Borges e i suoi gregari

Avevo sempre pensato che sarebbe stato meraviglioso poter ripristinare la mia condizione di verginità artistica (poter rileggere i miei libri preferiti per la prima volta, ascoltare come se non le avessi mai sentite le canzoni che adoro e che conosco a memoria). L’altro giorno però, mentre rileggevo per l’ennesima volta i racconti di Borges che amo di più, mi sono dovuto ricredere.

Quando avevo vent’anni Jorge Luis Borges era uno dei miei scrittori preferiti. Lo adoravo e lo ammiravo con una meraviglia che non riservavo a nessun altro dei miei beniamini. La differenza stava soprattutto in questo: mentre gli altri miei scrittori di culto di quel periodo mi conquistavano gradualmente, romanzo dopo romanzo (dovevo leggere almeno tre o quattro loro opere che mi piacessero davvero per farli entrare nel mio pantheon personale) con Borges era stato un colpo di fulmine. Era bastata la prima volta. Anzi, la prima riga.

Le cose sono andate più o meno così. Ero a casa di amici e scorrevo, come facevo sempre e come faccio ancora quando sono a casa d’altri, i titoli sugli scaffali. Tra questi c’era una copia di Finzioni di Borges (doveva trattarsi di una delle prime edizioni Einaudi, i libri appartenevano ai genitori dei miei amici che abitavano lì). La presi, senza un motivo preciso, e lessi l’inizio del primo racconto di quella raccolta, dall’indecifrabile titolo Tlön, Uqbar, Orbis Tertius:

Debbo la scoperta di Uqbar alla congiunzione di uno specchio e di un’enciclopedia.

Non avevo idea di chi fosse Borges, né avevo mai sentito parlare di quella raccolta. Ma bastò quella riga a farmi provare una sensazione di vertigine. La stessa che, paradossalmente, prova il narratore di Tlön, Uqbar, Orbis Tertius quando apre il volume che gli lascia in dono il vecchio inglese. La stessa che avrei provato di lì in poi leggendo la maggior parte dei racconti di Jorge Luis Borges. Bastò quella riga a farmi decidere, lì, seduta stante, che Borges era un mio mito. Ovviamente chiesi subito in presto la copia del libro ai miei amici e iniziai a leggerla la notte stessa, appena tornato a casa.

Non riuscivo a credere a quello che leggevo mentre sfogliavo le pagine di racconti come Le rovine circolari, La lotteria a Babilonia e, ovviamente, La biblioteca di Babele (che ancora oggi non posso fare a meno di considerare il racconto di Borges). Nei mesi seguenti cercai di procurarmi tutte le edizioni italiane dei libri di Borges in circolazione. Scoprii presto che di titoli disponibili ce n’erano ben pochi. Già Finzioni era piuttosto difficile da trovare. Trovai L’Aleph e Altre inquisizioni (mai riuscito a reperire invece il fantomatico Sette notti segnalato nella quarta di copertina dell’edizione Feltrinelli de L’Aleph. Solo a metà degli anni Novanta la Adelphi ha deciso di ristampare la quasi totalità del catalogo borgesiano). Questi nuovi titoli non solo non mi delusero ma anzi accrebbero il fascino già incontenibile che questo scrittore esercitava su di me. L’idea stessa che sta alla base di un racconto come L’Aleph mi sembrava incredibile. Non mi spiegavo, nella mia esaltazione di lettore adolescente, come mai la gente non esponesse dazebao lungo le strade della città per lodare un simile genio. Oppure il breve saggio Nuova confutazione del tempo, contenuto in Altre inquisizioni, con quella frase finale memorabile:

Il mondo, disgraziatamente, è reale. Io, disgraziatamente, sono Borges.

