Shakespeare, Lorenzo Lotto e l’immobilità della virtù

Lorenzo Lotto, "La Castità mette in fuga Cupido e Venere" (part., olio su tela, 1529-1530)Una delle mie ultime letture è stata Di vita si muore, un corposo saggio di Nadia Fusini dedicato allo studio delle passioni nel teatro di Shakespeare. Si tratta di un testo impegnativo, almeno per chi – come il sottoscritto – non è un esperto dell’opera del Bardo. La Fusini, oltre a essere una celebre anglista e traduttrice, si rivela in questo libro una vera e propria fan del grande drammaturgo inglese («Vivo la mia vita con Shakespeare per amico. Confidente», confessa nella quarta di copertina) e sommerge il lettore con una messe di citazioni, riferimenti, dati. Il taglio non è – come sinceramente mi auguravo – prevalentemente storico-letterario, bensì psicologico-filosofico. La Fusini qui non si preoccupa di scrivere un saggio a tesi, ma mette insieme questo zibaldone di pensieri intorno all’autore di Amleto e Macbeth che, come ripeto, per chi ha di Shakespeare una conoscenza minima risulta alla fine dispersivo. Ma, ovviamente, non è di questo che voglio parlare.

Voglio invece raccontare di un cortocircuito artistico che si è verificato proprio durante la lettura del saggio in questione. A proposito del personaggio di Gertrude, la madre di Amleto, a un certo punto Nadia Fusini scrive:

Nel caso della regina, la forza che la muove da un letto a un altro è the lust, die Lust, il puro desiderio sessuale. Dice ancora il fantasma all’incredulo figlio: sì, è proprio così, la mia regina è passata da me (e usa il verbo «decline», perché il passaggio inclina verso il basso) a quel miserabile di mio fratello. Non ci si crederebbe, non fosse che, «al contrario della virtù, che mai si lascerà muovere, neanche se venisse a corteggiarla la libidine in forme paradisiache, il desiderio sessuale, invece, magari incarnato in un angelo radioso, si soddisfa vuoi in un letto celestiale, o indifferentemente s’abbuffa vorace di sudiciume» (I, V, 53-7). Questo, più o meno, dice il fantasma.
La forza dell’immagine va colta con precisione: l’allegoria ci offre il tableau vivant della Castità immobile al centro, colta e raccolta nella sua radicata affezione al bene, mentre la libido, stretta in copula con un angelo radioso, trascorre indifferente da un cibo all’altro, pronta a cogliere dovunque quel che l’ingrassa.

Cambio scena. Sono alle Scuderie per vedere la mostra su Lorenzo Lotto e tra i capolavori in esposizione (la Pala di San Bernardino su tutti, ma anche alcuni inaspettati ritratti di disarmante realismo) mi si presenta quella che è senza dubbio un’opera meno nota, un olio su tela del 1530: La Castità mette in fuga Cupido e Venere.

Lorenzo Lotto, "La Castità mette in fuga Cupido e Venere" (olio su tela, 1529-1530)

Mentre sono lì che osservo mi tornano in mente le parole che ho citato prima. Il dipinto di Lotto ci offre un’immagine opposta a quella disegnata a parole dallo spettro del padre di Amleto. Qui a sembrare tranquilla e stupita è Venere/Lussuria mentre quella che si agita con grande impeto è proprio la Castità. E se da un lato ho capito subito che nello scrigno portato in spalla da Venere c’erano specchi e cosmetici, le insegne della sua frivolezza, non sono riuscito a capire cosa brandisse la Castità.

Sono dovuto tornare a casa e consultare il catalogo per scoprirlo. È l’arco di Cupido spezzato in due e usato come arma contundente contro i fuggiaschi (c’è chi vi ha visto un riferimento petrarchesco, da I Trionfi: «rotte l’arme d’Amore, arco e saette»). Alla faccia dell’immobilità.

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