Ombre matematiche

«Matematici nel sole» di Franco StelzerPurtroppo a volte succede. Ci avviciniamo a un libro convinti che ci piacerà. Poi lo leggiamo e non ci piace. Di Matematici nel sole di Franco Stelzer avevo sentito parlare più volte e sempre in termini lusinghieri. Un giorno ho sentito l’autore alla radio mentre presentava il suo romanzo. Mi era così piaciuto quello che aveva detto a proposito del suo ultimo libro che avevo deciso di comprarne una copia. L’avevo cercato in libreria senza successo (è il destino triste dei piccoli editori, come Il Maestrale, in questo caso). Poi un amico me ne aveva riparlato, avevo letto in rete un’intervista a Stelzer e mi era tornata la voglia urgente di leggere questo romanzo. Ero tornato alla carica e stavolta l’avevo ordinato direttamente on line, saltando così le leggi della grande distribuzione. Il pacco arriva a casa. Scarto. Leggo tutto nel giro di una settimana. E resto deluso.

Eppure la materia del racconto mi aveva conquistato fin da subito. Una coppia di protagonisti (già i loro nomi, Hus lui, Wif lei, così beckettiani, si guadagnavano la mia simpatia, l’autore partiva in vantaggio). Hus si ammala. Si tratta di una malattia grave. La prospettiva della morte diviene immediatamente reale, prossima. Allora lui e Wif decidono di fare una cosa bellissima. Decidono di vivere consapevolmente, con rispettosa attenzione, ogni momento della loro vita insieme, sempre più breve. Pranzi, cene, incontri con gli amici, viaggi, rapporti sessuali. Questi ultimi, in particolare, vengono numerati. Ecco la matematica. Numerati nella gioia della consumazione dell’esperienza. Ed ecco il sole.

Peccato però che questa materia venga offerta al lettore da una voce narrante frigida. Non mi riferisco a quella nitidezza clinica che carica la storia di una potenza inversamente proporzionale al coinvolgimento del narratore (come accade, per dire il primo titolo che mi viene in mente, nella Trilogia della città di K. di Agota Kristof). Intendo dire una frigidità che è data dal distacco quasi divertito. Da un lato vorremmo partecipare alla commovente ritualità intima della coppia, dall’altro lato il narratore gioca sempre su un registro di leggerezza che ci allontana dal sentimento. Ecco, forse è questo che sconta una simile impostazione stilistica (per essere chiari: non metto in discussione il talento di Stelzer, la cui prosa è senza macchia, metto in discussione la scelta registica, il punto di vista adottato): si passa dalle vibrazioni liriche delle brevi poesie che aprono la maggior parte dei capitoli e poi scatta immediatamente l’interruttore del cinismo. La morte non è affare metafisico, sembra volerci dire l’autore. E va bene, allora a me lettore di questa vicenda si conceda almeno la sazietà della materia. No, neanche quella. E così via.

A un certo punto del romanzo c’è la descrizione di un personaggio. Una conoscente della coppia, una straniera:

Affabile e benevolmente interessata alla loro cultura, che pare conoscere a menadito. Si muove tra luoghi e pietanze con la sicurezza leggera dell’esploratore appassionato, ma insieme con un eccesso di presunzione, come di chi sa che la sua spedizione sarà ben presto seguita dagli eserciti del sovrano che ha finanziato la prima esplorazione.

Si muove altrettanto bene con la loro lingua, che sembra dominare. Ma quando si sforza di spingersi ad esprimere un concetto appena un po’ sfumato, un punto di vista leggermente diverso da quelli più frequenti, rivela la fondamentale imprecisione su cui è costruito il proprio vocabolario. Ricercato, ricco ed esibito, ma in sostanza non attinente a quello che intende dire. È come se non credesse veramente a quello che afferma, come fosse colpita da una malattia di inautenticità.

Ecco. È esattamente quello che penso io del narratore di questo romanzo.

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5 pensieri su “Ombre matematiche

  1. Restare delusi da un libro a lungo cercato è una delle esperienze più frustranti per un lettore. Fino a pochi anni fa, mi sacrificavo e procedevo imperterrita fino all’ultima pagina. Adesso sospiro, chiudo e il libro e lo rimetto al suo posto nello scaffale. So many books, so little time.
    È sempre un piacere leggere i tuoi post chiari e profondi.
    Annarita

  2. Grazie per l’apprezzamento Annarita.
    Tornando al tema, io credo che l’esercizio della lettura debba essere fatto anche di passi falsi, delusioni e errori di valutazione. Sono comunque esperienze utili a formare il nostro gusto e ad affinare i nostri strumenti di interpretazione.
    «So many books, so little time»… già. Anche io da qualche anno mi sono iscritto al partito del “se non ti piace non finirlo”. In questo caso sono arrivato comunque fino in fondo perché Stelzer ha una bella scrittura ma, come ripeto, il punto di vista del narratore mi ha molto deluso.

  3. Ciao. Innanzitutto complimenti per il sito.

    Su consiglio di amici anche io ho letto Stelzer (consigliato come ottimo scrittore, quale è). Condivido pienamente la tua lettura, i tuoi dubbi. Ottimo l’argomento in partenza, ma diafano lo stile, incorporeo (troppo) al punto da non lasciar presa.
    Almeno, dà sollievo riscontrare un sentimento affine dopo la lettura (per me parziale, a dire il vero) di questo libro. Anche perché questi miei amici ne erano stati profondamente rapiti, incantati. Insomma, non è solo il mio astigmatismo…

    Un saluto
    Cappa

    1. Sì, è così.
      Anche se nel mio caso (come nel caso della persona in comune, suppongo) il giro dei consigli parte da lontano (ecco perché poi mi rincresceva, finché non ho letto il tuo articolo, d’aver interrotto con i miei torcimenti di bocca e rotolamenti vari la serie degli apprezzamenti e delle lodi) 🙂

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