Flannery O’Connor: vedere la differenza

Flannery O'Connor, «Il volto incompiuto» (BUR, 2011), a cura di Antonio Spadaro, traduzione di Elena BuiaIeri sera ero al GP2 pub di Vicolo del Grottino, a Roma, per assistere alla presentazione del volume Il volto incompiuto curato da Antonio Spadaro e contenente alcuni testi di Flannery O’Connor (saggi e lettere) per la prima volta tradotti in Italia. Il libro avevo terminato di leggerlo qualche giorno fa e avevo sottolineato molti passaggi. Uno in particolare, da una lettera dell’agosto del 1957, per quanto relativo a un episodio quotidiano e apparentemente trascurabile, mi era sembrato illuminante. Tanto da considerarlo quasi una chiave di lettura dell’intera opera della scrittrice statunitense. Mi ha fatto molto piacere, allora, sentire che anche la traduttrice Elena Buia, presente alla serata di ieri, lo ha citato come frase in grado di far capire più a fondo la personalità di questa autrice.

Il passaggio in questione è il seguente:

Abbiamo preso un toro, questo da Perry, della Mulachee Farms… mia madre l’ha chiamato Banjo. Non saprei dire perché. Ho sempre pensato che se avesse un cane lo chiamerebbe Spot – senza ironia. Se io avessi un cane, lo chiamerei Spot, con ironia. Ma in pratica nessuno vedrebbe la differenza.

Elena Buia ha visto in questo ricordo il riconoscimento della comune ascendenza rurale della O’Connor madre e della sua celebre figlia. Siamo entrambe due sempliciotte campagnole, sembra dire Flannery (che amava definirsi una hillbilly thomist, una tomista zoticona), la differenza è che io lo so.

Ma a me piace estendere l’interpretazione di questo passaggio a tutta la sua opera. Leggendo quello che ha scritto Flannery O’Connor, in particolare i racconti, mi è sempre capitato di pensare: ok, è cattolica, ma queste storie le potrebbe leggere con estrema soddisfazione anche chi è ateo. La grazia agisce in modo così violento nelle vicende narrate che a una lettura superficiale l’azione del bene e quella del male si sovrappongono confondendosi. In un racconto come Good country people la grazia che tocca Joy facendole provare amore per il prossimo per la prima volta nella sua vita viene completamente offuscata dall’azione del venditore di Bibbie (!) che ruba la gamba di legno di una ragazza invalida; in A good man is hard to find, la nonna che riconosce nel bandito uno dei suoi figli viene uccisa. Che morale si può trarre, a una prima lettura frettolosa, da racconti come questi? Che la carità non viene ripagata, che il male trionfa, che l’esistenza è priva di significato…

Ma in una lettera del 1960 Flannery O’Connor, a proposito di A good man is hard to find, spiega molto chiaramente:

Esiste un momento di grazia nella maggior parte dei racconti, o un momento in cui questa viene offerta, e di solito rifiutata. Come quando la Nonna riconosce il Balordo come uno dei suoi figli e allunga la mano per toccarlo. In ogni caso questo è il momento di grazia per lei – una vecchia sciocca – ma porta lui a ucciderla. Questo momento di grazia rende frenetico il diavolo.

Nei racconti di Flannery O’Connor (così come nei suoi romanzi del resto) la realtà viene offerta al lettore nella sua pura nudità. Spetta al lettore, poi, il compito di coglierne le differenze.

P.S.: la serata – organizzata da BombaCarta, con Andrea Monda che introduceva e coordinava gli interventi – è stata lunga, ma molto piacevole. Sono state eseguite alcune cover live di brani di Springsteen, è stato proiettato un breve documentario su Flannery O’Connor curato da Stas Gawronski per Cult Book e Antonio Spadaro ha mostrato le foto della casa natale della scrittrice scattate durante un suo recente viaggio a Milledgeville, Georgia.

Lo spettro di Flannery, poi, è stato presente per tutta la serata, sabotando microfoni e manomettendo la sedia di Spadaro.

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