Questo non è un dipendente

Ricordo che quando uscì il mio Buon lavoro alcuni mi consigliarono di leggere Il dipendente di Sebastiano Nata, per l’affinità dei temi trattati. Ho seguito il consiglio con ritardo e solo l’anno scorso sono andato alla mia biblioteca di quartiere (il romanzo di Nata è uscito nel 1997 per Feltrinelli ed è ormai irreperibile in libreria) per prenderne una copia in lettura.

Purtroppo sono rimasto un po’ deluso. Tanto per cominciare, Michele Garbo, il protagonista, non è un dipendente, ma un manager. Al di là delle differenze tecnico-contrattuali (che nella realtà hanno il loro peso) tra un dipendente e un manager ci sono anche e soprattutto differenze a livello mitico se, come continuo a credere dopo anni di esperienza diretta, la vita aziendale è più una mitopoiesi che un sistema di relazioni reali. Ciò fa sì che tutta la lettura risulti spiazzata rispetto all’aspettativa creata dal titolo e dalla quarta di copertina, firmata da Marco Lodoli:

Nessuno ancora ci aveva raccontato cosa muore dietro i vetri specchiati dei palazzi dove i soldi comandano; nessuno aveva scoperchiato il cranio di un dipendente per mostrarci che inferno vi arda. Ora sappiamo molto. Conosciamo Michele Garbo, topo in giacca e cravatta, convulsione estrema d’un mondo che paga e massacra.

Michele Garbo, però, non è un travet, ma un manager rampante, che viaggia in Audi, soggiorna nei migliori hotel e mangia nei migliori ristoranti. Che finisca in trappola non basta a fare di lui un topo (con o senza giacca e cravatta).

Lo stile della prosa è scattante, maschio, forzato. La voce del protagonista è sempre sopra le righe. Se Nata voleva dirci che questo Garbo è un miserabile idiota allora ci è riuscito in pieno: si merita tutto quello che di male gli accade nel corso della narrazione.

Una chiosa sull’ambientazione. Non si parla di e-mail e si usano tantissimo i fax. Non si parla di presentazioni in powerpoint, ma di antidiluviani “lucidi” da proiettare. E negli uffici si fuma. Sembra di essere nell’ottocento. Invece parliamo solo di quindici anni fa.

(l’immagine è tratta da qui)
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