Insomma, c’era tutta questa meraviglia e ora era a mia disposizione, finalmente vi avevo accesso. Mi sentivo come un esploratore che aveva trovato l’Eldorado. Un Eldorado piccolo (tre volumetti smilzi di racconti brevi) ma sufficiente a contenere tutto il mondo dell’immaginazione che potevo desiderare. Il mio Aleph personale.

In questi ultimi vent’anni Borges l’ho letto e riletto, ho messo ordine nel mio Eldorado separando anche la meraviglia da ciò che mi interessava meno (sì i racconti sul labirinto e sui paradossi temporali, no quelli sui guappi e sugli accoltellamenti nelle bodegas, sì le poesie metafisiche, no quelle ultraiste). E ovviamente in tutti questi anni non ho potuto fare a meno di dirmi: che darei per poter rileggere questi racconti come se non li avessi mai letti. Riavvicinarmi, vergine, a un capolavoro come Finzioni. Poter leggere, di nuovo per la prima volta, l’incipit di quel racconto che venti anni prima mi aveva fatto innamorare di questo scrittore. Beh, l’altro giorno ho riletto per l’ennesima volta Tlön, Uqbar, Orbis Tertius e altri racconti e mi sono chiesto: ma come ha fatto a scoccare, allora, il colpo di fulmine?

Mi sono stupito nel pensare al me stesso di venti anni fa che leggeva un racconto simile e che… non si annoiava. Un racconto così impermeabile, pieno di parole che allora sicuramente non conoscevo (eresiarca, aporie eleatiche). Poi sono andato a rileggermi L’Aleph ed è stato peggio: prima di arrivare al cuore fantastico del racconto bisogna passare per una decina di pagine che, beh, non sono proprio emozionanti. Come è potuto accadere che io, ragazzo, con poche letture alle spalle, mi appassionassi così tanto a una scrittura del genere? Forse era proprio l’entusiasmo dei vent’anni, l’atteggiamento da fan: Borges rulez! e tanto bastava.

Oggi continuo a pensare che Borges sia un vertice insuperato di quel tipo di letteratura lì, ma sono altri aspetti a sedurmi. Mi piace l’altera gelidità dello stile, l’eleganza con cui certi dettagli che aprono baratri di possibilità creative inesplorate vengono buttati lì con noncuranza. Mi piace l’aristocratico ritrarsi dell’autore nelle sue costruzioni immaginifiche senza lasciare particolari accessi al lettore occasionale. Tlön, Uqbar, Orbis Tertius (scusate se insisto su questo) non è un racconto, non è un saggio, non è un frammento (fanta)autobiografico. Cos’è? Una meravigliosa prova di scrittura. Punto. Si potrebbero scrivere innumerevoli varianti di quel racconto (Borges è uno degli scrittori più pericolosamente imitabili, adesso ci arrivo) eppure la versione di Borges è l’unica che può veramente sorprendermi.

Ci ripensavo, e rinnovavo la mia ammirazione nei confronti dello scrittore argentino, qualche tempo fa quando mi è capitato di leggere due libri che si rifanno alla grande tradizione borgesiana. Il primo si intitola Lo specchio nello specchio (sic!) e l’edizione italiana (TEA, 1993) ha un labirinto in copertina (doppio sic!) ed è una raccolta di racconti di Michael Ende (sì, l’autore tedesco che ha scritto La storia infinita). Il secondo è sempre una raccolta di racconti, si intitola Il rotolo diafano e l’ha scritta Ioan Petru Culianu (una nuova edizione italiana è stata pubblicata dalla casa editrice Elliot quest’anno).

Leggere i racconti di Ende mi ha fatto l’effetto di bere una birra analcolica. Voglio dire, gli ingredienti sono gli stessi di una vera birra: malto, luppolo, eccetera. Ma non è mica per il sapore dei cereali che uno beve una birra, no? Insomma, non basta lavorare sui simboli del labirinto, del tempo, dello specchio, dei singoli racconti-capitoli che si richiamano l’un l’altro come in un gioco di specchi per ottenere quegli stessi risultati. Dov’è il salto, l’incanto? Dov’è la vertigine?

