L’uccellatore a Bologna

Domenica prossima, 14 novembre 2010, a Bologna, nel cortile di Palazzo d’Accursio, si terrà una “Maratona di lotta e lettura” dedicata al tema del lavoro. Partecipano Pino Cacucci, Stefano Tassinari, Gianluca Di Dio, Silvia Torrealta, Michela Turra, Gabriella Ghermandi, Saverio Fattori, Alberto Masala, Gianluca Morozzi e Grazia Verasani.

Saverio Fattori ha scelto di leggere alcune pagine dal mio racconto L’uccellatore, tratto dalla raccolta Buon lavoro.

Qui i dettagli dell’evento su Facebook.

Ecco il testo integrale del racconto:

L’UCCELLATORE
(Progressione geometrica)

Il telefono ha squillato. Uno squillo solo, più breve del solito. Ho alzato la cornetta comunque. Si è sentito un fischio cupo, costante. Ho riagganciato. Il telefono ha squillato di nuovo, stavolta nel modo solito. Ho alzato la cornetta.
«Sì?», ho detto.
«Tenore?», ha chiesto una voce.
«Sì», ho risposto io.
«Buongiorno, è la reception. C’è un pacco per lei», ha detto la voce.
«Va bene, faccia salire», ho detto io. Ho riagganciato.
Ho rivolto lo sguardo al documento sul monitor. Ho cliccato in un punto bianco dello schermo. Poi con i tasti ho fatto fare su e giù al testo un paio di volte. Il telefono ha squillato di nuovo.
«Sì?», ho detto.
«Tenore, il pony vuole sapere dov’è la sua stanza», ha detto la voce di prima. Sono stato in silenzio per qualche secondo. «È la solita. Quella che avete voi a sistema», ho risposto poi.
«Sì, ma il pony dice che vuole sapere esattamente come ci si arriva», ha detto la voce.
«Quando esce dall’ascensore deve girare a destra», ho detto io. C’è stato qualche secondo di silenzio. «Comunque ci sono le targhette sulle porte», ho detto poi. «Sì, sì, va bene, grazie», ha detto la voce. Ha riagganciato.
Sono tornato a guardare lo schermo. Ho sgranato gli occhi. Poi li ho socchiusi. Li ho riaperti e ho ricominciato a leggere il documento. Il telefono ha squillato.
«Sì?», ho detto.
«Sì, mi scusi, il pony qui vuole sapere… esattamente… quando è uscito dall’ascensore ed è andato a destra, dopo quante porte c’è la sua stanza?», ha detto la voce.
Sono stato qualche secondo in silenzio. Ho guardato il numero sul display. Era il numero della reception. «Non lo so», ho risposto. Siamo rimasti entrambi in silenzio. «Dopo tre o quattro porte credo… sulla destra», ho detto poi.
Dalla cornetta è provenuto un borbottio. Poi ho sentito il portiere che si schiariva la voce. «Non è che potrebbe controllare?», mi ha chiesto. Non ho detto nulla. Ho guardato il monitor. Ho chiuso il documento che stavo leggendo. «Un attimo», ho detto. Ho appoggiato la cornetta accanto alla tastiera del computer e mi sono alzato.
Ho aperto la porta. Nel corridoio è passato Romoli con un caffè in mano. «Ciccio, tra un po’ si va a mensa, eh?», ha detto. Io l’ho guardato senza rispondere. «Ciccio dormi?», ha detto Romoli. Con l’indice destro ha premuto contro la mia pancia e ha fatto un fischio. Io ho fatto un salto indietro. Romoli ha proseguito. Quando non era più in vista mi sono affacciato meglio. Ho contato le porte tra lo sbarco ascensori e la mia. Erano tre. Sono rientrato.
Ho preso la cornetta. «La mia è la quarta porta sulla destra», ho detto. Dall’altra parte non ha risposto nessuno. «Pronto?», ho detto. Si sentivano solo voci di sottofondo. «Pronto?», ho detto a voce più alta.
