Un male di molti

Venerdì scorso ero alla libreria Mondadori di via del Pellegrino, a Roma. C’era Giulio Mozzi che, presentato da Andrea Cortellessa, parlava della riedizione per Laurana Editore della sua raccolta di racconti Il male naturale che uscì la prima volta nel 1998 per Mondadori. Nel corso della presentazione Mozzi ha detto una cosa che viene ripetuta spesso in merito a questo libro, e cioè che Il male naturale è considerato da alcuni giovani scrittori un testo importante, decisivo per il loro rapporto con la scrittura, insomma quello che viene chiamato un testo di formazione. Per certi versi mi sento parte anche io di questo gruppo e al tempo stesso mi sembra di non rientrarci a pieno titolo.

Alla fine del 2008 mi sono iscritto, non l’avevo mai fatto, alla più vicina biblioteca pubblica di quartiere. Ho cominciato a ripescare testi di “modernariato letterario” che mi erano sfuggiti. Fra questi, appunto, Il male naturale, nella prima edizione Mondadori con la copertina che raffigurava un bassoventre ghermito da una mano. Lo lessi in brevissimo tempo, nel giro di due pomeriggi credo, e lo trovai sorprendente. Tanto che, cosa che non faccio praticamente mai, scrissi una mail all’autore dicendogli più o meno che consideravo quello il suo libro migliore. Giulio Mozzi mi rispose dicendomi che sul quel libro aveva opinioni contraddittorie, ma che era comunque felice quando veniva a sapere che a qualcuno era piaciuto.

Alcuni mesi dopo – era l’aprile del 2009 – ebbi occasione di conoscere Giulio Mozzi di persona e al termine della nostra chiacchierata gli ribadii che c’erano suoi libri che mi erano piaciuti più (Fiction, ad esempio, o La felicità terrena), altri meno (Fantasmi e fughe), ma che in assoluto Il male naturale era il migliore, un libro potente. E lui di nuovo espresse tutte le sue perplessità nei confronti di quel libro.

Il punto è che della tormentata vicenda editoriale che portò a una interrogazione parlamentare (vedi qui) io non sapevo nulla. Ho saputo di questa cosa solo pochi mesi fa, in occasione dell’uscita della nuova edizione per Laurana, leggendo alcuni post sul blog di Giulio Mozzi. Quelli che nella realtà sono stati, per Il male naturale, tredici anni di vita sofferta, per me lettore sono stati due anni di vita sfolgorante. Mi chiedo che rapporto avrei con questo libro se lo avessi letto all’epoca della sua prima uscita (quando allora, tra l’altro, avevo cominciato a scrivere da pochissimo) e se ne avessi seguito fin da subito i pubblici travagli. L’aura dello scandalo avrebbe offuscato o potenziato il contenuto di quei racconti?

Il racconto più incredibile è Coro, in cui l’io narrante sostiene che ciò che gli interessa è

raccontare delle storie di redenzione parlando della redenzione come di una cosa vera […] perché non è possibile negare che la redenzione è la più giusta e la più buona delle immagini che la nostra persona produce insieme a tutte le altre e non è possibile negare che non è possibile produrre la felicità sulla terra se non per mezzo dell’immagine della redenzione

Volendo fare una battuta, stupisce che l’interrogazione parlamentare non sia scattata a causa di questo racconto perché – e qui non scherzo più – è Coro il racconto più scandaloso del Male naturale.

Ma il cuore di questa raccolta sta secondo me altrove: Un male personale, Splatter (breve) e Super nivem. In questi tre racconti il narratore che percorre le storie fa una cosa rarissima, se non unica (almeno limitandosi alla narrativa italiana contemporanea): sostiene di essere colpevole e desidera essere punito. Questa scelta inusuale apre delle possibilità nuove: in altre parole, questo libro racconta qualcosa che nessuno (almeno limitandosi alla… eccetera) aveva ancora raccontato. So che quest’ultima affermazione non è dimostrabile. La dico in un altro modo: Il male naturale ha raccontato a me qualcosa che nessuno (almeno… eccetera) aveva ancora raccontato. Dal momento che esiste una “pattuglia di giovani scrittori” (sempre qui) che lo considera un modello di riferimento posso pensare che l’eccezionalità costituita da questo libro, pur se non oggettivamente dimostrabile, sia vera.

Non so se posso considerare davvero Il male naturale come un mio libro di formazione. È arrivato tardi nella mia vita, quando avevo già letto molti libri che consideravo importanti, quando avevo già pubblicato due libri e un terzo ne stavo scrivendo. Ma continuo a pensare che questi racconti parlino del male in modo unico. Leggerli è stata un’esperienza.

Sono andato a controllare il file dove segno le parti che mi piacciono di più dei libri che prendo in prestito in biblioteca. Del Male naturale avevo segnato questi due passaggi.

Da Splatter (breve):

Io voglio molto bene a questa carne della quale sono fatto e credo sinceramente di essere questa carne, anche se mi accorgo che c’è una parte di me che la carne non basta a fare e che è fatta di un’altra materia che non conosco bene: immagino che sia sottile, leggera, trasparente e femminile. Questa è la parte di me che io chiamo anima e penso che non sia una cosa distinta dalla carne ma compenetrata in essa: come due fumi che si mescolano. Io percepisco la mia anima per mezzo della mia mente e la mia mente è fatta dal cervello, che è carne come tutta l’altra carne: è questa l’unione. Il diavolo è la divisione, che si chiama eresia. Io sono capace di immaginare che cosa può succedere alla materia della mia carne dopo la mia morte, tuttavia non sono capace di immaginare che cosa può succedere alla materia della mia anima dopo la mia morte. Eppure io sono capace di pensare a me stesso soltanto come a una cosa viva e allontano da me tutte le immagini della morte: faccio un gesto con la mano destra e le allontano per sempre. Tutte quelle che noi crediamo siano le immagini della morte sono in verità le immagini della continuazione della vita. Le vere immagini della morte sono quelle che noi crediamo essere le immagini della vita. L’attività del desiderio sessuale ci dà la sensazione di essere vivi e invece noi siamo animali che si riproducono perché siamo mortali. Noi pensiamo di godere del nostro sesso come di un puro piacere distaccato dalla riproduzione perché vogliamo dimenicarci della nostra morte che è così vicina, è una formica che cammina sulla nostra schiena.

