Le notevoli note di Trevisan

L’avvertenza che apre Tristissimi giardini, il nuovo libro di Vitaliano Trevisan pubblicato nella bella collana Contromano degli Editori Laterza, mi è sembrata inizialmente inopportuna:

Le note dell’autore, da considerarsi parte integrante del testo, sono contrassegnate da numeri romani e si trovano a piè di pagina. Le note a carattere bibliografico sono contrassegnate da numeri arabi e sono collocate nella sezione Note a fine volume.

Quanta pedanteria, ho pensato. Cosa avrà mai scritto di così decisivo Trevisan in queste note “da considerarsi parte integrante del testo” da preoccuparsi di distinguerle così esplicitamente dalle altre? A mano a mano che procedevo nella lettura di queste feroci e rinvigorenti riflessioni sulla provincia vicentina, così ben scritte che mi sono piaciute anche quando non mi trovavano d’accordo, ho dovuto però ricredermi.

Se le note a fine volume, infatti, sono poco più che riferimenti bibliografici (seppure l’autore in due di esse non perda occasione di rifilare anche qui un paio delle sue stoccate), quelle a piè di pagina non solo sono davvero parte integrante del testo, ma in alcuni casi ne costituiscono quasi la crema. Delle molte ne voglio trascrivere tre, che mi sono sembrate davvero notevoli.

Al giorno d’oggi si può dire che la chiacchiera politica da bar non esista più. Divenuta prassi nei toni, nelle espressioni, nel lessico e financo nel contenuto, grazie soprattutto alla classe politica dominante, ovvero quella neodestra speculatrice e fascistoide di cui già parlava Piovene (l’espressione è sua: vedi La coda di paglia), ha contaminato a tal punto il dialogo, ma direi la comunicazione politica nel suo complesso, che non è più possibile operare alcuna distinzione tra politica e politica da bar. La chiacchiera politica da bar è la politica punto.

Più avanti, parlando della nostra democrazia e definendola una democrazia importata, Trevisan chiosa a piè di pagina:

La questione non è di poco conto, specie per un popolo vecchio qual è il nostro; vecchio e al tempo stesso democraticamente giovane, un po’ il contrario degli americani, popolo giovane, come si sente dire fin troppo spesso, ma democraticamente vecchissimo, cosa che invece, stranamente, non viene mai evidenziata.

La terza e ultima che vi propongo, per vedere se è possibile far venir voglia di leggere un libro a qualcuno parlando delle note a piè di pagina anziché del testo vero e proprio, è questa:

Così come ci sono parole che, per riacquistare un senso, andrebbero tolte per un po’ dall’uso, altre ve ne sono che, dopo lunga quarantena, andrebbero riaccolte. Strana condizione quella in cui esiste il razzismo, ma non la razza, il classismo, ma non le classi eccetera. Ho la sensazione che togliere a talune parole la loro radice non migliori affatto la situazione ma, al contrario, la renda più confusa. Cosa che comunque, per molti, non è affatto uno svantaggio.

Sì, Tristissimi giardini merita. Solo che… maledizione! Nel testo Trevisan usa per ben due volte il “piuttosto che” con valore disgiuntivo. Questa è stata per me, davvero, una tristissima sorpresa.

L’immagine è tratta da qui.
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Un pensiero su “Le notevoli note di Trevisan

  1. Sono anni che il “piuttosto che” con valore disgiuntivo è entrato nell’uso comune; sarebbe ora di darlo per scontato e amen.

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