Si è sentito un rumore forte, poi qualcuno ha sbuffato. «Pronto?», ha detto una voce femminile. «Pronto, è la reception?», ho chiesto io. «Sì», ha risposto la donna. «Mi può passare il suo collega?», ho chiesto io. «Quale collega?», ha risposto la donna.
Sono rimasto qualche secondo in silenzio. «Qualche minuto fa ho ricevuto una telefonata dalla reception, da voi. Era un uomo», ho detto io.
«Ah, Fantinelli», ha detto la donna. «Ecco, me lo può passare?», ho chiesto io. «Ma Fantinelli è appena andato via, ha finito il turno», ha detto la donna. C’è stato qualche secondo di silenzio. «Ma lei chi è?», mi ha chiesto poi la donna.
«Sono Tenore», ho detto io. Non c’è stata nessuna risposta. «Forse mi può aiutare lei», ho detto io. «Ma certo, mi dica», ha detto la donna. «Ecco, lì ci dovrebbe essere un pony con un pacco per me». C’è stato qualche secondo di borbottio distante. «Sì, effettivamente c’è un pony con un pacco per Tenore. Lo mando su?», ha chiesto la donna. «No», ho detto io. C’è stato qualche secondo di silenzio. «Ah», ha fatto la donna. «Voglio dire, prima gli dica che la mia porta è la quarta sulla destra», ho detto io. «Ah, l’ubicazione che abbiamo a sistema non è corretta?», ha chiesto la donna. «No, è giusta. Solo che il pony vuole sapere quante porte ci sono tra l’ascensore e la mia stanza…», ho detto io. C’è stato qualche secondo di silenzio. «Va bene, glielo dico. Arrivederci», ha detto la donna. Ha riagganciato.
Ho ripreso il mouse e ho cominciato a cercare il documento che avevo chiuso prima. Ha subito squillato il telefono. Ho alzato la cornetta.
«Sì?», ho detto.
«Ciccio, è mezz’ora che è occupato, con chi stavi parlando?», ha detto Romoli.
«Oh, Romoli, la mensa… Mi sa che non posso venire. Sto…». Romoli mi ha interrotto.
«Ma quale mensa. Ti chiamo dalla 115. Raggiungimi qui. Laurenti e la Delfini si sposano, no? C’è un buffet che svieni», ha detto Romoli.
«Laurenti e la Delfini si sposano?», ho detto io.
«E che non lo sapevi?», ha chiesto Romoli.
«No», ho detto io.
«Ciccio tu non sai mai un cazzo. Ma com’è ’sta cosa?», ha detto Romoli. Ha riso. Io non ho risposto nulla.
«Sono quindici anni che stai in quest’azienda e non ti accorgi mai di niente», ha detto Romoli poi.
Sono rimasto in silenzio per qualche secondo. «Comunque adesso arrivo», ho detto io.
In sottofondo ho sentito un voce che chiedeva “ma chi è? Tenore?” e Romoli dire “sì”. Poi si è sentito un rumore frusciante. «Tenoreeeee! Alza il culo e vieni!», mi ha urlato nell’orecchio una voce che non ho riconosciuto. Si sono di nuovo sentiti dei rumori, risate sommesse. «Ciccio, vieni dai», ha detto poi Romoli e ha riagganciato.
Il telefono ha squillato subito dopo che avevo messo giù.
«Sì?», ho detto io.
«Tenore?», ha chiesto una voce femminile.
«Sì», ho risposto io.
«Salve, è la reception», ha detto la donna.
«Mi dica», ho detto io.
«Mi scusi… dopo quante porte ha detto che c’è la sua stanza?», ha chiesto la donna.
«Tre», ho risposto io.
«Ok, terza stanza», ha detto la donna.
«No», ho detto io.
«No?», ha chiesto la donna.
«No», ho detto io.
C’è stato qualche secondo di silenzio.
