Fotografare la scrittura

Nutro una orgogliosa, ruspante e inossidabile antipatia nei confronti degli scrittori che scelgono di farsi fotografare mentre fumano una sigaretta.

Mi rendo conto che il mio è un comportamento stupido, ma mi credete se vi dico che non riesco a leggere nulla di Roberto Bolano dopo aver visto questa sua foto?

Cosa vuoi comunicarmi facendoti fotografare così, mentre mi punti la brace contro? Che sei un duro? Perché fumi una sigaretta? Capirai… Che sei un trasgressivo? Oddio, magari in tempi in cui il divieto di fumo nei luoghi pubblici sta attecchendo quasi ovunque nel mondo non è da escludere che farsi fotografare nell’atto di fumare possa essere considerato un gesto da simpatiche canaglie. Ma io continuo a pensare che sia un po’ come farsi fotografare con le labbra attaccate alla bottiglia, o mentre si sgranocchiano patatine e le briciole fritte corrono giù lungo il bavero. Senza contare che se provate a cercare su Google quasi tutte le foto dello scrittore cileno lo ritraggono in compagnia della pestilenziale cicca. Un’ossessione.

Invece a me piacciono molto le foto di scrittori che guardano dritti nell’obiettivo, offrendosi con tutta la nudità del loro volto. Ho sempre pensato che tra le radici della natura di scrittore vi sia anche la ritrosia a mostrarsi allo scoperto. Si sceglie di scrivere anziché di parlare, si usa la pagina scritta se non come scudo quanto meno come filtro. Ed ecco allora che guardare fisso l’occhio selvaggio della macchina fotografica diventa – questo sì – un piccolo gesto coraggioso. Guardate che belle queste foto di Raymond Carver, Virginia Woolf e Milan Kundera:

Per non parlare della celeberrima – probabilmente unica – foto di Emily Dickinson.

Ho simpatia anche per quegli scrittori cui Madre Natura non ha concesso il dono della bellezza e che nonostante questo offrono all’obiettivo, senza reticenze, i loro lineamenti irregolari. Come lo strabico Jean Paul Sartre

oppure il meraviglioso Edgar Allan Poe. Una faccia che è un capolavoro di cubismo ante-litteram

che a me fa venire in mente il Ritratto di scultore di Umberto Boccioni.

C’è poi la questione degli strumenti di lavoro. Penne, macchine da scrivere, computer portatili. L’altro giorno stavo sfogliando i booklet dei miei CD di John Coltrane. A un certo punto mi è venuto da ridere. Nella quasi totalità degli scatti Coltrane viene ritratto con il sassofono tra le mani e tra le labbra. Normale, visto che stiamo parlando di un sassofonista. Ma vedere quelle foto una dopo l’altra generava un involontario effetto comico. Sembrava che il mitico Trane non si separasse mai dal suo strumento, che ci andasse anche al bagno e a letto. Fotografare Coltrane senza il suo sassofono deve essere sembrato a quasi tutti gli autori degli scatti qualcosa di inopportuno. E così ecco Coltrane geneticamente incollato al suo strumento. Il sassofono come protesi del suo corpo. Un essere mutante. Uno uomofono.

E dunque come la mettiamo con gli scrittori fotografati mentre scrivono? L’infelice “effetto posa” è difficile da evitare, come accade in questa foto del grande Dickens:

Anche quando l’insieme vuole simulare naturalezza c’è sempre qualcosa che stride. Questa foto di Elsa Morante potrebbe sembrare uno scatto rubato, eppure non convince:

Quanto a Samuel Beckett, per ovvi motivi ho guardato e riguardato non so quante foto che lo ritraevano. Anche lui si è macchiato ai miei occhi della colpa di farsi fotografare mentre fuma, ma il volto di Beckett resta uno dei più inquietanti e affascinanti di tutta la letteratura (so di essere in buona compagnia nel pensarla così). Eppure se dovessi indicare una foto su tutte direi questa (che tra l’altro risale al 1971, l’anno in cui sono nato):

È stata scattata nell’atelier del pittore inglese Stanley William Hayter. È davvero una foto non ricercata, improvvisata. Lo sfocato Beckett, che appare davvero solo con i suoi fantasmi, sinceramente ignaro perfino di chi, a poca distanza da lui, lo sta fotografando, sembra emergere dal buio insieme agli oggetti che lo circondano. Tra questi un bicchiere che, davvero, è impossibile dire se sia mezzo pieno o mezzo vuoto.

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