Ogni momento perduto è la vita

Va bene. Non sarà un capolavoro, ma Punto Omega, il nuovo romanzo di Don DeLillo appena pubblicato in Italia da Einaudi, è la prova che questo scrittore è ancora in ottima forma. Un indubbio passo avanti in confronto al precedente L’uomo che cade rispetto al quale avevo espresso tutte le mie perplessità.

Bisogna tornare indietro almeno fino a I nomi per trovare tracce, in alcuni capitoli di quel romanzo del 1982, della densità rarefatta (non trovo di meglio di quest’ossimoro per descrivere la materia del romanzo) che del nuovo libro è invece l’ingrediente principale, se non l’unico.

Di che si parla? Richard Elster è un anziano intellettuale, un teorico della guerra, un guru a metà tra poesia e tecnica, che ha aiutato l’esercito americano nel corso del conflitto in Irak. Jim Finley è un giovane regista che vuole girare un documentario su Elster. Raggiunge così il vecchio nel suo buen retiro nel deserto (Anza-Borrego, California) per cercare di convincerlo a partecipare al suo progetto cinematografico. Ma Elster è come la maga Circe, incanta Finley con la sua contemplazione estatica della desolazione del luogo, dei suoi silenzi interminabili. Passano i giorni e Finley non se ne rende conto. Realizzare il film su Elster non gli sembra più una cosa così importante. È come stregato da quel luogo e dal fascino che il vecchio esercita su di lui. Poi un evento imprevisto, che non rivelo, interromperà l’incanto e la vacanza metafisica.

A fare da cornice a questo breve romanzo due scene apparentemente non collegate con il resto della trama, due descrizioni di una videoinstallazione di arte contemporanea, 24 hour Psycho dell’artista inglese Douglas Gordon, in cui il celebre film di Alfred Hitchcock viene portato a due fotogrammi al secondo. In seguito a questo rallentamento l’intera pellicola per essere vista richiede appunto ventiquattro ore.

È una costante nei romanzi di DeLillo questa descrizione di immagini filmate, spesso senza sonoro. Penso al video del serial killer dell’autostrada su Underworld o all’incredibile filmato segreto di Hitler in Running dog, le immagini dell’uomo che cade in Falling man e ancora, qui, il documentario su Jerry Lewis (uno dei primi film girati da Jim Finley) e appunto il 24 hour Psycho di Gordon. DeLillo è sempre cinematografico (mentre leggevo Punto Omega non riuscivo a non pensare a Zabriskie Point di Antonioni o a Cul-de-sac di Polanski), ma la contiguità del linguaggio letterario e del linguaggio filmico, nello scrittore americano, non si riduce mai uno scambio di forme: non intendo dire, dunque, che dai romanzi di DeLillo sarebbe facile ricavare sceneggiature, né che DeLillo scrive per immagini. Forse sono vere entrambe le cose, ma non è questo il punto. Il punto è che DeLillo usa sempre l’elemento dell’immagine registrata e riprodotta per farci staccare dal tempo, per costringere i suoi personaggi – e di riflesso noi lettori – a ragionare secondo una diversa scansione temporale.

È la lentezza nell’era di internet, la lentezza nell’era della frenesia, in contrapposizione al “tempo cretino” delle metropoli, come lo definisce Elster:

Tutto ruota intorno al tempo, tempo cretino, tempo inferiore, la gente che controlla l’orologio e altri aggeggi, altri sistemi che aiutano a ricordare. È il tempo che scorre via lentissimamente dalla nostra vita. Le città sono state costruite per misurare il tempo, per togliere il tempo alla natura. C’è un eterno conto alla rovescia, diceva. Quando hai strappato via tutte le superfici, quando guardi sotto, ciò che resta è il terrore. È questo che la letteratura vuole curare. Il poema epico, la favola prima di andare a letto.

Forse è questo il motivo per cui DeLillo ha scritto due capitoli dedicati al 24 hour Psycho per fare da robusta cornice a un romanzo così esile. Un tempo rallentato sintetizza perfettamente il sugo di tutta la storia. Ecco perché mi è piaciuto questo romanzo di DeLillo: dopo quindici romanzi e innumerevoli racconti e testi per il teatro lo scrittore newyorkese si ritira nel deserto, sceglie la via della sottrazione, del silenzio, del rallentamento (e io, forse anche in seguito alla mia patologia beckettiana, non posso che apprezzare).

Ogni momento perduto è la vita. Non si può conoscere se non singolarmente, ognuno di noi in modo ineffabile, quest’uomo, questa donna. L’infanzia è vita perduta rivendicata ogni secondo, così diceva lui. Due bambini piccoli da soli in una stanza, una luce fiochissima, sono gemelli, ridono. Trent’anni dopo, uno a Chicago, l’altro a Hong Kong, sono il tema del momento.

Un momento, un pensiero, che arriva e scompare, ognuno di noi su una strada in un posto qualsiasi, e questo è tutto quanto. Mi chiesi cosa intendesse per tutto quanto. È quello che chiamiamo io, la vita vera, disse, l’essere essenziale. È l’io che sguazza beato in ciò che sa, e ciò che sa è che non vivrà per sempre.

L’immagine è tratta da qui.
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