«Se ci sono tre porte tra l’ascensore e la mia stanza, la mia stanza è la quarta porta dopo l’ascensore», ho detto io.
«Vabbe’, dipende da come uno conta», ha detto la donna.
C’è stato qualche secondo di silenzio.
«Senta, facciamo così, mandi su il pony e gli dica che lo aspetto in corridoio», ho detto io. Ho riagganciato.
Mi sono alzato e ho aperto la porta. Ho guardato fuori. Non c’era nessuno. Sono rientrato in stanza. Ho guardato l’orologio. Ho alzato la cornetta. Ho iniziato a comporre un numero. Poi ho riagganciato. Sono uscito di nuovo. Il corridoio era deserto. Sono uscito chiudendomi la porta alle spalle. Ho raggiunto il bagno per lavarmi le mani. Dopo aver chiuso il rubinetto mi sono girato verso il distributore delle salviette. Era vuoto. Ho sgrondato le mani nel lavandino. Sono uscito per cercare altre salviette nel bagnetto accanto. La porta era chiusa dall’interno. Da dentro arrivava il rumore continuo dello sciacquone. Ho bussato. «È occupato?», ho chiesto. Nessuno ha risposto. Ho di nuovo fatto forza sulla maniglia con la mano bagnata. Era bloccata. Sono uscito con le mani che gocciolavano piano.
Nel corridoio c’era il pony con un pacco sotto l’ascella e un foglio in mano. Con il braccio libero stava bussando alla terza porta dopo l’ascensore. «Buongiorno, cerca me immagino», ho detto arrivando di corsa.
Il pony mi ha guardato, poi ha guardato il foglio che aveva tra le mani. L’ha prima allontanato e poi riavvicinato ai suoi occhi. Poi mi ha guardato. Non ha detto nulla.
«Sono Tenore», ho detto io. Ho indicato il pacco con un cenno del mento. «È il pacco per me», ho detto.
Il pony mi ha guardato di nuovo, poi ha dato un’occhiata alla porta avvicinandosi con il naso alla superficie. «Quella lì non è la mia porta», ho detto io. Il pony mi ha guardato, poi ha guardato il foglio.
«La mia porta è questa», ho detto indicando la mia stanza.
«Ma lì ci ho già bussato e non c’è nessuno», ha detto il pony.
«È chiaro che non c’è nessuno. Sono qui. Ero fuori stanza», ho detto io.
Il pony mi ha guardato. «Come mai era fuori stanza? Giù alla portineria non le hanno detto che stavo salendo?», mi ha chiesto poi.
C’è stato qualche secondo di silenzio.
«Il pacco…», ho detto. Il pony mi ha guardato. Io ho aperto la porta. Sono entrato e mi sono seduto alla scrivania. «Venga, si accomodi», ho detto al pony.
Il pony è entrato. Si è guardato intorno. «Quanti anni sono che lavora qui lei?», mi ha chiesto. L’ho guardato senza dire nulla. Il pony ha sorriso senza staccarmi gli occhi di dosso. «Quindici», ho detto poi abbassando lo sguardo.
«E lei in quindici anni ancora non sa quante porte ci sono tra l’ascensore e la sua stanza?». Ho guardato il pony senza dire nulla. Il pony sorrideva. «Non sono stato sempre qui», ho detto. Il pony si è guardato nuovamente intorno. Io ho guardato il pacco sotto il suo braccio.
«Ah», ha fatto il pony. Ha poggiato il pacco davanti a me sulla scrivania. Era una piccola scatola di cartone, quasi completamente ricoperta di scotch da pacchi.
«Firmi qui», ha detto il pony. Ha appoggiato sul pacco un foglio con una lunga lista di nomi. Non erano in ordine alfabetico. Ho cercato il mio cognome. «Qui», ha detto il pony picchiettando con una penna in un punto del foglio. Ho visto un minuscolo puntino d’inchiostro. Ho lasciato la mia firma a partire da quel punto, coprendo in parte lo spazio per il cognome sopra il mio.
