Che solar…

Lo so che stroncare un big è uno dei modi più semplici (e tristi) per mettersi in mostra, ma credetemi non è questo il caso. E non lo è perché adoro Ian McEwan e ho trovato motivi di ammirazione anche nelle opere meno riuscite, ma il suo ultimo Solar non riesco proprio a salvarlo.

Di McEwan a me piacciono molte cose. Lo stile, innanzitutto, quella lingua pulita, funzionale, apparentemente piana e invece di un’efficacia incredibile quando serve (un caratteristica che risalta, appunto, anche nei romanzi che mi hanno lasciato un po’ perplesso: L’amore fatale, ad esempio, con le sue portentose prime pagine; oppure Sabato, di cui ricordo le descrizioni della partita di squash e dell’intervento di neurochirurgia, cose che puoi scrivere in quel modo e con quei risultati solo se sei uno scrittore con gli attributi). Poi la sua capacità di governare la tensione, al pari di certi registi (mi viene in mente Hitchcock, per dire), che sanno tenerti con le trippe tirate anche quando il tuo io razionale ti dice che non c’è niente da temere. E ancora la sua abilità di mettere in relazione gli eventi del microcosmo personale dei personaggi con quelli cosmici dell’umanità intera.

Ebbene, nell’ultimo Solar c’è tutto questo. E non funziona. E davvero non capisco come faccia l’anonimo recensore del “Financial Times” a dire – nella frase riportata in quarta di copertina dell’edizione italiana – che questo è il miglior romanzo di McEwan. Perché questo non solo *non* è il miglior romanzo di McEwan (e non lo è nella maniera più assoluta) ma rischia invece di aggiudicarsi la palma nera del suo peggior lavoro. Nella mia personale “McEwan Hit Parade”, Solar ha ufficialmente scalzato dall’ultimo posto Amsterdam.

Insomma, non solo siamo lontani dalla vette di capolavori quali Cani neri, Lettera a Berlino o Il giardino di cemento, ma non siamo neanche nella zona collinare del dignitosissimo artigianato letterario di opere come Cortesie per gli ospiti o Chesil Beach.

In Solar McEwan mette sul tavolo di lavoro temi quali l’adulterio e  il surriscaldamento globale. Dentro ci trovi un duello tra cultura umanistica e cultura scientifica, un omicidio, la descrizione del jetset scientifico, insomma ingredienti che nelle mani dello scrittore inglese potrebbero diventare una pietanza letteraria sopraffina. E invece alla fine il romanzo annoia. Sì, per la prima volta da quando leggo McEwan mi sono davvero annoiato leggendo un suo romanzo (cosa che non era successa neanche con Amsterdam, appunto).

La causa di tanta noia risiede probabilmente nel protagonista, Michael Beard, premio Nobel sovrappeso eppure affascinante. Ce lo vendono come un personaggio irresistibile, e invece è una palla. Su «Il Venerdì» Paola Zanuttini ha scritto che Solar «ha dei passaggi esilaranti, di quelli che fanno fare la figura del cretino al lettore in treno, perchè comincia a ridere da solo». Bah, io ho riso solo due volte (nella scenetta del furto delle patatine, e prima ancora, nella tuttavia poco credibile scena dell'”incidente pelvico” tra i ghiacci. Ma è tutta la storia che si impantana in continuazione. Beard appare fin da subito come un poveraccio, un poveraccio col Nobel, ma pur sempre un poveraccio. Tale lo percepiamo nell’incipit, tale lo ritroviamo nell’explicit. Non c’è catarsi, non c’è catabasi.

La dura verità è che se sulla copertina di questo romanzo anziché Ian McEwan ci fosse stato scritto Pinco Pallo io avrei frullato il libro dalla finestra dopo le prime cinquanta pagine. Invece siccome è di McEwan me lo sono letto tutto e siccome è sempre di McEwan che stiamo parlando leggerò anche il suo prossimo libro, perché, dopo tutto, agli scrittori di talento un passo falso si perdona volentieri.

