Fuga da Facebook, fughe da Bisanzio

Questo mese ho cancellato la mia iscrizione a Facebook. Era uno dei miei buoni propositi per il 2011, così, qualunque cosa succeda nel corso dell’anno, potrò comunque dire che almeno una cosa sono riuscito a farla. In uno dei miei ultimi status avevo copiato una citazione tratta dal bellissimo Fuga da Bisanzio di Iosif Brodskij:

Nella coscienza degli uomini di lettere c’è qualcosa che non può sopportare l’idea che qualcuno possieda un’autorità morale. Si rassegnano all’esistenza di un Primo Segretario del Partito, o di un Führer, come a un male necessario, ma sarebbero prontissimi a contestare un profeta. Le cose stanno così, presumibilmente, perché se ti dicono che sei uno schiavo, pazienza, ma se ti dicono che moralmente sei uno zero la notizia è ben più devastante. Dopo tutto, non si dovrebbe prendere a calci un cane caduto; ma un profeta non lo prende a calci per dargli il colpo di grazia, bensì perché si rimetta in piedi.

Dal momento che in quell’opera di passaggi che meritano di essere citati ce ne sono un bel po’ ho deciso di farli fuggire dal libro e ospitarli qui sul mio blog. Eccoli.

C’è più soddisfazione a guardare indietro che avanti. Il domani è meno attraente dell’ieri. Per una ragione o per l’altra il passato non irradia l’immensa monotonia che il futuro promette.

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È questo il trionfo ultimo del sistema: che tu lo freghi o ti adegui, ti senti ugualmente colpevole.

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Se sei nel ramo bancario o se piloti un aeroplano, sai che acquistando una solida pratica ti puoi garantire, più o meno, un buon profitto o un atterraggio, senza incidenti. Mentre nel ramo dello scrivere ciò che si accumula non è pratica ma incertezze. Che è solo un altro nome per indicare i ferri del mestiere.

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In fondo, dunque, non era Lenin che veniva a Pietroburgo per impadronirsi del potere: a trascinarlo a Pietroburgo era l’idea del potere che di lui si era impadronita tanti anni prima. Quella che nei libri di storia è presentata come la Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre non fu in realtà che un semplice golpe, e incruento per giunta. Al segnale – un colpo a salve sparato dal cannone di prua dell’incrociatore Aurora – un plotone delle neonate Guardie Rosse entrò nel Palazzo d’Inverno e arrestò un pugno di ministri del governo provvisorio che stavano lì a perder tempo, a cercare vanamente di provvedere alla Russia dopo l’abdicazione dello Zar. Le Guardie Rosse non incontrarono alcuna resistenza; stuprarono metà del reparto femminile che sorvegliava il palazzo e ne saccheggiarono le sale. Fu allora che due Guardie Rosse furono abbattute a fucilate e una annegò nelle cantine piene di vino. L’unica sparatoria [in inglese «shooting», N.d.T.] che mai ebbe luogo sulla Piazza del Palazzo, con corpi che stramazzavano e i riflettori che perlustravano il cielo, fu opera di Sergej Ejzenštein.

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Per qualche strano motivo l’espressione «morte di un poeta» suona sempre un po’ più concreta che non «vita di un poeta». Sarà perché «vita» e «poeta», come vocaboli, sono quasi sinonimi nella loro nobile indeterminatezza. Mentre «morte» – anche come vocabolo – è qualcosa di ben definito, quasi quanto è definito il prodotto stesso del poeta, cioè una poesia, che ha come elemento principale il suo ultimo verso.

