Ma dieci motivi sono troppi (o troppo pochi)

Quando ho saputo che stava per uscire un libro firmato da Giulio Mozzi e Valter Binaghi, intitolato 10 buoni motivi per essere cattolici, sono andato subito a leggere la scheda sul sito dell’editore Laurana. La prima cosa che ho pensato, dopo averla letta, è stata (mi rendo conto che non sto facendo un complimento agli autori): “Questa scheda è così perfetta che non c’è neanche bisogno di leggerlo, il libro”. In particolare, questo passaggio della scheda:

Oggi, in Italia, non c’è religione che sia più sconosciuta del cattolicesimo. Il dibattito pubblico si sfoga a commentare le prese di posizione della gerarchia pro o contro le politiche del governo, o a rivangare interminabili discussioni attorno alla morale sessuale. Ma il cattolicesimo è tutt’altra cosa: è, prima di tutto, una storia d’amore, difficile e contrastata come tutte le storie d’amore, tra un Creatore e le sue creature.

Chiunque sia cattolico sa bene che nelle discussioni con interlocutori più o meno occasionali si finisce sempre per ricoprire il ruolo di avvocato difensore del Vaticano. Agli interlocutori, infatti, quasi mai interessa conoscere in cosa consista essere cattolici (e quanto sia bello e impegnativo esserlo, come accade con qualunque altra storia d’amore di cui facciamo esperienza) mentre sono tutti morbosamente interessati alle piccole e grandi ombre dell’istituzione ecclesiastica e del comportamento dei singoli credenti.

Ecco allora che 10 buoni motivi per essere cattolici, lungi dal riuscire a convertire qualcuno (ma non è questo il suo scopo), contribuisce a riportare il dibattito sul cattolicesimo in Italia oggi all’interno del giusto perimetro. E lo fa senza mezzi termini. La scheda, infatti, non dice che il cattolicesimo è anche altro rispetto alle prese di posizione della gerarchia, ma dice chiaramente che è “tutt’altra cosa” e che quest’altra cosa è una storia d’amore (come diranno poi gli autori nel capitolo zero, con sintesi ancora più brillante: “il cristiano cattolico non è – per dire – una persona che ha dei problemi con i preservativi, ma una persona che aspetta con viva speranza la fine del mondo“).

Ed è importante dirle e ribadirle queste cose, citarle sul web, fare in modo che circolino. Perché dubito che chi legge libri come Tutto quello che il Vaticano non vuole farvi sapere o Il libro nero del cristianesimo poi vada a leggersi fino in fondo il libro di Mozzi e Binaghi. Invece, magari, un articolo su un blog riesce a infiltrarsi meglio, a capitare sotto gli occhi proprio di chi ha bisogno di sentire un’altra campana a cui non aveva mai voluto prestare orecchio. Ed è importante già il fatto che un libro del genere esista, che gli autori non siano apologeti di professione, che l’editore non sia di area cattolica e che abbia un titolo cheap da collana commerciale. Di nuovo, nella speranza che capiti proprio tra le mani di chi meno se lo aspetta.

Recensito il libro come oggetto editoriale, veniamo al contenuto. Alle immaginazioni di Mozzi sono abituato da tempo, alla prosa di Binaghi meno, ma l’impressione è che i due stili si completino bene a vicenda (mi sono tornati in mente i sussidiari scolastici, dove a ogni brano di lettura seguiva una scheda critica di approfondimento).

Alcuni approcci delle parti scritte da Mozzi mi hanno lasciato un po’ perplesso. L’insistere sull’aggettivo “bello”, ad esempio. Sembra quasi che Mozzi cerchi di avvicinare il lettore al cattolicesimo con lo strumento platonico che vuole che ciò che è buono è anche bello e viceversa.

E questo ci porta al cuore della questione: questi dieci motivi sono buoni o no? Sono dei bei motivi? E soprattutto: sono troppi o troppo pochi? Io credo che chi è lontano dal cattolicesimo di fronte a un titolo del genere abbia buon gioco ad alzare le spalle e dire, sorridendo: “Eh, ce ne sono almeno cento, altrettanto buoni, per non esserlo”. Mentre per chi è già cattolico di motivo ne è sufficiente uno solo.

