Scrivere di scrittura

Alcuni ricorderanno il celebre aforisma di Frank Zappa: «Scrivere di musica è come danzare d’architettura». Solo oggi mi è venuto in mente che questa frase, che il vecchio zio Frank usava per buttare nel secchio la categoria dei critici, potrebbe anche essere usata come complimento (in fondo “danzare d’architettura” potrebbe essere un esercizio ammirevole degno del nostro plauso). Voglio applicarla a una forma particolare del critico, che è quella del recensore.

Da qualche anno ho scoperto che leggo con gusto le recensioni dei film. Mi rendo conto che come curiosità biografica vale poco (ammesso che valgano qualcosa le curiosità biografiche sul mio conto). Cerco di articolare meglio: non sono un esperto di cinema, e non mi definirei neanche un appassionato, eppure leggo con grande interesse e appagamento le recensioni dei film. Di contro, sono sicuramente un appassionato di letteratura eppure la quasi totalità delle recensioni dei libri mi annoia.

La mia passione nei confronti delle recensioni cinematografiche credo sia iniziata all’epoca (2001 o giù di lì) in cui il mensile Linus affidò la rubrica dei film ad Alberto Pezzotta. Il critico milanese scriveva recensioni che sembravano un regolamento di conti. Era ironicamente apodittico, ma alla fine ti faceva capire, con un vigore che affascinava, due cose fondamentali: a) se il film gli era piaciuto o no; b) perché. E già qui vedo molti colleghi critici letterari tossicchiare imbarazzati. Poi Linus è peggiorato sempre di più, ma la rubrica cinematografica (ora firmata dal più scanzonato ma altrettanto arguto Filippo Mazzarella) resta ancora una delle cose che vale la pena di leggere.

Chi abita a Roma e dintorni conoscerà probabilmente Alessio Guzzano che scrive recensioni cinematografiche su uno di quei free press distribuiti nelle stazioni. Anche qui una capacità di sintesi e una scrittura ficcante sconosciuta alla media dei recensori letterari. Ma il primo posto di questa classifica spetta senza dubbio al mitico Dziga Cacace che da qualche anno va pubblicando su Carmilla i suoi cicli di scritti cinematografici raccolti sotto titoli come L’occhio frusto, Miopia critica e, ora, Divine divane visioni. Brevi pillole che più che vere e proprie recensioni sono pagine di diario di uno spettatore.

Una delle cose che mi piacciono di più di Dziga Cacace è questa: ogni recensione riporta titolo del fim e nome del regista, ma se il giudizio sul film è negativo il nome del regista è sostituito da un epiteto (ad esempio: “Un bicchiere di rabbia” di un vero pagliaccio. Il brasiliano Aluìsio Abranches non merita neanche di essere nominato). Altre volte l’aggettivazione si aggiunge al nome (“Scent of a Woman” dell’infame e ineludibile Martin Brest) soprattutto nei casi in cui il giudizio è positivo (“Bowfinger” di un grande Frank Oz). Sarà pure una trovata da poco (che io trovo irresistibile, però), ma ditemi voi a quale dei mille piccoli e grandi lit-bloggers che si aggirano per la rete sarebbe venuta in mente una cosa del genere.

Insomma, leggere quello che scrivono i recensori cinematografici fin qui citati a me ha sempre fatto venire voglia di vedere film, mentre leggere le recensioni letterarie mi fa spesso venire voglia di smettere di leggere libri: le soporifere pagine di Tuttolibri, il piatto Pulp, il taglio supponente di molti post di Nazione Indiana o Il primo amore. Passa spesso l’idea che la cultura libresca sia intoccabile, che si possa solo riverire, studiare (e ci mancherebbe) oppure stroncare con il sussiego di un professore che rimanda al posto lo studente dopo avergli messo un voto insufficiente. Lo sberleffo sembra sempre fuori luogo. Non sta bene, non si fa. Quello che mi hanno insegnato invece i recensori dei film è che i miti (attori e registi per loro, scrittori per noi) si possono anche allegramente prendere per il culo. E loro lo fanno “danzando d’architettura” in maniera sublime.

Se trovate un equivalente letterario di Dziga Cace fatemelo sapere.

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4 pensieri riguardo “Scrivere di scrittura

  1. Ciao, passavo di qui. A me invece, nella recensione letteraria, lo sberleffo sembra fuori luogo. Che dire per esempio di un recensore (non so quanto critico letterario però) come D’Orrico che si sostenta a suon di sberleffi e altri lazzi.

  2. Ciao Daniele,
    lo sberleffo ti sembra fuori luogo perché rischia di offendere la persona-autore o perché la letteratura è una cosa seria?
    In altre parole: il lettore forte/critico/recensore è in grado o no di scherzare con l’oggetto della sua passione?
    A me sembra che nel caso della letteratura (per non parlare della poesia) e della musica leggera la risposta sia “no”. Gli unici che sono capaci di amare e allo stesso tempo prendere in giro i loro beniamini (atteggiamento che per me è prova di maturità) sono gli appassionati di cinema.
    Ho scritto questo posto perché ero curioso di sapere se questa mia impressione era condivisa da altri e perché mi auguravo di trovare prove contrarie. Non so se Antonio D’Orrico, che tu citi, possa costituire una prova contraria.

  3. Ciao Federico.

    Io penso che in una recensione letteraria lo sberleffo sia fuori luogo se viene adottato sistematicamente (come nel caso del critico cinematografico che nomini), perché mi pare il sintomo di una critica ‘narcisistica’ e, spesso, superficiale. Credo che la differenza sostanziale tra cinema e letteratura stia nel fatto che nella fruizione della letteratura la mediazione del lettore è maggiore rispetto a quella dello spettatore di un film. Cioè il cinema, almeno il cinema che conosciamo e che finora è stato sperimentato, è più mimetico, più realistico (nei modi del racconto, non nel contenuto) rispetto alla narrazione letteraria. Questa differenza dovrebbe comportare un approccio diverso. Credo anche da parte dei critici. Il critico letterario è il mediatore per eccellenza di un testo nei confronti dei lettori (di critica e di letteratura). Non so come dire: un film di Kurosawa o di Scorsese è lì, e chiunque può vederlo. Il libro, per così dire, è meno ‘lì’. Il libro chiede, lo dico ancora, una maggiore mediazione e questo secondo me impone una maggiore sobrietà e serietà nella mediazione stessa. Mi verrebbe da scrivere rispetto, ma sarebbe esagerato.

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