Appunti per uno studio su «Le mosche del capitale» di Paolo Volponi

Perché appunti? Perché non lo studio vero e proprio? Non ho né il tempo né le capacità per compiere un lavoro completo su Le mosche del capitale, il romanzo che Paolo Volponi diede alle stampe nel 1989 (di recente ripubblicato da Einaudi nella collana Letture, con la prefazione di Massimo Raffaeli). Al tempo stesso voglio comunque raccogliere qui le molte impressioni raccolte nel corso della lettura, che non si sa mai.

Sfrutto la comodità di internet e anziché impegnarmi in un’introduzione rimando semplicemente a un profilo dell’autore e a una sintetica scheda del romanzo in questione. E ora veniamo ai miei appunti.

Le mosche del capitale è un romanzo stilisticamente discontinuo dove si alternano forme quali l’elenco, la prosopopea, l’allegoria, la satira, la descrizione elegiaca, la poesia, la riproduzione di documenti burocratici, la compresenza di narratori in terza e prima persona, l’operetta morale.

Il tono lirico è sempre più apprezzabile rispetto a quello satirico. La forza del romanzo – e la sua subdola, offensiva ironia – sono tutte nello sguardo del narratore (dei narratori, perché ve n’è più d’uno appunto), anziché nei passaggi più dichiaratamente derisori. Riporto ad esempio questo brano, dove si gioca seppure moderatamente con i toni della caricatura:

Il professor Bruto Saraccini è un dirigente di seconda fascia della Direzione Generale del personale, relazioni sociali e pubblicità, immagini e servizi aziendali. Bello e discreto, efficiente, motivato, addetto alla selezione diplomati e laureati, quadri, addestramenti, carriere, retribuzioni, incentivi del personale di concetto e di comando. La sua funzione si arresta alla valutazione dei quadri per la nomina a dirigente. Invecchiano nei ranghi molti delusi di prima categoria. Ancora più vecchi e delusi in prima super.

e lo metto a confronto con questa bellissima descrizione, dove non c’è più ricerca di un effetto satirico e tutta la prosa restituisce uno sguardo misericordioso sulle cose:

4 maggio, ore 8. Dalle finestre di casa. Queste vallate che ritrova a piccole discese tra i fossi che il nuovo verde intenerisce e ricompone, sopra i dirupi, tra i boschetti e i campi di pochi passi, nelle misure austere delle querce ancora spoglie, nere, segnate di una verde menta a maglia, davanti alle più grandi colline a pascolo, fino ai primi contrafforti delle Prealpi modenesi… sono davvero la spoglia giacente della sua nostalgia, sempre più nuda di lontananza, sempre più viva e sempre più immaginaria. Per quanto nella veduta distesa ne capisca l’inerzia, e già anche adesso cerchi di superarla, vagheggiando la neve, sentieri appena aperti verso fumate e varchi selvaggi, echi e richiami ricorrenti, passaggi improvvisi e negati, invasioni di stormi migratori. Ieri nessuna impressione gli fece un branco di tordi, proprio sui pali del recinto del giardino, nella casa che abita… parvero fuori posto, inutile capriccio di un tempo perduto, mentre saliva in macchina per andare in ufficio, nell’industria. Eppure stridevano e si azzuffavano spaventati di quell’impunità: che li ammazzasse più del piombo di un cacciatore. Nell’industria batte diverso il cuore, e s’irrigidisce in fasi articolate l’umore, sopra i fattori di faticosità e le griglie del sistema salariale.

Il timbro lirico della narrazione è del resto impostato fin dall’incipit. Ecco un estratto dalla prima pagina:

La grande città industriale riempie la notte di febbraio senza luna, tre ore prima dell’alba. Dormono tutti o quasi, e anche coloro che sono svegli giacciono smemorati e persi: fermi uomini animali edifici; perfino le vie i quartieri i prati in fondo, le ultime periferie ancora fuori della città, i campi agricoli intorno ai fossati e alle sponde del fiume; anche il fiume da quella parte è invisibile, coperto dalla notte se non dal sonno. Buie anche le grandi antenne delle radiocomunicazioni e dei radar della collina. È un rumore del sonno quello di un tram notturno che striscia tra gli edifici del centro. Gli uomini le faiglie i custodi i soldati le guardie gli ufficiali gli studenti dormono, ma dormono anche gli operai: e non si sentono nemmeno quelli dei turni di notte, nemmeno quelli dei turni di guardia di ronda tra le schiere dei reparti o sotto le volte dei magazzini. Quasi tutti dormono sotto l’effetto del Valium, del Tavor e del Roipnol.