Binaghi, nell’ultima pagina, lo dice meravigliosamente bene:

Gesù mi ha chiamato amico e fratello, ero perso nella campagna e mi è venuto a cercare. Nessun esercito ha bisogno di tutti i suoi soldati, nessun regno si eclissa per la mancanza di un suddito, nessuna festa si rimanda per la rinuncia di un invitato. Ma Lui si è curvato sulla buca in cui ero caduto, e non si è incamminato prima che mi decidessi a uscirne. Pare proprio che la festa non cominci senza di me.

E se non si capisce questo, fratelli miei, non c’è – in ogni senso – speranza.

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38 pensieri su “Ma dieci motivi sono troppi (o troppo pochi)

  1. Ma l’uso del termine “cattolici” è poi giustificato nel libro? o Mozzi e Binaghi lo usano in quanto, almeno in Italia, è praticamente sinonimo di “cristiani”? Per dire, nella citazione di Binaghi che hai riportato, credo che possa identificarsi perfettamente un qualsiasi cristiano, papista o luterano che sia.

    1. Il termine è giustificato, anche se non in modo netto. Esiste inevitabilmente una zona grigia dove rientrano concetti che valgono per tutte le confessioni cristiane (anche se, ma questa è solo la mia opinione, a un luterano non sarebbe mai venuta in mente una frase bella come “sembra proprio che la festa non cominci senza di me” per descrivere l’incontro con Cristo).

      Volendo essere pedanti, il libro si sarebbe dovuto intitolare “10 buoni motivi per essere cristiani (e in particolare cattolici)”, ma così sembra quasi il titolo di un romanzo di Morozzi 🙂

  2. Io, da persona priva di fede o qualsivoglia spinta all’adesione a una mistica, casa spirituale, seguito di profeta o simili, vorrei però dire che mi ritrovo col commento di Giuseppe. Fin da piccolo, da quando cioè i miei (entrambi da agnostici in su, o in giù a seconda dei punti di vista) spinti dai loro, dai nonni, a darmi un’educazione basica di stampo cattolico… ho sentito (dai nonni e da suore e preti che hanno incrociato malauguratamente la mia strada) che i cattolici sono tali in quanto aderiscono a una chiesa, a un’organizzazione, una sistematizzazione, una congrega, chiamiamola come volete voi, ma sono distinti dai cristiani nudi e crudi. Questo è ciò che mi hanno tentato di insegnare: che diventare cattolico significava lasciare l’idea di una partecipazione e un incontro al messaggio del messia in modo diretto e non mediato e accettare la mediazione della chiesa cattolica.
    Per questo la discussione sull’essere cattolico, almeno da ciò che è nella pratica quotidiana della vita cattolica (vedasi anche la formazione data a mio nipote, anche via scout), e non nei principi alti… per questo, dicevo, la discussione non può che vertere sulle gerarchie ecclesiastiche, sulla burocrazia, sul potere economico e temporale, sugli intrighi di alcune sette (sì, sette) e gruppi di preghiera, sulle magagne insomma, che per chi ci crede magagne non sono, ma errori, o disorientamenti momentanei nel percorso delle pecorelle (ormai smarrite).
    Ognuno se la può certamente cantare e suonare come vuole, è questa la chiesa cattolica. C’è tutto e niente. Si può essere gay e comunisti, e restarci dentro pur con questo papa che non piace neanche ai cattolici più ferventi dell’est europeo (metti la Slovenia per esempio). Ne trovi dieci e anche un multiplo di dieci, di ragioni per esserlo. Se il punto di partenza è esserlo…
    Sarebbe più interessante un libro su cosa voglia dire essere cattolico. Qual è la diversità, o l’unicità, cosa unisce o divide i cattolici e perché c’è tanta diversità e/o unione. Quale ragione divina giustifichi una tale e tanta diversità di punti di vista (e di chiese)…
    Io ho la mia risposta. Dio non esiste. Le questioni sono totalmente umane. E pertanto, fallaci. E’ solo per una innata (e però modificabile) necessità di appartenenza, che giustifichiamo qualunque incoerenza, caos, contraddizione, costruendogli ex post un bel cappello di logica coerenza, di divina luce illuminante, di amore sublime.
    Quelli come me che hanno scelto di rimanere esseri umani semplici e non cercano illuminazioni o chiamate, restano spesso senza risposte. E questa assenza la giudicano il bello e l’affascinante dell’esistenza, dell’esserci al mondo. Con tutto quello che ne consegue.
    Luca