Ho sollevato gli occhi verso il pony. Il pony mi ha guardato senza dire nulla. Poi ha guardato la mia firma sul foglio. Ha riabbassato lo sguardo sul pacco e poi ancora verso di me. «Arrivederci», ha detto alla fine. È uscito senza chiudere la porta.
Ho preso il pacchetto con tutte e due le mani. Era molto leggero. L’ho riappoggiato sulla scrivania. Con l’unghia del pollice ho cercato di sollevare uno degli strati di scotch che lo ricoprivano. Ha squillato il telefono.
«Sì?», ho detto io.
«Ciccio, guarda che mica sei tu lo sposo che ti puoi fare aspettare così. Qui Laurenti si offende», ha detto Romoli.
«Arrivo», ho detto io e ho riagganciato. Ho lasciato il pacchetto sulla scrivania e sono uscito.
Sono arrivato alla 115. Fuori c’era Romoli con la segretaria di Mannino. «Oh Ciccio, finalmente», ha detto Romoli. Ho sorriso a tutti e due. Ho messo un piede nella stanza. Romoli mi ha tirato per la giacca. «La tua quota per il regalo l’ho messa io», mi ha detto a bassa voce in un orecchio. «Grazie», ho detto io. Sono entrato.
Dentro c’erano una dozzina di colleghi. Avevano unito le due scrivanie al centro e avevano sistemato lì sopra i vassoi con tramezzini e pasticcini e quattro o cinque bottiglie. Sono andato dritto in fondo, dove c’era Laurenti. «Congratulazioni», ho detto stringendogli la mano. «Ciao Tenore», mi ha detto Laurenti. Mi sono guardato intorno. «Ma davvero non sapevi niente?», mi ha chiesto Laurenti. «Eh, no», ho detto io. Ho guardato la stanza cercando la Delfini. «Prendi qualcosa, dai», mi ha detto Laurenti. Mi ha indicato i due tavoli al centro.
Ho preso un tramezzino e un bicchiere di plastica che qualcuno aveva riempito a metà con lo spumante. Sono uscito nel corridoio.
Dalla stanza accanto è uscita la Delfini con altre due colleghe. Sono andato verso di lei. «Allora, auguri», ho detto. La Delfini si è avvicinata e mi ha baciato prima sulla guancia sinistra, poi sulla destra. «Grazie», ha detto sorridendo. La segretaria di Mannino ha preso la Delfini sottobraccio e si è allontanata con lei lungo il corridoio. Dalla stanza è sbucato fuori Santoro ridendo forte. «Signori, io me ne torno nel loculo!», ha detto ridendo e ha fatto larghi gesti con le braccia per salutare tutti. Io ho fatto un cenno di saluto e l’ho seguito allontanarsi verso gli ascensori.
«Vai, vai, che nel loculo tra un po’ ti ci mettono per sempre», ha detto Romoli a bassa voce. L’ho guardato senza dire nulla. Romoli mi ha guardato. «Lo sai, no?», mi ha chiesto poi. Io ho fatto segno di no con la testa.
«Vanno in progressione geometrica», ha detto Romoli. Io l’ho guardato senza dire nulla. Ho vuotato il bicchiere in un colpo solo. Romoli mi ha guardato. «Questo mese dice che ne impallinano quattro», ha detto.
Io mi rigiravo il bicchiere vuoto tra le mani. «A febbraio hanno fatto fuori Di Blasi», ha detto Romoli. Ho guardato nel bicchiere. C’era rimasta solo una goccia di schiumetta gialla. «A marzo hanno seccato Testa e Castellani», ha detto Romoli sempre a bassa voce.
«Che c’entra? Castellani ha dato lui le dimissioni…», ho detto io.
«Seee le dimissioni… Beato a te ciccio», ha detto Romoli.
Ho riportato il bicchiere alle labbra e ho rovesciato la testa indietro. La goccia mi è scivolata giù lentamente.
