Vigevano insegna ancora

Lucio MastronardiA leggerli d’un fiato, uno di seguito all’altro, i tre titoli che compongono la trilogia di Vigevano invitano davvero a pensare che Lucio Mastronardi sia stato un one-book writer. La lingua dialettale del Calzolaio è ormai poco più che una curiosità folkloristica e non regge la prova del tempo. E Il meridionale non è altro che il tentativo, fallito, di cavalcare l’onda del successo appena conquistato con Il maestro. Ma quest’ultimo, appunto, ha ancora molto da insegnare e non tanto sul piano dei contenuti quanto su quello dello stile.

Abbandonati i regionalismi del Calzolaio, Mastronardi inventa per il Maestro una lingua personalissima e viva, ingenua e incisiva come spesso sa essere la scrittura dei temi scolastici (non a caso). I tempi verbali oscillano dal presente al passato remoto nel giro di poche righe:

Il collega Varaldi scuote la testa e dice: – Scommetto che ti sei pentito di avere abbandonato la scuola!
Io faccio le dita a mazzetto e scuoto la mano; attraverso il bicchierino di cognac vedo la mia faccia che plata e dà fastidio sin a me.
– Noi siamo in vacanza! – disse Cipollone.
– Per quello che prendete! – risposi scaldandomi.
I colleghi si guardarono. Li avevo toccati in fondo. Le mie risposte erano come coltelli che trapassavano il loro catrame.
– Io penso che tu non prendi nemmeno i soldi che prende uno del coefficente 202! – disse Amiconi.
Io mi frego le mani. – Se qualcuno del coefficente 202 vuole venire a lavorare sotto di me, gli faccio prendere tre milani la giornata!

La vivacità di passaggi come questo (ai quali andrebbero aggiunti i quadretti surrealisti dei dialoghi con il direttore della scuola) si alternano alle allucinate riflessioni solitarie del protagonista. Ed è in questi capitoli che Il maestro di Vigevano supera la prova del tempo, quando cioè la patina neorealista di tutta la narrazione si solleva e scopre una luminosità ancora smagliante, da romanzo introspettivo, da prosa novecentesca:

…Risvegliarsi nel gabinetto è una sensazione unica! Mi sveglio e sento che non mi sono svegliato da solo; che qualcuno picchia, ma non mi rendo subito conto di dove sono. E poi ecco che vedo il lavandino e sento dolermi il braccio e penso: il mio braccio era appoggiato al lavandino e la testa era appoggiata al mio braccio. Mi alzo e mi rendo conto che ero seduto sulla tazza e la luce del mattino mi dice che seduto su quella tazza ho passato la notte. E intanto quel pugno seguita battere alla porta. Faccio un passo e sto per cadere: ho i calzoni a terra. Mi guardo in quello stato, in quell’ambiente, ed ecco che provo come una sensazione di tortura, non fatta di dolore ma fatta di schifo, e penso: ho passato la notte qui. E ora mi viene in mente perché ho passato qui la notte. E quel battito continua alla porta.
Indugio ad andare ad aprire perché ho vergogna. Una vergogna di catrame e intanto giro gli occhi e penso che quello che vedo è proprio un gabinetto, che ho dormito appoggiato al lavandino, che ho passato qui la notte, e quasi ci trovo un gusto in questo rendermene conto, come un sadico può trovarci gusto nella tortura. «Sono qui, sono vivo, sono sveglio! Mi sono svegliato ora, adesso, qui in questo luogo».

Alcune ossessioni si inseguono per tutto il romanzo: la parola-feticcio “ancestrale”, le dita dei piedi. Sono spie di una dimensione psicologica mai dichiarata eppure presente. Notevole che sul finire della prima parte, quando il protagonista decide di abbandonare la scuola per imbarcarsi nell’impresa della fabbrica, i capitoli del romanzo – che fino a quel momento viaggiavano su una media di due tre pagine – si frantumano in schegge di poche righe quasi a rappresentare, perfino nella forma stessa del testo, il disgregamento della personalità.

Il maestro di Vigevano ebbe successo all’epoca della sua uscita (il 1963) anche grazie al film che ne trasse Elio Petri. Eppure tutta la critica sociale del romanzo appare oggi appannata. Sia chiaro: la meschinità piccolo-borghese, il culto della fabbrichetta esistono ancora. Ma combatterli oggi con questo libro sarebbe come fronteggiare un carrarmato con una baionetta. Non c’è dubbio però che dal punto di vista stilistico questo maestro ha ancora molto da insegnare.

La fotografia di Lucio Mastronardi (Corriere d’Informazione, 29 gennaio 1964) è presa da www.luciomastronardi.it

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Un pensiero riguardo “Vigevano insegna ancora

  1. Le parole di Mastronardi erano davvero come coltelli che trapassavano il catrame dei vigevanesi, la maggior parte dei quali scrollava la testa vedendolo passare frettoloso attraverso piazza Ducale, liquidandolo con un livoroso “L’è matt!” Salvo poi riportarlo in auge come un lustro e un vanto cittadini dopo la sua tragica morte da suicida. Mi ha fatto piacere ritrovarlo qui da te 🙂
    È sempre un piacere leggerti, Annarita.

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