Ma dormono anche gli impianti, i forni, le condutture, dormono i nastri trasportatori delle scale mobili che depositano le pozioni chimiche nelle vasche della verniciatura o nei lavelli delle tempere. Dorme la stazione ferroviaria, dormono anche le farmacie notturne, le porte e le anticamere del pronto soccorso, dormono le banche: gli sportelli le scrivanie i cassetti le poste pneumatiche le grandi casseforti i locali blindati; dormono l’oro l’argento i titoli industriali; dormono le cambiali i certificati mobiliari i buoni del tesoro. Dormono i garzoni con le mani sul grembiule o dentro i sacchi di segatura. Dormono le prostitute i ladri gli sfruttatori le bande organizzate, i sardi e i calabresi; dormono i preti i poeti gli editori i giornalisti, dormono gli intellettuali; quanto caffè, alcool, fumo tra quelle ore. E mentre tutti dormono il valore aumenta, si accumula secondo per secondo all’aperto o dentro gli edifici.

Dormono i calcolatori, ma non perdono il conto nei loro programmi. È un problema di ordine, efficienza, produzione.

Appena ho letto queste righe mi sono tornati in mente i versi del celebre Notturno di Alcmane (qui nella traduzione di Salvatore Quasimodo):

Dormono le cime de’ monti / e le vallate intorno, / i declivi e i burroni; / dormono i rettili, quanti nella specie / la nera terra alleva, / le fiere di selva, le varie forme di api, / i mostri nel fondo cupo del mare / dormono le generazioni degli uccelli dalle lunghe ali.

Altra forma costantemente utilizzata nell’arco di tutto il romanzo è l’elenco. Volponi vi ricorre spessissimo sia nel discorso diretto che in quello indiretto. Curioso che a volte opti per la soppressione delle virgole:

Saraccini fu convinto a dire di sì, gratificato e attirato dalla densità di luci odori bellezza pelliccia voce.

altre volte,  invece, le inserisca:

Ah, come conosco gli umani di quel pianeta che bruciando produce l’energia necessaria al loro volo: molto bene, luogo per luogo, natura e costumi, gentilezza e probità, devozione, laboriosità, austerità, senso civico, tendenza al risparmio, semplicità e forza, primitive indulgenze cittadine e didattiche, canzoni, letture, feste religiose e civili, processioni, pellegrinaggi, santuari, osterie, ribalderia, delinquenza, fantasia, miseria. fatica.

Veniamo quindi all’uso della prosopopea, uno degli espedienti stilistici più efficaci del romanzo. Ne Le mosche del capitale, infatti, in diverse occasioni sono gli oggetti inanimati a prendere la parola. Quando la cosa avviene per la prima volta l’effetto è spiazzante. A parlare qui è la borsa del Presidente di una delle due società per le quali nel corso del romanzo lavora il protagonista Bruto Saraccini:

Sì, io sono la borsa personale del Presidente, quella bianca; sì, quella più aderente e intima che si porta sempre dietro. L’altra, quella nera dei conti, con i libri die bilanci neri è più grande e pesante, poco abituata a viaggiare e a parlare. Sta quasi sempre ferma, in ufficio o a casa, nel buio delle casseforti segrete. Io accompagno e servo il Presidente anche nei suoi viaggi e incontri privati e di vacanza, anche nei suoi rendez-vous amorosi. Sempre presente, in machina come sul tavolo o sul comodino o a fianco del letto, a portata di mano negli alberghi e negli appuntamenti. So tutto io del Presidente e della sua vita, anche dei suoi pensieri. Sì, perché spesso mi apre con uno scatto più rapido del solito che io riconosco subito quale urgente e pensieroso, e presa l’agenda o il diario scrive a mano di getto appoggiandosi contro di me, posso perfino vedere la sua calligrafia.

Poi più avanti è la poltrona del capo a parlare:

Non sono un trono, ma rappresento esattamente per il mondo di oggi disposto ai miei piedi ciò che un trono rappresentava in altre epoche della storia. E tutto questo da sola per me stessa; infatti anche isolata e vuota incuto giustamente timore e deferenza. Quando poi donna Fulgenzia si siede su di me, insieme costituiamo un unico gruppo: allora noi investiamo e muoviamo l’universo di luce proclami elargizioni benevolenze come di editti e di raccomandazioni.

e la poltrona del capo non può che essere classista…:

Solo una sciagurata volta, all’alba di un giorno infausto, una donna delle pulizie che spolverava e lucidava la scrivania presidenziale, il servizio da scrittura in argento, i fermacarte, i tagliacarte, la grande agenda delle udienze… che spolverava dunque piegandosi troppo in avanti, poveretta, magari per fervore, forse per il desiderio di far bene […] cadde di slancio a sedere sopra di me, che dovetti sentirla tutta grassa e molle anche se tesa dallo spasimo.

E per l’urto del grosso corpo di quella donna e per lo scatto che feci di repulsione e per tentare di sottrarmi a quella contaminazione indecente e purulenta, capitò che le mie rotelle furono così tanto e velocemente spinte all’indietro che traversai in un baleno anche degli acciai dei miei braccioli, inarrestabile, tutto lo spazio dietro di me.