    1. Ciao Luca,

      1) tu dici: “ho sentito (dai nonni e da suore e preti che hanno incrociato malauguratamente la mia strada) che i cattolici sono tali in quanto aderiscono a una chiesa, a un’organizzazione, una sistematizzazione, una congrega, chiamiamola come volete voi, ma sono distinti dai cristiani nudi e crudi.”
      Ma questo vale per qualunque confessione interna al cristianesimo (anche i Calvinisti sono distinti dai “cristiani nudi e crudi”. E i “cristiani nudi e crudi” non ho idea di chi siano francamente). Diro di più: questo vale per ogni religione. Ognuno è convinto di essere nel giusto.
      La verità, in quanto tale, non può essere che una. Capisci da solo che non avrebbe senso dire “io credo in Cristo, però pure Vishnu ha il suo perché”.
      Battute a parte, il problema è tutto qui. Come dice mia moglie su aNobii nella recensione allo stesso libro: “Non sei cattolico se non credi con tutto il cuore di aver raggiunto e toccato e gustato la Verità tutta intera”. Io mi rendo perfettamente conto che una posizione del genere irrita chi non è cattolico, ma non credo che il concetto sia esprimibile in un altro modo. Un bel casino, se ci pensi.

      2) Poi dici: “diventare cattolico significava lasciare l’idea di una partecipazione e un incontro al messaggio del messia in modo diretto e non mediato e accettare la mediazione della chiesa cattolica”.
      A me questo non ha mai creato problemi. Anzi. Di nuovo: se credi che quella sia la verità, allora il fatto di proseguire il cammino verso di essa sorretto da un tradizione millenaria è un bel sollievo. La mediazione è un aiuto, non è un ostacolo.

      3) Poi dici: “le magagne che per chi ci crede magagne non sono”. Ti assicuro che le magagne restano tali anche per chi crede (almeno per me è così). Ma non è che uno abbandona la verità a causa delle magagne.

      4) Infine dici: “Io ho la mia risposta. Dio non esiste”. E su questo non ho idea di come convincerti del contrario. In bocca al lupo. (Dillo anche tu a me!).

      Ciao.

      1. Va bene, inizio con un bell’in bocca al lupo.

        Ma volevo precisare che i miei punti sono legati tra loro. Se sei cattolico ha accettato la mediazione del tuo rapporto con dio da parte della chiesa cattolica. Hai aderito alla chiesa cattolica. La verità si tocca grazie alla chiesa e non a un’illuminazione personale e individuale. Almeno in linea generale. Ma poi, anche i miracoli, le visioni, se non rientrano nel cortile vengono tacciati di eresia… insomma, ‘fate come volete, ma portate tutto il raccolto a casa madre-vaticano’. Per questo, è normale che se parli di cattolici parli di chiesa e di Vaticano, più che identità del credente e di sue rivelazioni. Mi sembra normale.
        Una cosa sono i credenti che vivono la propria fede in un modo personale (sono pochi ma esistono), altra cosa è chi sposa una interpretazione. Cos’alto è una chiesa se non un’interpretazione di ciò che di base dovrebbe essere terreno comune? E allora uno si divide perché non crede alla comunione, l’altro se ne va a fondarsi la sua congregazione perché i vescovi non devono vestirsi in rosso, ma in rosa fucsia e così via.
        Banalizzo ma ci capiamo.

        Cmq, come tutti noi senza dio sappiamo, questa discussione non esiste, non si pone. La verità non è un concetto opinabile. Per questo un ateo non la concepisce. Non di verità parliamo, ma di interpretazioni, di lettura, di sperimentazione, di studio, di ascolto… Spiegare i motivi di una appartenenza parlando di verità e di rapporto d’amore tra il Creatore e le sue creature è tagliare il discorso a metà e rivolgersi a chi già cattolico è. Come puoi rivolgerti e spiegare il significato di essere cattolico a un non cattolico se non con la (impossibile, personalmente) dsponibilità alla dialettica? Non è un circolo vizioso? Non sarebbe meglio dire semplicemente che la fede (e soprattutto la fede dentro una chiesa) non è comunicabile se non agli ‘iniziati’, a chi l’ha sperimentata, a chi l’ha vissuta, a chi la vive e sperimenta?