«E insomma: uno a febbraio, due a marzo e adesso quattro a aprile», ha detto Romoli. Mi ha guardato senza dire nulla. «Progressione geometrica, no?», ha detto poi.
«E uno di questi quattro…», ho detto io.
«Santoro», ha detto Romoli.
Dalla stanza si sono sentiti scoppi improvvisi di risate. Poi è partito un coro a battimani.
«E gli altri tre chi sono?», ho chiesto io. Romoli ha fatto una smorfia. «Colpiscono il middle-management», ha detto poi. Io l’ho guardato senza dire nulla. «Il ventre molle dell’azienda», ha detto lui. Ho passato il dito intorno al bordo del bicchiere di carta.
«A proposito di ventre molle, ciccio…», ha detto Romoli e mi ha tastato la pancia con l’indice. Io ho fatto un salto indietro. Romoli è scoppiato a ridere. «Ma che c’hai paura? Ti pensi che ti seccano a te? Ma se quelli manco si ricordano che esisti», ha detto Romoli sempre ridendo.
Dentro la stanza hanno applaudito. Io ho guardato l’orologio. «Senti, io rientro», ho detto. Romoli mi ha dato una pacca sulla spalla. «Me ne vado pure io che mi sono rotto le palle», ha detto Romoli. Mi sono affacciato nella stanza. «Ciao a tutti!», ho detto a voce alta, facendo un largo gesto di saluto con la mano. Non mi ha risposto nessuno. Sono andato via.
Sono arrivato alla mia stanza. Mi sono buttato sulla sedia. Il pacchetto di cartone era davanti a me. L’ho ripreso tra le mani. Con l’unghia ho continuato a sollevare la striscia di scotch che avevo cominciato a staccare prima. Veniva via male, si sfilacciava. Ho preso un paio di forbici dal cassetto e ho cercato di tagliare cartone e scotch insieme. Ha squillato il telefono. Ho alzato la cornetta.
«Sì?», ho detto.
«Ciccio, la sai l’ultima?». Era Romoli.
«Romoli, ho un attimo da fare, ci possiamo sentire dopo?», ho detto io.
«Ma quale dopo. Questa te la devo dire subito», ha detto Romoli.
Io non ho detto niente. C’è stato qualche secondo di silenzio.
«Ciccio ci sei?», ha chiesto Romoli.
«Dimmi», ho detto io. Ho sistemato la cornetta tra la spalle e l’orecchio. Con tutte e due le mani libere ho ripreso a trafficare con il pacchetto.
«Se ti arrivasse un pacchetto con dentro una quaglia morta, tu che penseresti?»
Ho lanciato il pacchetto sulla scrivania. «Eh?», ho detto. Romoli ha ridacchiato.
«Romoli che stai dicendo?», ho chiesto.
«Dice che è un’idea del capo del personale», ha detto Romoli.
«Che idea?», ho chiesto io.
«Quando sa che stanno per seccare qualcuno, lui gli fa recapitare un pacchetto con dentro una quaglia morta», ha risposto lui.
«Ma chi è che si inventa queste stronzate?», ho detto io. L’ultima parola l’ho detta a voce alta.
«Ciccio, calmati. Non sono stronzate. Con Di Blasi è andata così. E il mese dopo sono arrivate altre due quaglie al terzo piano», ha detto Romoli.
Io sono rimasto qualche secondo in silenzio. Ho respirato forte. Ho guardato il pacchetto. Con la punta del mignolo ho sfiorato uno degli spigoli. «E certo. Adesso l’ufficio personale si mette a spedire uccelli morti», ho detto io. Poi ho provato a fare una risatina secca, ma non è uscita.
«Eh, ciccio, lo dicevano che quello nuovo di Milano era mezzo matto», ha detto Romoli.
«Ma piantala», ho detto io. Siamo rimasti qualche secondo in silenzio tutti e due.
«Insomma, pare che stamattina hanno consegnato quattro pacchetti. Chi li apre ci trova la quaglia. E tempo qualche giorno…». Poi Romoli ha fatto un risucchio strozzato. «È come ti avevo detto, no?», ha detto poi.
