I superbi racconti di Somerset Maugham

Borneo, 1926 (foto ETH Zurich Bibliothek)

William Somerset Maugham non è uno chef, è un rosticciere, ma di quelli eccelsi. Un maestro. I suoi racconti sono perfetti, non hanno nulla di raffinato, ma sono buoni e appaganti come un arancino preparato e fritto ad arte. In alcuni passaggi, specie nelle descrizioni degli slanci amorosi di alcuni personaggi, il celebre scrittore britannico sfiora la banalità, ma l’abilità con cui poi governa tutta la struttura narrativa è di quelle che non passano inosservate. Leggendo i meravigliosi racconti raccolti in Honolulu (pubblicato recentemente da Adelphi) ho pensato spesso a un altro genio per le masse, che ha mietuto successi in un’altra arte, quella del cinema: Alfred Hitchcock.

Sono racconti che Somerset Maugham scrisse nell’arco di un quindicennio e attingono ai viaggi in Estremo Oriente e nel Pacifico che lo scrittore compì nei primi decenni del Novecento. Ma la caratteristica di quasi tutte le storie è che i protagonisti sono sempre gli occidentali, portentose figure decadenti di piantatori, funzionari della Corona, avventurieri falliti, persone in fuga da qualcosa. Il succo di ogni trama (quasi sempre torbido: invidia, tradimento, omicidio, incesto) potrebbe dare luogo a scintillanti meccanismi drammaturgici da teatro borghese. Invece Maugham cala tutto nella jungla, nel sudore che non dà respiro, nelle afose serate passate a bere gin pahit o fumare sigari contemplando il lento scorrere di un limaccioso fiume malese.

Molto spesso poi la vicenda vera è costituita dal racconto di uno dei personaggi della trama principale. In genere non ho molta simpatia per le mise en abîme ma in questo caso, grazie all’efficacia della prosa, l’espediente funziona perfettamente. Ma Maugham gioca discretamente con la forma anche in altri modi. Nel racconto Relitti congeda il protagonista a metà dello svolgimento e lascia il lettore da solo con un personaggio inquietante. In La sacca dei libri una vicenda particolarmente perversa viene affidata alle parole di un personaggio aggraziato. L’avamposto che chiude la raccolta è speculare – nel rapporto tra i personaggi e nell’evoluzione della trama – all’altrettanto potente racconto di apertura Mackintosh. Davvero arduo trovare il migliore di questi pezzi. «Superbi racconti» vengono definiti nel risvolto, e una volta tanto non trovo esagerata una quarta di copertina.

«Prevenire il crimine e arrestare i colpevoli è il mio lavoro, ma ho incontrato troppi criminali in vita mia per poter pensare che siano peggiori di noi. Le circostanze possono portare una persona più che rispettabile a commettere un crimine, e se viene scoperta viene punita; ma non per questo smette di essere una persona rispettabile. Certo, la società la punisce perché ha infranto le sue leggi, ed è giusto ma non sempre le azioni permettono di giudicare un uomo. Se lei fosse un poliziotto di vecchia data come me, saprebbe che non è quel che uno fa che conta, è quello che uno è. Per fortuna il poliziotto non deve occuparsi dei pensieri, ma solo delle azioni; altrimenti sarebbe tutta un’altra storia, e assai più complessa».

Gaze appoggiò il suo cheroot sul posacenere e mi guardò di sottecchi con un sorriso sardonico ma gradevole.

«Le dirò una cosa, c’è un lavoro che davvero non vorrei mai fare» disse.

«E quale sarebbe?» chiesi.

«Quello di Dio, nel giorno del giudizio» rispose. «Nossignore!».

Il brano è tratto dal racconto Impronte nella giungla. La foto (Borneo, 1926) è tratta da qui.

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2 pensieri su “I superbi racconti di Somerset Maugham

  1. Cose che mi piacciono in questo post: Maugham, innanzitutto, e il paragone con Hitchcock. Poi la scelta di “arancini” in luogo di “arancine” (in Sicilia, da decenni, è in corso una guerra sanguinosa e io appartengo alla prima fazione). Infine, “limaccioso”: non è siciliano, ma è comunque una parola adorabile.

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