        Secondo me, chi scrive questi libri che vorrebbero fare divulgazione del messaggio fanno un’operazione (permettimi l’ardire) scorretta. Non c’è alcuna divulgazione possibile laddove non c’è dialogo, che implica la possibilità di dimostrare qualcosa e di cambiare idea, c’è solo la promessa di acquisire uno stato di speranza, amore, ecc ecc. E questo non è divulgabile, se non sotto forma di un invito a partecipare della fede.

        evangelizzazione. che è anche la base di molti conflitti (chiamiamoli competizioni tra evangelizzazioni differenti).

        Davvero, in bocca al lupo. Come la vuoi mettere, restiamo umani. e i problemi che affrontiamo, i perché sono quelli, chiunque sia a tentare di dare le risposte, dio, papa, o individuo singolo.

  3. E allora, Luca, intanto: crepi il lupo.

    Quasi tutto quello che dici nel tuo ultimo commento andrebbe rivolto agli autori del libro, non a me. Ma non voglio sottrarmi alla discussione.

    Tu dici: “Spiegare i motivi di una appartenenza parlando di verità e di rapporto d’amore tra il Creatore e le sue creature è tagliare il discorso a metà e rivolgersi a chi già cattolico è.”

    Io non credo che ci sia molto di “spiegabile” infatti. Però rifletti su questo: supponiamo che io pensi che Sofia sia una pessima persona. Poi incontro te e tu mi dici: “io amo Sofia”. Posso pensare che tu sia peggio di lei o che tu sia scemo. Oppure posso cominciare a guardare Sofia sotto un’altra luce. Magari cercando di capire perché tu ne sia innamorato, e cosa ci trovi in una così. Insomma: la tua dichiarazione d’amore apre una possibilità che prima non c’era.

    Dopodiché, per come la vedo io, questo libro non vuole fare divulgazione, né è in grado di convincere nessuno. Però – come ho già detto – sposta la discussione sul cattolicesimo in un ambito che non viene quasi mai affrontato. E’, per questo motivo, un libro necessario.

    Ciao.

  4. Il libro di Mozzi e Binaghi, da quel che ne ho sfogliato, avrebbe un lettore ideale: il ‘cattolico medio italiano’, cioè una creatura incredibilmente ignorante della sua stessa religione. Se un CMI potesse essere portato di fronte a un tribunale dell’Inquisizione all’antica avrebbe pochissime possibilità di uscirne indenne: si scoprirebbe eretico e l’unica possibilità sarebbe l’abiura immediata (che in effetti non avrebbe problemi a dare, tanta poca importanza da al contenuto positivo della sua religione). Quanti CMI italiani si sono mai messi in testa di leggersi i Vangeli da soli, per non dire l’intera Bibbia? E sì che, a lungo, la Chiesa preferiva che non lo facessero: ma oggi nulla impedirebbe loro di leggersi una Bibbia in italiano approvata dalla Cei. Ma il CMI non è interessato: quel che dice il Papa gli basta e avanza e se un giorno il Papa dicesse che, per esempio, l’Inferno non è eterno o che l’eutanasia è giusta non batterebbe ciglio.
    Il cattolicesimo come appartenenza, poi, serve solo a distinguerlo dagli altri (comunisti, atei, massoni, arabi, ebrei…) senza per altro imporgli nulla di vincolante. Nella mia città, qualche anno fa, fece parlare un episodio di ‘cattolicesimo medio italiano’ portato alle estreme conseguenze: un medico obbiettore di coscienza praticava aborti per ricchi cattolici in una clinica gestita da religiosi; scoperto, si uccise. Un mucchio di peccati mortali, direi, che andavano avanti da un bel po’ d’anni.
    Sì, c’è una propaganda anticattolica che, per esempio, pretende di ridurre il cattolicesimo alla pedofilia, ma nella mente di molti cattolici non c’è molto altro di significativo e sono loro i primi cui bisognerebbe spiegare il cristianesimo con una certa forza espressiva e precisione.

