Tre poesie di Søren Ulrik Thomsen

Senza titolo
(da Rimesso, 1991)

Nella sedia di vimini, nel sole d’inverno,
ho sognato che nulla era invano.
Ho sognato che il grande rullo si era rotto solo
perché noi zoppicassimo vagando insieme
in un modo molto più toccante.
Perché le folli scale dei non nati potessero essere trascritte,
gli improvvisi casi di morte letti
come una bella scrittura svolazzante.
Ho sognato che tu comunque mi amavi,
che nessuna solitudine è grande al punto
che la goccia dell’amore si perde nel suo mare.
Ho sognato che l’orrore di una vita intera
si poteva accantonare per un giorno felice,
e che forse quel giorno era oggi…

Una giornata dura nella società
(da Nuove poesie, 1987)

«Si fa tardi così presto»
ubriaco in treno

La morte ti guarda con il suo piccolo occhio limpido, la sua pelle è secca e liscia come pergamena e scricchiola un poco. Ma la decomposizione strepita come una giornata dura nella società: i vecchi stanno seduti con piccole, perfette parrucche e piangono per qualcosa che hanno obliato o vivono in grandi schiere per raccogliere bottiglie, disprezzo e tutto ciò che si ammucchia a formare una povertà sempre più grande. I bambini gridano per attirare l’attenzione – e la ottengono, e gridano. Due culti paralleli sono riservati agli adulti; uno per la pratica di tacite meditazioni dell’economia astratta, e uno consacrato ai check-point del corpo; si infila e si tira fuori, si beve e si vomita, si mangia e ci si gonfia e si occupa un po’ più spazio e si dimagrisce fino a occupare così poco spazio che qualcuno vuole infilarlo e tirarlo fuori, e si ride e si ride e chi non ride si è escluso dalla società e deve entrare in un altro scompartimento che non esiste o prender legnate che esistono. Avrei tanto voluto esser dottore, politico, guida e visionario – ma non posso, perché mi piacciono così poche cose e amo con tanta impazienza il pipistrello che svolazza in giro nella sua vibrante oscurità, un albergo di mogano con i parati a fiori e la garanzia della pioggia tutto l’anno, le piccole piccole scarpe di vernice delle piccole ragazzine, la matematica e il globo che trasporta tutto il Silenzio da una parte all’altra dell’universo, un’acqua rosea sul fondo della notte, la tua mano aperta un poco luminosa sul piumino, tutto ciò che esiste e non esiste, la rana piccola e umida. Il suo sguardo limpido nel buio.

 

Senza titolo
(da Rimesso, 1991)

Dedicata a quanto è stato troppo alla pioggia
al caldo all’ombra al vento al mondo;
a tutto ciò che è incatenato alla vita
mentre il sole brucia il suo bordo offuscato.
E a quanto deve fuggire di goccia in goccia
sulla calce dei muri e la rigonfia garza del tubo di scarico
per poi sgorgare solo come ruggine, poi polvere –
non è del tutto un caso che di crescita negativa,
verderame, corrosione e rivestimenti si parli,
perché questa è dedicata a quanto non ha casa
e cerca dimora nel dedalo della rete elettrica,
all’urina, a un disegno abbozzato.
Non è dedicata allo scheletro del merluzzo
bianco sul bianco piatto
ma alle fibre del pesce che stanno lì a marcire
fra un dente d’oro e uno d’argento;
al sangue che scivola sulla cera del filo interdentale
e luccica nello specchio davanti al tuo volto.
Al tuo volto che non può essere visto in uno specchio,
solo nel volto di un altro.

Queste tre poesie sono tratte da Vivo di Søren Ulrik Thomsen (Donzelli Poesia, 2004 – a cura di Bruno Berni).
L’immagine in alto è la locandina del film Jeg er levende. Søren Ulrik Thomsen, digter [«Sono vivo. Søren Ulrik Thomsen, poeta»], regia di Jørgen Leth, Danimarca, 1999.

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