Due o tre cose che (non) so di Jonathan Lethem

O anche quattro o cinque, visto che dello scrittore newyorkese non ho mai letto nulla tranne questo Memorie di un artista della delusione (pubblicato nel 2007 da Minimum Fax per la traduzione di Martina Testa). Mi è stato sufficiente però per farmi entrare in sintonia con l’autore.

Lethem appartiene allo stesso gruppo antropologico di cui ritengo di far parte anch’io (insieme a chissà quanti altri milioni di abitanti del pianeta): persone che vivono la loro esperienza con la realtà attraverso unità atomiche di materia artistica (in altre parole: libri, dischi, film, fumetti, opere d’arte, etc.). Non si tratta di essere semplicemente appassionati dell’arte in ogni sua forma, è proprio un modo diverso di percepire il mondo circostante che accomuna perfetti sconosciute e autori celebri (Nick Hornby e Jorge Luis Borges, i primi due che mi vengono in mente).

È il superamento dell’aforisma di Mallarmè: il mondo esiste affinché possa finire in un libro. Non solo in un libro, ma in qualunque pacchetto quantico-artistico: CD, videocassette, quadri e sculture, libri e fumetti, come appunto si diceva prima.

Lethem ci parla delle sue manie: i romanzi di Philip K. Dick e di Don DeLillo, i i film di John Cassavetes, i fumetti della Marvel, i dischi dei Talking Heads. E a me che leggo viene voglia di inserirmi subito in questo flusso quantistico ed entrare in connessione con questa energia. Scatta subito il meccanismo del “ce l’ho / mi manca”. Sono ferratissimo su Talking Heads e DeLillo, un po’ meno su Cassavetes e la Marvel. Quasi nulla su Dick. Dubito che arriverò mai a leggere tutti i romanzi di Dick – è un’impresa che, da lucido, non mi interessa – ma quando leggo Lethem che ne parla mi viene un’irrazionale voglia di farlo.

Le case o le stanze in cui abitano le persone che appartengono a questo ceppo antropologico sono, per usare un’efficace espressione di Lethem, dei modelli in scala del proprio cervello. Pareti ricoperte di libri, CD, dischi, DVD, videocassette. Si rischia il solipsismo? Si tratta di una gabbia? Eppure sentite quanta umanità in questo passaggio tratto dal capitolo in cui Lethem racconta il suo rapporto con il padre pittore:

Non ho mai smesso di guardare i suoi quadri. Li guardavo nel corso di apposite sedute che facevamo insieme nel suo studio, dispensando approvazione e critiche con tipica sicumera da teenager. E spesso li guardavo anche da solo, il pomeriggio, quando lui non era in casa. Passavo un sacco di tempo a immalinconirmi nel suo studio, e non soltanto perché, a mano a mano che crescevo e perdevo interesse nel mondo degli adulti a favore dei miei drammi pseudoadulti, il telefono che c’era lassù era quello che offriva più privacy alle mie maratone di conversazioni da depresso con le fidanzate di fuori città.

Un giorno commisi un crimine ridicolmente edipico: «corressi» una linea su uno dei suoi dipinti, appeso alla parete dello studio ma non ancora completato. Era un quadro che mi affascinava e al tempo stesso evidentemente mi irritava. La linea che disegnava il polpaccio di una donna era spezzata: mi sembrava sporca dove invece poteva essere nitida. Più fumettistica e perfetta. E così, ebbro della mia stessa audacia, rigirai un pennello nel colore ancora umido e resi più netta la linea. La differenza era minima, ma ciò non mi impedì di trascorrere il mese successivo nel terrore di essere scoperto.

Che il mio crimine fosse passato inosservato o meno, non mi venne mai rinfacciato. Non mi ricordo più qual è l’opera che ho ritoccato, se pure esiste ancora. Quel momento è a malapena un episodio, un semplice tocco di pennello. Eppure fra la certezza che ho nutrito, fino ai dodici o ai tredici anni, sul fatto che sarei diventato un pittore come mio padre, e quella che nutro ora, sul fatto che sono uno scrittore come mio padre è un pittore, ci sono quegli anni in cui invece avrei voluto diventare Stanley Kubrick. E in mezzo a quegli anni, c’è quel tocco, quell’unica pennellata, che sta lì a confessare il desiderio di entrare dentro la mano di mio padre, dentro il suo occhio, la sua mano e il suo pennello, di infine dentro le tele stesse e vivere nel posto in cui comunque non potevo fare a meno di vivere.

(…)

Sono mai rientrato di soppiatto nello studio di mio padre, giusto per correggere le sbavature? Forse tutto questo saggio non è altro che una rappresentazione grossolana e fumettistica, un tentativo da scimmia kubrickiana di menare una stoccata con l’osso delle mie parole su quell’impossibile incrocio fra la pittura di Richard Lethem e i miei più ottimistici desideri. Non ho certo detto tutto quello che c’era da dire. Dove è finita la passione di mio padre per i Canti onirici di John Berryman? Dov’è la sua abitudine di recuperare i guanti degli operai dai bordi delle strade e appuntarli alle pareti dello studio, o incollarli sulle tele? Le sue cassette consunte di Lightning Hopkins ed Elmore James sparse per tutta casa, il suo tavolo verde con le piramidi vesuviane di colore sciolto e pietrificato? Quello che manca qui è semplicemente il materiale in sé: mio padre nel suo studio, intento a dipingere, come ha sempre fatto e come probabilmente sta facendo anche stamattina. Mi basterebbe alzare il telefono per trovarlo lì. E interromperlo, anche se so che sarebbe contento di parlare. Guardate, eccolo lì: mio padre che dipinge. Mio padre che dipinge in un fienile ristrutturato nel Maine, adesso, che alza il riscaldamento al punto giusto, fa un passo indietro dalla tele alla tavolozza per mescolare un colore o solo per dare un’occhiata, per guardare quello che ha fatto, per giudicare se l’espressione sul viso di un acrobata, o di una capra selvatica, o del dio Tultepec (ultimamente si ispira molto all’arte messicana) è quella giusta, se comunica quel pizzico di avidità o di piacere che era nelle sue intenzioni, portando la storia un passetto più avanti. Mio padre nel suo studio con un maglione color senape. Mio padre nel suo studio con una tazza di caffè che si è freddato da un pezzo. Mio padre nel suo studio che dipinge. Mio padre nel suo studio che si ferma per leggere un sonetto. Mio padre nel suo studio che quasi finisce di scrivere una lettera al fratello, e poi riprende in mano il pennello. Mio padre, nel suo studio, che stende gesto su gesto, colore su colore, nell’esercizio della sua arte.

(la foto, di Julie Jo Fehrle, è tratta dal sito dello scrittore)
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