Una brace lenta e costante

Una volta per tutte bisognerebbe risolvere l’annosa questione: se un lettore resta deluso da un romanzo da cui si aspettava molto, il problema è del romanzo o del lettore? Nello specifico, e pensandoci a freddo, ritengo che l’essere rimasto un po’ perplesso dopo la lettura di Paesaggio con incendio di Ernesto Aloia sia più un problema mio. In questo romanzo, in fondo, non c’è niente che non va. Solo che il paesaggio narrativo che costruisce lo scrittore torinese più che incendiato a me è sembrato semmai riscaldato da una brace lenta e costante. Quasi che Aloia si sia trattenuto, non abbia voluto esplorare fino in fondo i temi e le passioni che pure ha messo tra le sue pagine.

Sono d’accordo con Sergio Pent che su Tuttolibri ha visto nell’ultima prova narrativa di Aloia “quasi un rito di passaggio verso imprese più ardue” e ha sottolineato la “pacata escalation verso un finale atteso“. Nulla da dire sul linguaggio, che è onesto, lavorato, pulito (fin troppo, in certi punti restituisce quasi alcuni sapori del passato), ma non posso negare che gli preferivo la lingua nervosa dei precedenti racconti raccolti in Sacra fame dell’oro (ripenso ad esempio a Locuste o al bellissimo La situazione).

Fatte queste premesse, racconto volentieri cosa mi è piaciuto, invece, di Paesaggio con incendio. C’è la vena dei ricordi di guerra che è davvero preziosa. Il protagonista, Vittorio, approfitta del periodo di vacanza nel paese di Castagneto (dove aveva trascorso tutte le estati di infanzia) per raccogliere appunti per un saggio commissionato dal museo civico locale sulle operazioni belliche che nel 1944 si erano svolte in quella zona. In un capitolo Vittorio torna in un punto dell’altopiano dove si è consumata una battaglia tra americani e austriaci, ripensa allo scontro fuoco e la sua ricostruzione mentale assume la forza di una visione.

Carla non riusciva a pensare ad altro che alla vita. Io stavo in piedi su un cumulo di ossa, non potevo pensare ad altro che alla morte, e quel pensiero era tanto forte da trasformarsi in una sensazione fisica. Me lo sentivo pulsare nelle orecchie. Tornai sui miei passi, raccattai il mio armamentario da voyeur di antiche, spente violenze, e cominciai la discesa.
Quegli austriaci, lassù, erano i miei fratelli. Non i vivi del paese che incontravo ogni giorno, cui stringevo la mano, con cui scambiavo battute e risate, ma quei corpi frammisti, spezzati, le cui carni dissolte tanto tempo prima nei loro elementi chimici primari erano scivolate via con la pioggia, nei rivoli che correvano a valle. E anche i vincitori erano miei fratelli, quelli sepolti sotto le croci bianche nei cimiteri disseminati nei dintorni oppure chissà dove dall’altra parte dell’Atlantico.

Questi brani “bellici” sono tra i passaggi migliori del libro, inaspettati (difficile trovarli tra i temi degli scrittori italiani della generazione di Aloia). Più avanti, quando il protagonista visita un cimitero inglese e si ferma davanti alla lapide di un soldato inglese, ho interrotto la lettura, mi sono alzato e ho messo The Final Cut dei Pink Floyd a tutto volume…

Ci sono anche passaggi divertenti, come questo, che mi sembra una bella botta al qualunquismo del lettore medio di Repubblica:

Da quando Giulia andava all’asilo dalle suore assistevamo a una proliferazione di angioletti. Qualche volta, prima di iniziare a mangiare, mia figlia giungeva le mani e recitava: «L’angioletto del Signore porta la luce nel nostro cuore…» Solo poco tempo prima sarei corso all’asilo a protestare. Avevo fatto le elementari dalle suore e per anni, in refettorio, mi ero alzato in piedi e avevo recitato preghiere di ringraziamento per la loro pasta scotta, il tonno avariato il venerdì, la loro frutta di seconda scelta. Adesso invece questa faccenda degli angioletti e delle preghiere a tavola non mi dispiaceva. Se non altro, pensavo, a nessuna delle maestre di Giulia sarebbe venuto in mente di sostituire il Natale con la Festa della Luce o qualche altra scemenza politicamente corretta.

Ma, tornando ai temi portanti, direi che tutto il romanzo parla dell’impossibilità di trattenere il tempo, del decadimento inevitabile delle cose e dell’altrettanto inevitabile perpetuarsi dell’esistenza.

Stefania, ecco. Stefania. Il minimo che potessi dire allora di quella donna era che, nonostante la mia avversione istintiva nei suoi confronti, soprattutto per la voce stridula e la risata indiscreta, e il disprezzo diciamo così, sociale, che non potevo fare a meno di covare per la gente spensieratamente ricca e a mio parere frivola e ottusa, non riuscivo mai vedendola a trattenere un moto di compassione – sì, proprio di compassione, per quello che era diventata: un ammonimento vivente sull’intrattabile villania del tempo. Polvere siamo e polvere ritorneremo. Questo dicevano la serpaia di rughe sul collo, sotto giri e giri di collane, e l’ovale appesantito e cedevole del viso e i rotoli d’adipe sotto i top sgargianti. In attesa di diventare polvere Stefania, che era stata una bellezza bionda e vistosa, ricordava piuttosto una barca tirata in secca e lasciata per anni in pasto alla salsedine, sotto la frusta delle intemperie, con la vernice che si stacca a larghe placche e lo scafo che si sfascia al sole.

[…] avrei voluto trovare il modo di conservarli, quei sorrisi di Carla – un lampo che nasceva lontano e attraversava le sue stagioni per riflettersi lì, sullo specchio del suo volto presente.
Le emozioni allo stato puro, i colori primari della vita, esistono solo nell’infanzia, quando tutto è eterno e infinito e nessuna gioia è gustata dal pensiero della sua fine più o meno imminente. Carla si ritrovava di tanto in tanto in questa condizione, ma non durava.

Insomma, c’è tanto in questo romanzo, ma a mio giudizio avrebbe potuto essere valorizzato di più. La trama, no, la trama non la riassumo, che le recensioni dove viene raccontata la trama le ho sempre trovate di una noia invincibile.

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