Libertà non è salvare un passero

Cattive notizie: il libro con la copertina più brutta di tutto il 2011 non è il Grande Romanzo Americano che molti avevano creduto di avere tra le mani prima ancora di cominciare a leggere, ma, a parte questo, Libertà di Jonathan Franzen fa tutto quello che ci si aspetta da una poderosa saga familiare, e cioè ti fa appassionare, ridere, commuovere, emozionare, affezionare ai personaggi, fare il tifo per questo o per quello, correre con gli occhi sulle parti un po’ noiose (poche, per fortuna) e gustarti fino all’ultima virgola le scene chiave.

Libertà, al pari del precedente Le correzioni, presenta quella “sindrome di Forrest Gump” per cui la storia dei personaggi si intreccia con la Storia degli Stati Uniti, ma stavolta ho avuto come l’impressione che Franzen abbia invertito la direzione. Se nel romanzo del 2001 lo scenario storico attraversava le vicende della famiglia Lambert, entrando dentro le vite dei singoli e facendo vibrare le loro relazioni, nel nuovo lavoro sono i Berglund a uscire fuori per rompere le scatole alla Storia.

Le recensioni apparse negli Stati Uniti mettono tutte in risalto come l’oggetto di osservazione di questo romanzo sia la middle-class ma da una lettura frettolosa di quanto trovato in rete mi sembra di vedere che poche sottolineano con forza come Freedom ne denunci impietosamente la fine: l’ambientalismo vissuto in modo isterico, la famiglia come ultimo rifugio dopo averla strapazzata in tutti i modi possibili. Su un blog statunitense ho trovato il commento di un lettore che sosteneva: “i Repubblicani odieranno questo libro” e ho sorriso perché paradossalmente potrebbe essere vero esattamente l’opposto. Un conservatore potrebbe dire, dopo averlo letto: “mah, alla fine, tutto quello che un progressista come Walter Berglund riesce a fare con la sua libertà, dopo aver incasinato la sua vita fino al limite, è salvare qualche esemplare di una sconosciuta specie aviaria. Sai che affare!”.

Un discorso a parte lo meriterebbe il linguaggio, di una linearità estrema, una scelta voluta – immagino – per offrire al lettore la grande quantità di temi e vicende messa in campo senza complicargli troppo la vita. Anche stavolta Franzen è magistrale nello sviluppare le scelte dei personaggi, nel dispiegare la maturazione delle loro azioni nell’arco di centinaia di pagine riconfermandosi in questo come il più ottocentesco degli scrittori contemporanei. In un paio di punti la mia sospensione di incredulità ha ceduto, ma in altrettanti ho ammirato le riuscite metafore escogitate.

Dopo la lettura di Libertà, tra ammiratori e detrattori di Franzen scelgo di collocarmi serenamente nel mezzo. Dopotutto, se l’occhialuto continua a far uscire un romanzo così ogni nove anni direi che lo possiamo tranquillamente gestire.

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Un pensiero su “Libertà non è salvare un passero

  1. Anche io mi colloco nel mezzo con serenità. Libertà è un buon romanzo, a tratti molto buono, con in mezzo alcune cose meno buone. Quello che fa specie è la bolla letteraria che vi si è costruita sopra, ma questa non dipende (solo? tanto?) da lui…

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