Il piano adale (cap. 1)

Ora che sono sul piano adale mi rendo conto che i due anni vissuti aspettando la risposta dello struzzo sono stati tra i più eccezionali della mia vita. Sono stati gli anni in cui ho scoperto il versante ambizioso della mia personalità, segreto fino a quel momento. Anni in cui sono tornato a esercitare la mia ossessione verso qualcosa come ai tempi dei miei amori non corrisposti. Anni, infine, in cui ho sviluppato una forma controllata di ebbrezza. Quest’ultima cosa odio averla scritta, perché a parlare di alcol sono per lo più gli scrittori ragazzini che vogliono darsi arie da grandi. Ma quando io scrivo dico la verità, e la verità è questa.

Definendola una forma “controllata” non intendo dire che sapessi quando smettere di bere. Sapevo bene quando cominciare. Da qui il controllo. Per tutta la settimana fino al venerdì sera, e spesso neanche il venerdì sera, non bevevo nulla di alcolico. Poi già dal sabato a mezzogiorno cominciavo con le prime misture. In realtà non ho mai ecceduto veramente. Potevo farmi due Margarita prima del pranzo e poi uno o due Martini prima della cena del sabato. La domenica ripetevo simili quantità. Questo, al massimo. Fossi stato un americano sarei probabilmente rimasto lucido. Per me quella dose era invece sufficiente a farmi raggiungere il piano dell’ebbrezza, che se vogliamo è l’esatto opposto del piano adale su cui mi trovo ora. Raggiunto il piano dell’ebbrezza io ero finalmente libero di pensare allo struzzo nel pieno abbandono. Ero felice. Non è vero, non ero felice. Ma era comunque l’unico stato in cui mi volessi trovare

Ho molti ricordi legati ai miei due anni vissuti aspettando la risposta dello struzzo, ricordi di luoghi, di momenti, di parole precise. Quando ci si innamora di una persona, e poi ci si lascia, ogni volta che si passa per una certa strada o si riascolta una certa canzone è come se qualcuno premesse un interruttore in qualche recesso del nostro sistema nervoso. Oggi mi capita lo stesso con lo struzzo. Ho molti ricordi, dicevo. Ma il più forte è proprio questo. I sabati e le domeniche d’estate, passati a prendere il sole nel cortile di casa, con un bicchiere ghiacciato tra le mani, pensando allo struzzo. Poi, quasi ubriaco, sotto la doccia, per togliermi il sudore e la crema solare. E poi il pranzo, o la cena, con la fame ravvivata dall’alcol. E alla fine il sonno. No, non alla fine. Perché dopo il sonno c’era il sogno. E nel sogno c’era quasi sempre lo struzzo.

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