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Degli ottantuno anni della sua esistenza, Nadežda Mandel’štam ne ha vissuti diciannove come moglie e quarantadue come vedova del più grande poeta russo di queto secolo, Osip Mandel’štam. Il resto fu infanzia e adolescenza. Negli ambienti colti, e specialmente tra gli uomini di lettere, essere la vedova di un grand’uomo basta a fornire un’identità. Questo è vero soprattutto in Russia, dove il regime, negli Anni Trenta e Quaranta, sfornava vedove di scrittori con una tale efficienza che verso la metà dei Sessanta ce n’era in circolazione un numero sufficiente per organizzare un sindacato. […] Io la vidi l’ultima volta il 30 maggio 1972, in quella sua cucina, a Mosca. Il pomeriggio stava per finire, e lei sedeva, fumando, nell’angolo, nell’ombra profonda proiettata sul muro dalla grande dispensa. L’ombra era così profonda che le sole cose che si potessero distinguere erano la tenue scintilla della sigaretta e quei due occhi penetranti. Il resto – lo sparuto corpo rattrappito sotto lo scialle, le mani, l’ovale della faccia cinerea, i capelli grigi, anch’essi cinerei – tutto il resto era inghiottito dal buio. Nadežda Mandel’štam sembrava un avanzo di un grande incendio, sembrava una minuscola brace che brucia se la tocchi.

Va bene, adesso basta altrimenti Adelphi mi denuncia. Ma quest’ultimo brano devo assolutamente riportarlo:

La stanza e mezzo (se questa unità di spazio ha qualche senso in una lingua diversa dal russo) in cui noi tre abitavamo aveva il pavimento a parquet, e mia madre proibiva severamente agli uomini di casa, e a me in particolare, di camminarvi sopra con le calze. Insisteva perché portassimo sempre le scarpe o le pantofole. Nel richiamarmi all’ordine si rifaceva a una vecchia superstizione russa: porta male, diceva, può esser segno di un lutto in famiglia.

Certo, può darsi che per lei fosse semplicemente un’abitudine incivile, un segno di cattiva educazione. I piedi maschili hanno un certo odore, e noi vivevamo nell’era pre-deodoranti. Ma io pensavo che sì, era facile sdrucciolare e cadere su un parquet tirato a lucido, specialmente se si portavano calze di lana; e che le conseguenze potevano essere rovinose per chi era vecchio e fragile. Così, nella mia mente, l’affinità del parquet cl legno, con la terra, eccetera, si estendeva a tutto ciò che potevano avere sotto i piedi i nostri parenti prossimi e remoti che vivevano nella stessa città. Grande o piccola che fosse la distanza, le cose non cambiavano. Si poteva anche abitare dall’altra parte del fiume, dove in seguito io avrei affittato un appartamento o una stanza per conto mio, ma questa non era una buona scusa, perché in quella città c’erano troppi fiumi o canali. E sebene alcuni fossero così profondi da lasciar passare le navi dirette al mare, pensavo che la morte li avrebbe guadati agevolmente, oppure, nel suo solito stile sotterraneo, sarebbe passata dall’altra parte strisciando sotto il loro alveo.

Adesso mia madre e mio padre sono morti. Io ho i piedi sulla costa dell’Atlantico, in America, e c’è una gran quantità di acqua a separarmi dalle due zie superstiti e dai miei cugini: un vero abisso, tanto vasto da confondere le idee anche alla morte. Adesso potrei andare in giro fin che voglio con le calze ai piedi, perché non ho parenti su questo continente. L’unico lutto in famiglia in cui ormai posso incorrere è presumibilmente la mia morte, ma questo sarebbe un confondere trasmittente e ricevente. Le probabilità di una simile combinazione sono scarse, ed è questo a distinguere l’elettronica dalla superstizione. Eppure, se non cammino con le calze su questi pavimenti fatti di larghe assi d’acero canadese, non è per questa certezza e neppure per istinto di conservazione, ma perché mia madre non approverebbe. Immagino che tutto dipenda dal mio desiderio di lasciare le cose come stavano nella nostra famiglia, adesso che io sono tutto ciò che ne rimane.

L’immagine è tratta dalla rivista on line Il compagno Segreto.

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