Con i racconti di Culianu è andata diversamente. Culianu non è uno che usa certe spezie tanto per colorare quello che scrive. Già la sua vicenda biografica (andatevi a leggere la voce dedicata a lui su wikipedia) è sorprendente. Ma appunto qui siamo a un altro livello di spessore. Anzi potrei dire che se i racconti di Ende sono una birra analcolica quelli di Culianu sono alcol puro. Troppo combustibile e quasi niente comburente. Il risultato purtroppo è lo stesso: la scintilla non scocca (di nuovo: dov’è il salto, l’incanto, la vertigine? eccetera, insomma ci siamo capiti).

Ma una cosa devo dirla, prima di chiudere: i racconti di Culianu, è vero, non mi hanno entusiasmato granché. La postfazione di Roberta Moretti, però, è bellissima. E vale il libro. Leggetelo.

(Nelle tre foto in alto, da sinistra: Jorge Luis Borges, Michael End e Ioan P. Culianu)

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11 pensieri su “Borges e i suoi gregari

  1. Lo specchio nello specchio l’ho letto dopo il capolavoro di Ende, Momo (che no, non ho riletto negli ultimi diciotto anni, ma ho fiducia), e prima di scoprire Borges e impazzire per Borges: sì, l’ho trovato decisamente analcolico. Poi ho scoperto Borges, sono impazzito per Borges, e rimuginando dopo qualche anno mi sono ricordato di Lo specchio nello specchio; mi sono detto: forse ora saprei apprezzarlo, forse non avevo capito, forse… L’ho riletto: peggio di prima. Ma attendo qualche altro anno, poi ci riprovo. 🙂

    Conosci Horacio Quiroga, Federico?

  2. No. 😀
    O sì, almeno ho la tua opinione.
    Ho acquistato L’oltre di Horacio Quiroga (Solfanelli Editore) alla Libreria Pickwick di Bologna. Nell’etichetta del prezzo c’è scritto che l’ho pagato o 3.500 lire o 1 euro e 81. Probabilmente ero attratto dal nome dell’autore, dal titolo, e da queste parole stampate sul risvolto di copertina:
    Segnati dalla tragica biografia di Quiroga, costellata di suicidi, di morti accidentali e da malattie, questi temi ci rivelano uno dei maestri del racconto fantastico latinoamericano, cui devono molto Adolfo Bioy Casares, Julio Cortázar e lo stesso Jorge Luis Borges. Un maestro nascosto, non riconosciuto ma inevitabile.
    Ma quali sono i temi di Quiroga di cui parla la bandella? Il primo racconto de L’oltre è “L’oltre”. Sempre sul risvolto si legge:
    […] lo scrittore esplora i limiti del reale spingendosi a inglobare nei territori della relatà [sic] quelli dell’aldilà, dell’oltre appunto (come nel piccolo capolavoro L’oltre che da il titolo a tutta la raccolta).
    Nell’esplorazione del mondo dei fantasmi Quiroga giunge quasi a stabilire lo statuto di una metafisica dell’oltre.
    Forse è un mio limite, ma, ogni volta che ho tentato di leggere L’oltre, non sono mai riuscito ad andare oltre “L’oltre”, cioè il primo racconto.
    Talvolta mi capita piuttosto di tornare indietro, per leggere l’Introduzione, intitolata “La metafisica dell’oltre”, scritta da Giuliano Soria.
    Soria scrive che in Narradores de América, Ediciones Alfa, Emir Rodríguez Monegal riporta un giudizio di Borges su Quiroga:
    “Ha scritto racconti che avevano scritto meglio Poe e Kipling”.