Sto combattendo contro quella sensazione di morire che mi invade sempre quando mi avvicino a un’altra persona. Io finisco in un certo punto, lei comincia oltre quel punto, in mezzo c’è un vuoto sottilissimo che non si buca. Potrei fare un passo o un salto, dovrebbe essere un movimento incontrollato che sicuramente mi verrebbe goffo e brutto, per buttarmi di là, dove vedo che si cade infinitamente. So che le mie immagini, la stanza da bagno celeste, i fumi dell’anima e della carne, le radici dell’albero, sono tutte inefficaci. Io non voglio credere che la conoscenza dell’altra persona ci sia stata negata. Io credo che siamo stati creati da un dio così desideroso di amare che non ci ha creati come una semplice parte di sé stesso ma come enti separati, somiglianti ma distinti, perché l’amore può andare solo dall’altro all’altro. La distanza che ci separa da dio non è diversa dalla distanza che ci separa dall’uomo o dalla donna; e similmente la distanza che ci separa dall’uomo o dalla donna non è diversa dalla distanza che ci separa da dio. In questi giorni tra me e dio c’è una distanza insuperabile.

E da Super nivem:

Forse, ho pensato a volte, questa è la piena e divina redenzione che desiderano per me le persone che pretendono che io mi redima; e certamente un tale desiderio per me è segno di un grandissimo amore; tuttavia, ho pensato ancora, com’è possibile che io possa accostarmi a queste persone solo dopo che sarò redento? Che cosa sono queste persone, sono forse esseri santi o addirittura divini, che il contatto con un irredento quale io sono considerano il più grande male? E se sono veramente santi e divini, che pericolo posso essere per loro, io, non santo e non divino, semplicemente irredento? Una persona santa e divina può temere solo il diavolo in persona: ecco quindi chi sono io: io sono il diavolo in persona. E se sono il diavolo, è stupido che mi redima. Lucifero non fu redento: fu condannato. Non gli fu data scelta: così è scritto. Non fu nemmeno giudicato: la persona divina mosse un dito, e Lucifero precipitò. Ora io sono Lucifero, porto su di me tutti i segni di Lucifero: sono indubbiamente un angelo, eppure porto il male in me, eppure sono il male. Io sono indubbiamente un angelo e di questa angelica natura porto i segni: il primo segno è l’ingenuità, il secondo segno è l’indistruttibilità, il terzo segno è la bellezza, il quarto segno sono le grandi ali bianche, il quinto segno è la sterilità, il sesto segno è la mia obbedienza, il settimo e ultimo segno è la fede nella persona divina. Poiché io sono Lucifero, ovvero un angelo precipitato, i sette segni sono diventai ciascuno il suo contrario: l’ingenuità è diventata inconsapevolezza, l’indistruttibilità è diventata ossessione, la bellezza è diventata arte, le grandi ali bianche sono diventate salive, la sterilità è diventata passione di morte, l’obbedienza è diventata tradimento, la fede nella persona divina è rimasta fede nella persona divina: fede con odio, ora non più fede con amore. Nessuno crede nella persona divina con tanta forza quanto Lucifero: perché nessuno, nemmeno il più santo dei santi, ha finora più provata la forza della persona divina. Non puoi non credere in chi ti ha condannato, precipitato, obbligato al fuoco eterno. Non puoi non credere nella persona divina che hai contemplato per un tempo incalcolabile, e che allo scopo di punirti si è sottratta alla tua contemplazione per un tempo altrettanto incalcolabile. Questa è la punizione che mi è stata inflitta da Bianca: lei è lì, irraggiungibile, potrei telefonarle ora: ma mi è vietato. Non potrò più contemplarla, devo accontentarmi del suo fantasma o delle immagini di lei (tutte false e bugiarde) che si trovano nel mondo. Miro non mi scacciò, Miro mi fu sottratto, l’amore di Miro per me e mio per lui, era un amore che si aggiungeva, si sovrapponeva, si integrava. Non sento la mancanza di Miro perché ciò che ho di lui nella memoria mi è sufficiente: anche se ogni tanto incontro fantasmi che assomigliano a Miro, tuttavia non ne cado preda. Invece Bianca mi ha punti per mezzo della sua assenza, e pertanto qualunque fantasma o persona reale che sia un’immagine di Bianca mi seduce e mi controlla. Questo avrei voluto dire a Renata, mentre mangiavamo maiale e pollo, questo non ho detto a Renata. Come avrei potuto dirle, così: Io sono Lucifero. Come avrei potuto dirle: È il tuo male che desidero. Come avrei potuto dirle: So che in questo momento provi dolore, e ne sono felice. Ora lo sto dicendo, e non sono affatto sicuro che sia vero. Non sono affatto felice, ora, del dolore di Renata, non ho affatto desiderio, ora, del suo male, e credo che pensare che io sono Lucifero sia un’idea stupida. Io non sono Lucifero, io sono un uomo miserabile.

Annunci

Un pensiero riguardo “Un male di molti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...