Requiem per Gutenberg

Vila-Matas ha un difetto. Scrive romanzi che parlano di altri romanzi e questo lo esclude a priori dall’attenzione di quel vasto parco di lettori che non hanno alcun interesse verso quella cosa sospetta che chiamiamo “letteratura”. Persone che legittimamente vogliono leggere storie avvincenti, ben scritte e con personaggi brillanti, insomma libri con tutte le loro cose a posto, e che tuttavia non subiscono il fascino del mondo letterario: le biografie degli scrittori, l’aura leggendaria che circonda le circostanze in cui sono stati composti grandi capolavori o libri oscuri, per non parlare poi di uno dei ruoli più sfuggenti del cinema letterario: quello dell’editore.

Invece Dublinesque, l’ultimo romanzo dello scrittore spagnolo Enrique Vila-Matas, ha per protagonista proprio un editore, Samuel Riba, che noi conosciamo nel momento in cui ha abbandonato la sua professione dopo una carriera invidiabile. Ex-alcolista, sposato con una donna che sta per convertirsi al buddismo (e questo lo lascia molto perplesso), Riba crede che la letteratura non abbia più nulla da dire, che sia giunta al capolinea. Il Grande Scrittore che ha cercato per tutta la sua vita, per avere l’onore di pubblicarlo, non è mai riuscito a trovarlo. Di partecipare alle fiere non ha più voglia, di essere lusingato e invidiato da piccoli editori indipendenti neanche. L’unica cosa che resta da fare è quella di recarsi insieme a un gruppo di amici fidati a Dublino per celebrare un solenne funerale: quello della letteratura, dell’era Gutenberg come la chiama lui. Nello stesso luogo di un celeberrimo funerale letterario: il Glasnevin Cemetery dove – nel capitolo 6 dell’Ulisse di James Joyce – vengono officiate le esequie di Paddy Dignam.

In fondo quasi tutti i libri di Vila-Matas parlano della fine della letteratura, in particolar modo Il mal di Montano (uno dei suoi romanzi che preferisco). Rispetto alle altre letture, però, stavolta le cose per me sono andate in modo un po’ diverso. In genere quando leggo i romanzi di Vila-Matas vengo assalito da un’iniziale nebbia di noia o stanchezza che si dissipa a mano a mano che procedo nella lettura (deve trattarsi di un incantesimo: in genere quando i libri mi annoiano fin dalle prime pagine li lascio perdere. Con Vila-Matas invece mi ostino a proseguire) e superata la metà del testo sono totalmente conquistato dall’abilità dell’autore e dalla materia narrata. Stavolta invece l’intesa è scoccata fin da subito.

Fin dalle prime pagine si respira questa prosa grigia, piovigginosa, davvero suggestiva. Tutto è quieto e malinconico e se vi piace il genere Dublinesque non vi deluderà. Per non parlare poi dei mille riferimenti letterari nascosti tra le pagine. La frase “È mezzanotte. La pioggia sferza i vetri” (dal romanzo Molloy di Samuel Beckett) spunta qua e là nel testo, quasi un mantra carsico. Così come a volte Riba è in cerca di altre voci, altre stanze (Capote) o del raggiungimento dell‘ora del vero sentire (Handke). Ma davvero non si contano le citazioni di scrittori, libri, critici e topoi della geografia letteraria.

Se per tre quarti del romanzo il nume-guida è Joyce, verso il finale cresce sempre di più l’importanza di Beckett nelle considerazioni di Riba circa le sorti della letteratura. Il protagonista ricorda un particolare che Samuel Beckett confessò al suo biografo James Knowlson:

Compresi che Joyce era andato il più avanti possibile nella direzione della conoscenza per mezzo del controllo sulla materia. Faceva delle addizioni progressive, basta guardare i suoi manoscritti per capirlo. Compresi che invece la mia via consisteva nell’impoverimento, nella mancanza di conoscenza e nel togliere, nella sottrazione piuttosto che nell’addizione.

E ovviamente Riba non può non vedere in questo un richiamo a quella fine della letteratura che lo sta ossessionando. Infatti, così commenta:

Con quella rivelazione di Beckett, la storia dell’era Gutenberg e della letteratura in generale aveva iniziato a somigliare a un organismo vivente che, giunto all’apice della sua vitalità con Joyce, ora, con l’erede diretto ed essenziale, Beckett, conosceva l’irruzione di un senso del gioco più estremo che mai, ma anche l’inizio del gravoso declino della forma fisica, dell’invecchiamento, della discesa verso il molo opposto a quello dello splendore di Joyce, la caduta libera in direzione del porto dalle acque torbide della miseria, lì dove negli ultimi tempi, e già da molti anni, passeggia una vecchia prostituta con un impermeabile logoro, su un molo solitario sotto la pioggia.

Non vorrei avervi dato l’impressione di un libro cupo, deprimente. Dublinesque (uscito da poco per Feltrinelli) è sì un libro triste, ma dolce e umano. Alla fine della lettura ci si sente parte di qualcosa, ancorché morente, e si è orgogliosi di esserlo. C’è un grande senso di misericordia verso le cose e viene quasi la voglia di raggiungere i personaggi in quella cappella del Glasnevin Cemetery e unirsi all’orazione funebre per l’era Gutenberg, chiudendo poi in bellezza magari, in un caldo pub lungo le rive del Liffey.

Alla fine risulterà vero che la fine del mondo non è così lontana. In realtà si è sempre previsto che quella fine non poteva essere molto lontana. Mentre la aspettano, gli esseri umani si intrattengono celebrando funerali, piccole imitazioni del grande finale a venire.

L’immagine è tratta dal sito dell’autore

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Un pensiero riguardo “Requiem per Gutenberg

  1. Interpretazione del libro che condivido perfettamente, anche se non ho ancora finito di leggerlo. Concordo poerfettamente con il fastidio, quasi la noia iniziale della lettura, senza, poerò, che questo porti ad abbandonarla, Sono estremaente interessanti i riferimenti letterari che trovo pertinenti, logici (il protagonista è un editore di successo in pensione) e affascinanti. Trovo, infine, di gande bracura la descrizione dei sentimenti del pensionando, anche se in rewaltà è o sembra già pensionato.

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