Più avanti saranno i ficus a parlare, icona del potere burocratico-aziendale già codificata dai romanzi e dai film di Villaggio, poi si uniranno altri oggetti ancora. Ultimo in ordine di apparizione un dipinto di Roy Lichtenstein.

A un certo punto ha luogo quella che può essere considerata un’operetta morale, un dialogo tra la luna e un calcolatore elettronico. Volponi scrive qui una delle pagine più belle dell’intero romanzo. Ne riporto un frammento:

– Tu sei un calcolatore? – domanda la luna.

– Sì, un calcolatore elettronico.

– Non ti conoscevo, ma ho sentito parlare di te.

– Tu sei la luna?

– Sì

– Anch’io ho sentito parlare di te, alcuni dei miei sono stati programmati per la tua conoscenza. Anch’io ho ualche dato su di te. Potrei dirti con precisione dove sarai fra trecento anni a quest’ora.

– Lo so anch’io.

– Ma non conosci la curva dei tuoi luoghi praticabili, approdi possibili, ora per ora, e nemmeno l’esatta dislocazione dei medesimi. Dove accoglierai domani, a quest’ora, un’astronave?

– Non lo so. Ma io non devo accogliere nessuno, e il mio corso ha una fissità più grande di me e di qualsiasi calcolo tu possa fare.

[…]

– Devi sapere che ogni cosa appartiene al capitale… aumenta con un tasso di valore che io sono in grado di calcolare esattamente insieme con la velocità stessa dell’aumento e della sua accumulazione.

– E cos’è il capitale?

– La ricchezza la moneta il potere, ecco, più di ogni altra cosa è il potere.

– E a chi appartiene?

– Agli eletti, ai migliori, alla scienza.

– E tu fai parte di questa schiera?

– Certo.

– Ma allora quelli che ti manovrano ti sovrastano anche…

– No, affatto, solo una piccola parte… Sono io lo strumento delle decisioni del capitale.

– E quali sono gli uomini più vicini al capitale?

– Te l’ho già detto, quelli che comandano, il dottor Astolfo per esempio, che occupa la stanza qui accanto alla mia.

– Ci parli?

– No. Ma calcolo i suoi pensieri, dispongo nella pratica le sue operazioni, e anche le controllo… Sono una parte di lui.

– E cosa puoi dirmi di lui?

– Oh, non sposso fare discorsi personali, né tanto meno rivelare i pieni che mi sono affidati.

– Di me puoi fidarti… Ho ricevuto milioni di confidenze senza mai tradirle…

C’è poi questa poesia, quasi nascosta nel testo, offerta al lettore come pensiero del personaggio che ha in mano la narrazione in quel momento:

Io una volta scrissi una poesia sulla fabbrica, e non per presunzione ma per verità e poi per commozione e poi per documento di riconoscimento, non l’ho mai buttata via. Ancora la so a memoria e posso recitarla. Ma non avrebbe davvero più alcun senso recitarla, perché solo a ripensarla anche da lontano mi pare più vecchia di Garibaldi. Farebbe ridere una poesia con un cappello come quello di Garibaldi in testa. Oggi, solo uno stupido allenatore di calcio può tenere sulla testa un cappello come quello. Oggi io dovrei provare a scrivere un’altra poesia. Pressappoco così: Non officina né fabbrica né industria né città, no orizzonte no paesaggio nemmeno viaggi, no case no strada no tram, niente treno né corriera, nemmeno la vecchia miseria, no trasferimenti né turni, no cielo no faccio no acqua no libro no macchina no ferro no maglia no cintura no tasca no cazzo, più paura no carezze no parole no balli né partite, no ferie no paese no saliva, nemmeno ingoiare no sudare no respirare, forte più forte come uno vuole- No dolore. Nemmeno lavorare. Ecco, una poesia pressappoco così adesso potrei scrivere se avessi il tempo e la voglia di allora, e anche quel quadernetto che mi tenevo accanto al comodino.

Dopo questa panoramica sulle forme stilistiche usate dall’autore, una delle domande alle quali dovrebbe rispondere l’eventuale studio che non scriverò è: qual è il senso di questo caos formale? O meglio: nel formidabile dispiego di questa varietà di forme Volponi ha nascosto anche un significato ideologico o si tratta solo di un’esibizione virtuosa? Io propendo per la prima ipotesi e credo che questa eterogeneità sia un’allegoria dell’industria. (Nello studio, che non scriverò, lo dovrei dimostrare. Per fortuna questi sono solo appunti).

(la foto di Paolo Volponi è tratta da qui)

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2 pensieri riguardo “Appunti per uno studio su «Le mosche del capitale» di Paolo Volponi

  1. Leggendo il terzo capoverso: “Le mosche del capitale è un romanzo stilisticamente discontinuo dove si alternano forme quali…” non ho potuto fare a meno di pensare al libro che sto leggendo in questi giorni, il “Tristram Shandy” di Sterne. Per capire se è solo una suggestione o qualcosa di più, però, dovrei leggere il romanzo di Volponi, che non conosco.

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