Scrivere meno, scrivere meglio?

Giulio Ferroni ha scritto un saggio che si intitola Scritture a perdere. La letteratura negli anni zero, pubblicato recentemente da Laterza. Volendo sintetizzare al massimo i contenuti di questo libro non c’è di meglio che prendere uno stralcio dalla bandella di copertina:

Scrivere di meno, scrivere meglio. (…) è sempre più necessaria un’ecologia del libro e della letteratura, capace di operare distinzioni nell’immenso accumulo del materiale librario prodotto

Ho comprato il saggio di Ferroni, l’ho letto e mi sono venute in mente molte domande.

Perché in un saggio che si occupa del mondo della letteratura (che come sappiamo è composto da tanti attori: scrittori, editor, editori, distributori, promotori, lettori, critici) e denuncia l’eccesso di produzione libresca non viene citata né una statistica, né un ordine di grandezza, né un dato di sintesi, né un andamento, né un report, né un’analisi numerica?

Perché alcuni riferimenti a persone vengono proposti in forma anonima? Perché Ferroni scrive «qualcuno ha coniato un’apposita etichetta piuttosto balzana in verità, quella di New Italian Epic, distorcendo completamente ogni possibile accezione di “epica”» e non nomina mai i padri di quell’etichetta, cioè Wu Ming? Perché Ferroni scrive «una famosa scuola di scrittura (…) il cui leader, de cuyo nombre no quiero acordarme, si è dato anche al cinema» e non fa il nome di quella scuola (la Holden di Torino) e il nome del suo “leader” (Alessandro Baricco)? Perché Ferroni scrive, a proposito degli intellettuali italiani, che sono impegnati «nella gestione del proprio latifondo o del proprio orto (che è paradossalmente tanto più forte in coloro che si pretendono alternativi ed antiistituzionali)» e non fa neanche un nome di questi intellettuali (a maggior ragione di quelli che si pretendono alternativi e anti-istituzionali)? Qual è il fine di questo esercizio retorico per cui un nome viene solo suggerito e non dichiarato esplicitamente (lo ricordo: all’interno di un saggio che vuole indagare un aspetto molto preciso della condizione del mercato editoriale)?

In un saggio così breve (poco più di cento pagine stampate in caratteri di media grandezza) perché tre pagine vengono dedicate al caso Englaro, due pagine vengono dedicate a tragiche morti di ragazzi che hanno attraversato i binari anziché servirsi dei sottopassaggi, altre due pagine alla riesumazione delle spoglie di artisti per tardive autopsie? Perché Ferroni spende un numero indefinito di riferimenti al degrado indotto dalla cultura televisiva e alle critiche condizioni ambientali del nostro pianeta? Qual è il nesso tra questi temi e l'”ecologia del libro” di cui si parla nella bandella?

Se il problema, come sembra a un certo punto del saggio, sono gli instant book che speculano sui fatti di cronaca o i libri di sicuro successo commerciale confezionati da comici televisivi o personaggi politici, perché a un certo punto Ferroni critica negativamente il genere noir (che può piacere o non piacere, ma è letteratura a tutti gli effetti)?

Se il problema dunque è il genere noir, come appare appunto in un successivo passaggio, perché proporre le stroncature ben circostanziate di tre libri (La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano, Venuto al mondo di Margaret Mazzantini e Stabat Mater di Tiziano Scarpa), tre libri che possono piacere o non piacere, ma che non rientrano nel genere noir?

Se le due soluzioni proposte da Ferroni al termine del suo saggio (in estrema sintesi: più racconti, più autofiction) sono valide, l’applicazione di tali soluzioni è cosa che riguarda solo gli scrittori? Non riguarda anche tutti gli altri attori del sistema editoriale (appunto: editor, editori, distributori, promotori, lettori e critici)? Perché allora l’ultimo capitolo del saggio di Ferroni, capitolo che si intitola «Responsabilità e destino», si chiude con una domanda («Ci saranno nel nostro paese scrittori all’altezza di questa necessità?») che sembra far ricadere sulle spalle dei soli scrittori tutta la responsabilità, appunto, dell’auspicata “ecologia del libro, capace di operare distinzioni nell’immenso accumulo del materiale librario prodotto”?

(l’immagine è tratta da qui)
Annunci

2 pensieri riguardo “Scrivere meno, scrivere meglio?

  1. Non ho letto il libro, ma in genere se in un saggio (letterario o di qualsiasi altra natura) leggo cose come “qualcuno ha detto, affermato,coniato ecc” e non trovo immediatamente l’identificazione di quel qualcuno, lo butto nella spazzatura.
    E poi quella frase della bandella è davvero banale. Chi mai dovrebbe occuparsi di “operare distinzioni”? Visto che a quanto pare non lo fa nessuno, che facciamo, creiamo una commissione che decide a livello nazionale che cosa pubblicare o no?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...