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6 pensieri riguardo “Che solar…

  1. L’ho finito di leggere proprio ieri e concordo. Anche per me è il peggiore di McEwan (almeno tra quelli che ho letto). Forse il peccato principale del libro è nel personaggio principale, che lo percorre tutto senza la minima variazione. E non voglio certo dire che in un romanzo il protagonista debba per forza “cambiare”, evolversi, come in un romanzo di formazione. Il fatto è che qui il premio Nobel Beard (che in fin dei conti fa onore al suo cognome) fa esattamente le stesse cose dall’inizio alla fine, e le situazioni in cui si trova non fanno altro che ripetere un già detto, senza quegli sprazzi rivelatori che si trovano negli altri romanzi e ti lasciano incollato alla pagina. Sì, il romanzo è proprio una “barba”.

  2. MI permetto di dissentire con la tua recensione. Io ho trovato questo romanzo molto divertente e scritto benissimo. Una capacità così limpida di tradurre in parole le immagini, una così potente abilità nel descrivere l’inutile meschinità di un personaggio che è alla fine un prototipo, una sineddoche umana, non si trova tutti i giorni. Pochi “Pinco Pallo” sarebbero stati capaci di scrivere un libro così. Anche dal punto di vista del rigore scientifico, argomento di cui il libro è intriso.
    Forse è un McEwan un po’più “per nerd”, ma un ottimo McEwan. Il romanzo poi svetta sulla produzione media dell’editoria nazionale. Quest’anno, tra le mie letture di libri usciti nell’anno solare, solo “Il progetto Lazarus” e “Homer & Langley” gli stanno accanto.
    Comunque il mondo è bello perchè è vario e mi ha fatto piacere leggere un’opinione diversa 🙂
    Ciao!

  3. Ciao Alessio,
    quando leggo un libro di McEwan che sia scritto benissimo è il *minimo* che mi aspetto. Idem per il rigore scientifico, perché è chiaro che uno che fa di mestiere lo scrittore di best seller è tenuto a documentarsi approfonditamente sugli argomenti che decide di trattare (e immagino che McEwan abbia dei… “post-doc” assoldati a tale scopo).
    Ma questo non basta. Sarebbe come andare a pranzo in un tre stelle michelin e congratularsi con lo chef perché la pasta era cotta al punto giusto…
    Da McEwan pretendo di più e stavolta quel di più non c’era. Credo di aver letto quasi tutto di lui e mai come questa volta non l’ho visto sollevarsi dal grado zero della sua scrittura (che – come giustamente noti tu – svetta comunque sulla media. Ma la letteratura non è un campionato di calcio e per quanto mi riguarda ogni autore gareggia solo con se stesso).

    Vedo che anche tu mi parli bene di “Homer & Langley”, insieme a molti altri pareri positivi che mi è capitato di sentire ultimamente. Mi sta venendo davvero voglia di leggerlo

  4. Se ti può interessare ho scritto anch’io una breve recensione del libro su anobii. Giusto la mia opinione.
    Homer & Langley è stata una grande sorpresa. E’ scritto molto bene. Se sai di cosa parla, troverai adorabile come dal nulla gli oggetti si materializzino in casa come se fosse scontato che lo facciano. Alla fine è un romanzo godibile che racconta un secolo americano attraverso gli occhi di un cieco e del suo fratello pazzo da legare.
    Provalo 🙂

    Ciao!

  5. Ho letto, Alessio.
    L’idea che l’uomo che sa come mettere ordine nel caos non sappia poi mettere ordine nella sua vita privata è una chiave di lettura interessante, ma nel complesso resto della mia opinione.
    Ciao.

  6. Concordo pienamente. La mia recensione in aNobii (nickname: Frabe) è in linea con la tua, Federico. Come accade, altri sono estasiati: beati loro.

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