I veleni di Roma

Leggo in due serate, prima di addormentarmi, Magica e velenosa. Roma nel racconto degli scrittori stranieri, un veloce libretto di Valerio Magrelli e mi sorprendo della leggerezza di quelle pagine (di Magrelli avevo da poco letto il più denso e appagante Nero sonetto solubile, anche questo edito da Laterza). Poi, nella nota di chiusura, l’autore spiega che si tratta di un testo nato da una conferenza e lui stesso definisce il libro “un’operina”.

Gli autori citati sono molti, tra quelli che lodano la città eterna e quelli che la demoliscono senza possibilità di riscatto. Tra questi ultimi, anche se non citato da Magrelli, a me è tornato in mente Giordano Tedoldi (a proposito: che fine ha fatto?) e il suo sorprendente esordio per Fazi (Io odio John Updike, che uscì nel 2006). Nel racconto Le macchine c’erano questi passaggi dedicati a Roma:

Accesi l’autoradio, per nervi, solo per nervi. Le macchine con cui ci spostiamo da un punto all’altro della città ci aiutano a non subire la città. La radio, in teoria, ci aiuta a non subire la macchina. Ma nulla ci aiuta a non subire la radio. Dobbiamo sentirla e morire in mezzo a quei canali infami con i deejay infami che prendono strafalcioni e ridacchiano scusandosi, mentre la nostra donna, abbiamo scoperto, non è mai stata nostra, dorme con un altro, vive con un alto, e questo è il vero tessuto della vita, non le radio, le diciotto stazioni che abbiamo memorizzato e che mandano tutte inevitabilmente Vasco Rossi, Max Pezzali e i REM; io mi salvo mettendo il quinto canale della filodiffusione, una pippa antica che non vi dico, ma quello, il quinto canale della filodiffusione, quando ho il cuore a pezzi o sto somatizzando o sono semplicemente depresso, aiuta a non farmi subire troppo la macchina, che è l’unico mezzo di cui dispongo per non subire la città, per non sentire che Roma è Roma, per spostarmi come in un ambiente immateriale composto di luoghi immaginari, che solo prendono vita appena metto il piedi fuori dalla mia macchina, quando scendo, luoghi morti, zone morte, effluvi.

(…)

E veniamo a oggi. A oggi ho litigato con tutti e ho le valigie pronte. Rotto con tutto il mondo romano della cultura. Non perché fosse colto, non sono così snob, ma perché romano. Ho sempre trovato intollerabile la connotazione specifica di una città. Sono belle le città che non ti impongono le loro regole, le loro abitudini, i loro vizi e la loro storia. Mi si dice che Toronto non sia male da questo punto di vista. L’ultimo scazzo con Il Vigliacco è stato proprio su questo punto, mi sono presentato a casa sua e gli ho mostrato il biglietto di sola andata. «Guarda che lì è peggio che andare a una prima di un evento con una donna che poi salta su dalla poltroncina e si sbraccia per salutare un belloccio in giubbotto di pelle chiara, quasi arancione, facendogli segno che ci si vede dopo, se si può». E io: «Hai ragione, Vigliacco, forse Toronto non è il posto ideale, e partire è sempre un’idiozia, una velleità adolescenziale maldigerita, ma che altro si può fare quando la colonna sonora della tua città è incisa in dei dischi in vinile comprati in un negozietto per intenditori e piazzati su un piatto controllato da due borderline che ti uccidono con le basse frequenze?». Bene. Tutto sommato non mi sono lasciato male col Vigliacco. Mi ha offerto un bicchiere, siamo usciti sul suo terrazzino e abbiamo guardato questa orrenda città che si nutre di spettacoli ed eventi. A Toronto mi annoierò, temo, entrerò in depressione, e non sarò mai più così felice come quando mi renderò conto, sdraiato nella mia stanza d’albergo stordito dal jet-lag, che la depressione è dolce, è un rimedio antico, non fa ricerca, non stordisce i sensi, solo ti uccide.

L’immagine è tratta da qui.

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