    Addendum
    Più avanti nell’Introduzione Soria scrive: […] l’impronta di un Poe o di un Kipling è eredità acquisita coscientemente dallo stesso Quiroga, che rende omaggio a questi autori proprio nel primo dei comandamenti contenuti nel suo celebre “Decalogo del narratore perfetto”: “Credi nel maestro – Poe, Maupassant, Kipling, Cechov – come in Dio stesso.

  3. Ops, ho calcolato male i tag.
    Naturalmente questa parte:
    lo scrittore esplora i limiti del reale spingendosi a inglobare nei territori della relatà [sic] quelli dell’aldilà, dell’oltre appunto (come nel piccolo capolavoro L’oltre che da il titolo a tutta la raccolta).
    Nell’esplorazione del mondo dei fantasmi Quiroga giunge quasi a stabilire lo statuto di una metafisica dell’oltre

    andrebbe tutta in corsivo, dato che proviene tutta dall’Introduzione di Soria.

  4. Seppi della biblioteca da un amico, mentre si scherzava sulla possibilità di digitare a caso una frase di senso compiuto. La cercai, affondai nella meraviglia, interminabilmente. E così volli imparare lo spagnolo. Impazzii di gioia per la complicità con una persona che non è più in questo tempo. Per ore rimasi stupito a contemplare la meraviglia delle aporie matematiche (*).
    Ringrazio il traduttore di Einaudi che ha incredibilmente tradotto “dos” con uno, con riferimento alle pareti libere da scaffali negli esagoni, scatenando le fantasie combinatorie più sfrenate per enumerare i grafi con vertici dello stesso ordine. Impressionante la perfezione di un’opera incompiuta, per continuare con la fantasia, que se abisma y se eleva hacia lo remoto, dove era stato lasciato aperto, con permutazioni casuali dei volumi della biblioteca in altre biblioteche contigue, e poi permutazioni casuali degli esagoni, e delle bibloteche che formano una metabiblioteca, sprofondando nella vertigine dell’infinito.

    Ho letto anche vari contributi sulla matematica della biblioteca, alcuni veramente divertenti. Ho anche avuto la sventura di leggere la biblioteca in inglese, rilevando l’inadeguatezza lirica di una lingua così perfetta nell’esposizione scientifica.

    Bellissimo il tuo commentario, mi ritrovo in tutti i punti dell’innamoramento. Per ora la magia continua ancora, ma capisco benissimo cosa significa rileggere molte volte lo stesso racconto e trovare sempre un sapore diverso, alla ricerca della meraviglia perduta della prima volta.

    (*) e.g., l’indice delle combinazioni di n simboli in m posizioni che sta in m posizioni, per n e m non banali

  5. Sai la banalità della domanda “il libro che porteresti sull’isola deserta”? Dopo Borges, per me ha una risposta ed è inconfutabile: FINZIONI! Il libro che contiene molti libri, peggio della biblioteca che contiene tutte le variazioni di libri dell’universo, del mondo che è esso stesso una sterminata biblioteca… ogni frase dischiude un baratro di possibilità immaginifiche, al pari del giardino dei sentieri che si biforcano.Ho apprezzato Lo specchio nello specchio e non creo che Ende volesse richiamarsi a Borges, il cui stile è chiaramente inimitabile. Sono i libri, più che gli autori, a parlarsi fra di loro: ne parlo qui http://grulloparlante.wordpress.com/2013/10/19/silenzio-in-biblioteca/

  6. Di Quiroga suggerisco caldamente i racconti “Le mosche”, “La chiamata”, “Il figlio” e “La signorina leonessa”, compresi nella raccolta “L’aldilà”, Ed. Arcoiris, 2016

  7. D’accordo con Greg: si tratta di racconti molto belli, ed è giusto suggerirne la lettura per apprezzare questo scrittore. “Le mosche”, “La chiamata”, “Il figlio” e “La signorina leonessa” sono tra i migliori della raccolta nella nuova edizione di Arcoiris, e con una traduzione che rende merito, finalmente, a Quiroga.

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