, gli atti di un processo. Ed ecco allora che i personaggi – alcuni reali, altri inventati – parlano in presa diretta e noi leggiamo dei verbali. Mari ha sempre piegato l’italiano all’uso che di volta in volta era necessario per ogni opera, trasformandolo ora nell’incredibile dialetto padano del giardiniere di Verderame, ora nel prodigioso pastiche celiniano di Rondini sul filo, ora nel picaresco de La stiva e l’abisso e così via. Lo ha fatto anche stavolta.

Processo insomma. Ma chi è l’imputato, e soprattutto qual è la parte lesa? Syd Barrett, il “folle diamante” che ha piantato i semi della band e poi ha vissuto la quasi totalità della sua esistenza in una crisi maniaco-depressiva, recluso nello scantinato della casa materna mentre gli altri compagni di avventura vivevano la brillante vita delle rockstar mietendo guadagni e gloria? Oppure la parte lesa sono proprio gli altri (e Roger Waters su tutti) che per tutta la loro sfolgorante carriera hanno dovuto fare i conti con l’assenza enormemente ingombrante di Barrett a cui forse dovevano tutto il successo?

Ecco, se questo libro fosse stato scritto da un giornalista musicale probabilmente sarebbe stato un confuso fastello di documenti e teorie strampalate, invece per nostra fortuna il libro l’ha scritto Mari e dunque abbiamo tra le mani un’incantevole favola horror dove la tesi – che non voglio rivelare per non sciupare il gusto di chi deve ancora affrontare la lettura – ha a che fare con scrittori di fiabe inglesi, tragiche morte infantili e, come ama definirle Mari, “potenze infere e supere”.

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