Due sguardi su New York

Ci sono dei periodi in cui faccio fatica a leggere narrativa (per dire, ho mollato a metà due romanzi che pure mi stavano piacendo: Il dono di Nabokov e Chronic City di Jonathan Lethem). Sono i periodi in cui mi concedo una vacanza nella saggistica. Mi è capitato così, più o meno per caso, di leggere uno dopo l’altro due saggi – pubblicati entrambi di recente – dedicati alla letteratura statunitense. Il primo si intitola Desiderio e lontananza, lo ha scritto Barbara Lanati ed è uscito per Donzelli. Il secondo è New York è una finestra senza tende, lo ha scritto Paolo Cognetti ed è uscito per la collana Contromano di Laterza (by the way, diciamolo: Contromano è una delle collane più interessanti dell’attuale panorama editoriale italiano).

Molte le differenze tra i due libri: Barbara Lanati è una docente universitaria, Paolo Cognetti è un “giovin scrittore” (forse ex-“giovin”, ormai). Il testo della Lanati spazia nel vasto dominio della letteratura anglo-americana, quello di Cognetti si focalizza su New York ed è costruito come una guida turistico-letteraria volutamente imperfetta. Eppure ci sono caratteristiche che li accomunano e che fanno sì che il primo non si areni nelle secche dell’accademia e il secondo si elevi oltre il basso orizzonte del post-giovanilismo: queste caratteristiche sono l’agilità della scrittura e la capacità di restituire ritratti vivi degli scrittori e dei luoghi narrati.

Confesso la mia preferenza per il lavoro di Cognetti (bellissima la storia del ponte di Brooklyn, le vite parallele di Whitman e Melville, il toccante finale), ma non dimentico le pagine della Lanati dedicate a Dora Carrington, Vita Sackville-West o al Moll Flanders di DeFoe.

Comunque, ecco qui due estratti prettamente newyorkesi dai libri in questione. Due estratti che potremmo considerare antitetici. Il primo viene dal saggio della Lanati e dipinge la Grande Mela come la metropoli della schizofrenia:

L’uomo della folla, l’uomo di New York: l’uomo di cui, con occhio spietato e lungimirante, Poe disegna la follia: i mostri del profondo e le loro raffigurazioni, la perversione del desiderio e il desiderio inconfessato, istintivo e forte di perversione. Tutto Poe vede e disegna, con il distacco di chi è abituato a essere frainteso e solo, con l’eleganza di chi accosta la barbarie di New York senza dimenticare che la volgarità, a dispetto del proprio background, è anche dentro ognuno di noi. Così e per questo New York prometteva e assicurava, allora come oggi, ai propri visitatori, un’esperienza unica e sconvolgente. Così e per questo, percorrendola oggi si coglie il senso delle riflessioni di Poe sul gusto e sull’arredamento, sull’architettura e sulla solitudine umana. Sull’amore e sulla schizofrenia, parola, quest’ultima, caduta in disuso grazie alla rassicurante complicità di medicina, chimica, prozac e new age. Perché New York è anche questo: un corpo stupendo su cui la schizofrenia ha lasciato cicatrici che nessuna forma di chirurgia estetica saprà cancellare. New York ha talmente a lungo e intensamente cercato e sognato di diventare ed essere il luogo cosmopolita per eccellenza, la città ideale in cui finalmente fosse dato a chiunque spazio e libertà di pensiero e parola, tanto da essere arrivata al punto di disintegrarsi, letteralmente. Un coacervo di luoghi in cui tutto cambia: l’architettura, l’abbigliamento della gente, gli odori, gli umori e anche la lingua.

Ecco invece un brano tratto dal libro di Cognetti e New York (o “Gotham” come la chiama l’autore) è qui vista come una città teneramente utopista:

Il pennone dell’Empire State Building non è stato progettato per essere un elemento decorativo, ma un attracco per dirigibili. Nella testa di chi l’ha immaginato, verso la fine degli anni Venti, il dirigibile sarebbe stato ormeggiato lassù come una nave da crociera in porto, e i passeggeri sarebbero scesi in città per una cena elegante e un giro di bevute, e poi magari una festa da ballo, l’opera lirica al Metropolitan, una notte al Plaza. La mattina seguente, dopo colazione, avrebbero preso l’ascensore fino al centoduesimo piano e sarebbero ripartiti per Boston o Philadelphia o Chicago. Non è una fantasia meravigliosa? E non è incredibile che un architetto l’abbia immaginata, e un milionario l’abbia finanziata, e una squadra di muratori l’abbia resa reale? In questa fede nell’immaginazione c’è l’anima di New York. La città dei cacciatori di fortuna, dei poeti visionari e dei sogni infranti. Un attracco per dirigibili. Le vite spese a cercare di scrivere il Grande Romanzo Americano. Forse è superfluo dire che il pennone dell’Empire non ha mai svolto la sua funzione: tra vento e fulmini si rivelò ben presto il posto peggiore al mondo dove ormeggiare un dirigibile, e così fu convertito ad antenna televisiva. Dopo il crollo delle Torri Gemelle è tornato a essere il punto più alto di New York, la mano con cui la città dei sognatori cerca di acchiappare il cielo.

 

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6 pensieri riguardo “Due sguardi su New York

  1. Ho letto con interesse. Ho discusso la mia tesi con Barbara Lanati nel 2005. Ti consiglio “Pareti di Cristallo” riflessioni sul suo lavoro di traduttrice letteraria (edizioni BESA).

    Saluti
    Ivan

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