Un altro viaggio nel territorio del diavolo

È possibile che un autore sia per noi fonte di ispirazione prima ancora di averlo letto? Forse sì.  Ho ricontrollato su aNobii e ho avuto conferma che il mio primo incontro con l’opera di Flannery O’Connor è avvenuto anni dopo la stesura dei miei racconti raccolti in Buon lavoro (2006). Sia i suoi due romanzi (Il cielo è dei violenti e La saggezza nel sangue, imprescindibile il primo, meno decisivo il secondo) sia la selezione di racconti e saggi, pubblicata da Rizzoli sotto il titolo La schiena di Parker, li ho letti nell’estate del 2008. E già vi avevo trovato qualcosa di familiare. Anche ora che sto leggendo l’edizione italiana integrale dei suoi saggi (Nel territorio del diavolo, Minimum Fax) e dei suoi racconti (Tutti i racconti, Bompiani), non posso fare a meno di notare come il modello del crescendo narrativo che la scrittrice adotta nella maggior parte delle sue storie sia molto simile a quello che ho cercato di costruire nel mio primo libro di racconti.

Ha ragione Marisa Caramella nella sua prefazione a Tutti i racconti quando dice:

La difficoltà ad affrontare uno dopo l’altro i racconti della O’Connor non è dovuta alla complessità del suo modo di scrivere – complessità solo apparente, dovuta alla ricchezza di metafore e simboli che l’autrice usa per rappresentare con più efficacia una realtà immediata e brutale – ma alla resistenza che questa immediatezza e questa brutalità provocano in chi è viziato da letture consolatorie, da scrittori indulgenti.

Accade proprio questo. Al termine di ogni lettura ci si sente soli, smarriti, nel territorio del diavolo. Non c’è consolazione in questi racconti. Ma è in momenti come questi che si attraversa il fuoco, che si giunge all’illuminazione. E non c’è bisogno di scomodare chissà quali eventi, quali personaggi per scatenare la fine del mondo. Penso a uno dei primi racconti della O’Connor, Il barbiere. Tutta la vicenda ruota intorno ai dialoghi tra un barbiere razzista (siamo negli Stati Uniti del Sud, il racconto è del 1947) e un suo cliente che la pensa esattamente all’opposto (parità dei diritti tra neri e bianchi). Ma quest’ultimo non riesce a far valere le sue ragioni, anzi alla fine dovrà subire l’umiliazione del garzone nero del barbiere che dichiara serenamente che qualora avesse il diritto di voto voterebbe senza subbio per il candidato conservatore. È una di quelle storie che adoro: non succede niente, eppure tutto vibra come se ogni cosa stesse per esplodere da un momento all’altro.

I personaggi della O’Connor sono scolpiti nella luce, nei grandi chiaroscuri del gotico americano e la scrittrice meriterebbe di sedere alla destra del padre di questa narrativa, William Faulkner (ma poi, perché uso il condizionale? Flannery O’Connor è, insieme a Faulkner, l’unico scrittore statunitense contemporaneo che ha avuto l’onore di vedere la propria opera pubblicata dalla Library of America).

Che altro dire? Se non avete mai letto nulla di questa scrittrice fatelo subito. Flannery O’Connor affronta gli unici temi di cui vale davvero la pena parlare in narrativa: la dannazione, la grazia, la salvezza, e – soprattutto – la meravigliosa debolezza degli esseri umani. Se queste bagatelle non vi interessano allora sappiate che in apertura del Territorio del diavolo (il cui capitolo Natura e scopo della narrativa vale, da solo, un intero corso di scrittura) troverete uno scritto interessantissimo – e non sto scherzando – sull’allevamento dei pavoni.

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