Le variazioni Bernhard

Thomas BernhardQuando ascoltai per la prima volta la storica incisione delle Variazioni Goldberg suonate al pianoforte da Glenn Gould avevo sedici anni e nessuno strumento cognitivo per capire cosa stessi ascoltando. Non avevo idea di cosa si intendesse in musica classica con il termine “Variazioni”, non sapevo chi fossero né Johann Gottlieb Goldberg né Glenn Gould. Bach, certo, sapevo chi fosse, ma di suo avevo ascoltato solo la celeberrima Toccata e Fuga in Re minore e l’Aria sulla Quarta Corda (perché era la sigla di Quark…). Quando anni dopo lessi Il soccombente, il romanzo di Thomas Bernhard che ruota intorno alla figura assente ma ingombrante di Glenn Gould, dell’ascolto delle mitiche Variazioni non mi era rimasto nessun ricordo. Oggi, a distanza di anni, rileggo e riascolto.

Johann Sebastian Bach, Variazioni Goldberg, Glenn Gould, 1955

Le Goldberg suonate da Glenn Gould e pubblicate dalla Columbia Records nel 1955 sono fra le incisioni di musica classica più celebri di tutti i tempi, un disco di variazioni composte nel Settecento (eseguite da un pianista allora pressoché sconosciuto) che vende quanto un singolo di rock’n’roll. All’epoca nel mondo degli appassionati non mancarono le critiche: perché eseguire al pianoforte qualcosa che è stato composto per il clavicembalo? Perché questo Gould suona così velocemente? Però, appunto, il disco vinse sul campo. Il mito di Glenn Gould iniziò qui insieme a quello delle Variazioni Goldberg, una partitura che fino ad allora compariva raramente nei cataloghi delle case discografiche, e che invece da quel momento diventò un’opera sempre più frequentata dai pianisti classici.

Non so se Gould all’epoca abbia voluto realizzare un “Bach for the masses”, non conosco la biografia di Gould per lanciarmi in analisi più approfondite (tra l’altro, nelle note di copertina dell’edizione originale – redatte dallo stesso Gould – non viene spiegato il perché di un approccio così singolare). Io però penso agli studi di registrazione della Columbia tra la Seconda e la Terza Avenue di Manhattan, penso alla frenesia delle dita di Gould sui tasti del pianoforte e a come doveva scorrere velocemente la vita a New York a metà degli anni ’50. Ci vedo – da profano della classica – questo parallelismo.

«Il soccombente» di Thomas Bernhard (Adelphi)

Venendo a temi su cui posso parlare con più cognizione di causa, la rilettura del Soccombente di Thomas Bernhard (romanzo del 1983) è stata una bella sorpresa. Intanto perché io dico sempre che non ricordo quasi nulla dei libri che leggo e invece in questo caso ricordavo perfettamente che in questo romanzo Glenn Gould e le Variazioni Goldberg sono poco più di un pretesto. Glenn Gould, insomma, sta al Soccombente così come Mozart sta all’Amadeus di Peter Shaffer (o di Milos Forman, se preferite), laddove il vero protagonista è Salieri.

La trama è davvero esigua, come spesso in Bernhard. Tre personaggi (un anonimo narratore, Glenn Gould e un tale Wertheimer) si incontrano al Mozarteum di Salisburgo all’inizio degli anni ’50 per studiare pianoforte sotto la guida di Vladimir Horowitz. L’insuperabile genialità di Gould spiccherà immediatamente e ciò condurrà il narratore all’abbandono della disciplina e Wertheimer (il soccombente, appunto) al suicidio.

Qui, a scanso di equivoci, urge una precisazione. Bernhard è uno di quegli scrittori che ho letto avidamente tra i miei venti e trenta anni, ma non l’ho mai considerato un maître à penser. Il suo è un pessimismo heavy metal, troppo smaccato e urlato per scavarti davvero dentro. E poi, diciamolo: tutto quel lagnarsi in continuazione del governo, della chiesa, dell’imbarbarimento dei tempi. Il suo io narrante sembra un pensionato che fa discorsi da autobus piuttosto che un novello Schopenhauer (il quale, pure lui…, ma lasciamo perdere). Ma quello che davvero è sconvolgente in Bernhard – e qui parlo seriamente – è la costruzione formale delle sue opere, l’accanimento sulla pagina, la sua prosa scalpellata. Il soccombente, da questo punto di vista, può essere annoverato tra i titoli più riusciti del livoroso austriaco.

Struttura: quattro paragrafi, il primo di quattro righe, il secondo di due, il terzo di cinque, il quarto è sostanzialmente un unico capoverso lungo centottanta pagine, in sostanza l’intero romanzo. Per circa cento di queste pagine l’unica azione compiuta dall’anonimo io narrante è entrare in una locanda. Tutto il resto è il ripercorrere con il pensiero gli anni del Mozarteum, l’incontro con Gould e Wertheimer, le strade dei due che si biforcano, il primo verso la gloria, il secondo verso la morte. Quest’idea di appendere pagine e pagine di tormentati ricordi a un’unica semplice azione è uno dei lasciti più belli dello stile bernhardiano che ricorre in molte sue opere.

Altro virtuosismo degno di nota è costituito appunto dalla furia del ricordare che non conosce momenti di stanchezza (e non solo qui, in un romanzo se vogliamo relativamente breve. Andatevi a rileggere il monumentale Estinzione del 1986 e vedrete che Bernhard è una macchina narrativa dalla resistenza incredibile). Ogni episodio torna alla memoria destando un continuo moto di tormento nel protagonista, con forza sempre rinnovata.

Rileggendo il libro mi sono accorto che all’epoca della prima lettura avevo sottolineato con violenza alcuni passaggi, probabilmente inebriato dalla prosa dello scrittore, e probabilmente perché allora ciò che era scritto in quelle righe mi suonava familiare. Ma ho visto anche che, oggi, alcuni passaggi non li avrei più sottolineati e invece ne avrei voluti evidenziare altri. Cosa che, purtroppo, non ho fatto e che di fatto getta nell’oblio questa mia seconda lettura del romanzo.

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