«Come mi avevi detto cosa?», ho chiesto io.
«Progressione geometrica. Un pacchetto a febbraio, due a marzo e adesso quattro ad aprile», ha detto Romoli.
Io non ho detto nulla. Ho guardato il pacchetto respirando forte.
«Ciccio tutto bene? Ti sento strano», ha detto Romoli.
«Romoli ti devo lasciare. Ci sentiamo dopo», ho detto io. Ho riagganciato senza guardare. La cornetta è scivolata dalla base del telefono e ha penzolato sfiorando il pavimento. Dopo qualche secondo si è cominciato a sentire tu-tu-tu-tu. Mi sono alzato di scatto. Ho preso il pacchetto tra le mani e sono andato verso la finestra. L’ho aperta. Ho guardato giù. Per qualche secondo ho tenuto il pacchetto tra le mani, sospeso nel vuoto. Giù nel cortile interno c’era uno della reception che stava passeggiando. Ha guardato in alto. Appena ha incrociato il mio sguardo ho fatto un salto indietro. Il pacchetto mi è caduto dalle mani sul pavimento. L’ho raccolto.
Ho aperto la porta. Ho guardato fuori nel corridoio. Non c’era nessuno. Ho infilato il pacchetto sotto la giacca e sono andato verso i bagni. La porta da cui veniva il rumore continuo dello sciacquone era sempre chiusa. Qualcuno ci aveva attaccato un foglio di carta con lo scotch. Sopra c’era scritto guasto con un pennarello verde. Sono andato nell’altro bagnetto.
Mi sono chiuso la porta alle spalle. Ho girato il nottolino e ho controllato che la porta fosse davvero bloccata. Ho tirato fuori il pacchetto da sotto la giacca. L’ho infilato nel buco della tazza del gabinetto. Era troppo grande. L’ho spinto. Non passava. L’ho ritirato fuori. L’acqua sul fondo della tazza aveva già inzuppato il cartone. Sulle parti ricoperte dallo scotch l’acqua si era raccolta in piccole goccioline tese. Ho respirato forte.
Ho infilato tutte e cinque le unghie della mano destra nella parte zuppa della scatola di cartone e ho tirato forte verso l’alto. Ho affondato le dita il più possibile e ho continuato a tirare. La scatola si è lacerata. Lo scotch teneva ancora insieme i brandelli di cartone. Ho continuato a tirare ansimando. La scatola si è rotta.
Dentro la scatola, in mezzo alla granella di polistirolo, c’era un altro pacchetto, qualcosa avvolto in un cellophane opaco tenuto insieme da molti giri di scotch. Non sono riuscito a capire cosa fosse. Ho buttato la granella e i pezzi di cartone nel cestino. Ho preso l’involto e l’ho lasciato cadere nella tazza del gabinetto. Ho tirato l’acqua. Per alcuni secondi l’involto è scomparso nella cascata. Quando il flusso è finito l’involto è riapparso sul fondo.
Ho sentito dei passi all’esterno. Ho ricontrollato la maniglia. La porta era chiusa. Mi sono inginocchiato davanti alla tazza del gabinetto e ho spinto con forza l’involto verso il fondo, infilando la mano nell’acqua fino al polso. Qualcuno ha provato ad aprire la porta.
«È occupato», ho detto io forte.
«Ciccio, tutto bene?». Era Romoli. Ho chiuso gli occhi. Ho respirato forte.
«Sì», ho detto io. Ho tirato l’acqua. La cascata ha riempito completamente la tazza e l’acqua ha cominciato a traboccare. Con il braccio bagnato fino al gomito ho cercato di tastare il fondo della tazza per spingere via l’involto incastrato. Non ci sono riuscito. L’acqua è colata lungo i bordi esterni della tazza e ha cominciato a scorrere sul pavimento. Dopo pochi secondi è uscita fuori, passando sotto la fessura della porta.

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