  5. @Federico
    Il tuo esempio su Sofia è gustoso, ma c’è una piccola differenza: Sofia è una persona reale, posso verificare se l’amore per lei da parte di qualcuno ha, per me, un fondamento, basato magari su qualcosa di lei che non avevo notato o che avevo interpretato in maniera diversa. Nel caso di Dio (quale che sia) devo invece necessariamente basarmi su chi lo ama e non su di lui, visto che l’unico contatto possibile con lui è credere che esista, senza nessuna possibilità di provarlo concretamente.In pratica, Sofia posso considerarla una pessima persona, ma Dio no, visto che non credo che esista; al massimo posso considerare pessime persone i credenti..

    1. Posso correggerti appena un po’, Giuseppe? Io direi che c’è una possibilità di provare concretamente dio, ed è con la tautologia della fede. Se credi, ogni cosa, ogni evento è carico della sua esistenza e ne è una prova. è semplice e lineare. è la (loro) verità.

      Ma l’esempio di Sofia è piaciuto anche a me. Diciamo che se parliamo di Sophia, di scelte esistenziali o filosofiche, di dei o di spazi vuoti da riempire (ma anche no), preferisco pensare che la nostra diversità sia frutto di un fattore tutto umano. La dimostrazione non è una religione, tanto è vero che la scienza positivista in realtà si basa sul principio di falsificazione più che sulla verificazione…
      Mi fermo qui. Addentrarsi nei motivi per cui chi ha fede ha fede e quali siano le dieci o cento ragioni per averla e averla all’interno di una casa madre specifica… per me è troppo.

      In fondo, non c’è tempo per leggere tutto e le scelte sono basate spesso su intuizioni, pregiudizi, scelte di campo, botte di c… Lascio questo libro a chi lo stava aspettando e a tutti i curiosi di varia natura. Ma credo che ‘servirà’ soprattutto a chi sta cercando una ragione valida per non mollare tutto, davanti a questa guida piuttosto terrena e terrenamente poco presentabile… e a chi ha perso l’orientamento e sta cercando una casa madre da cui ripartire.
      Gli uomini liberi (dalla fede), permettetemelo, non hanno nessun elenco di buone ragioni per essere qualcosa, solo una necessità fatalmente data, biologicamente e culturalmente ineffabile… questa sorta di sorda solitudine universale che cerchaimo di alleviare cercando altre forme di vita ovunque (vedi seti)… o arraggiandoci alla meno peggio con il senso che di volta in volta troviamo più coerente e meglio formulato. 🙂

  6. Certo, Luca, ma la tautologia della fede non è una prova ma, appunto, una tautologia, che, per dirla con la logica formale classica, è “una proposizione che ripete nel predicato ciò che ha già detto nel soggetto.”
    Sul fatto che per chi crede sia una prova tangibile non ho, ovviamente, nulla da dire.

  7. Grazie per l’attenzione.

    Giuseppe Ierolli: “Ma l’uso del termine ‘cattolici’ è poi giustificato nel libro? o Mozzi e Binaghi lo usano in quanto, almeno in Italia, è praticamente sinonimo di ‘cristiani?”.

    Abbiamo scritto un libretto intitolato Dieci buoni motivi per essere cattolici per il semplice fatto che siamo cristiani cattolici. Nel libretto ci sono molte cose che un evangelico o un battista del sud potrebbero solo condividere, e altre cose che un evangelico o un battista del sud non potrebbero condividere: quindi sarebbe stato inopportuno usare la parola “cristiani”. Il libretto peraltro non è stato scritto per marcare una distinzione tra cristiani.

    In effetti il libretto, come nota Stefano,

    “avrebbe un lettore ideale: il ‘cattolico medio italiano’, cioè una creatura incredibilmente ignorante della sua stessa religione”.

    E aggiungo: anche il non cattolico medio italiano: che in genere ha, sul cattolicesimo, opinioni molto strane.

    Luca, mi permetto qualche osservazione sparsa.

    – “Se sei cattolico ha accettato la mediazione del tuo rapporto con dio da parte della chiesa cattolica”.
    Sì. Faccio notare che la “chiesa cattolica” non va identificata con la gerarchia. “Chiesa” viene da “ecclesia”, ovvero: assemblea. Accettare la mediazione della chiesa significa accettare la mediazione della comunità dei credenti. Non significa rendersi dipendenti dai preti, anche se per ovvii motivi di potere i preti hanno una generale tendenza a intenderla in questo modo.

    – “Ho sentito (dai nonni e da suore e preti che hanno incrociato malauguratamente la mia strada) che i cattolici sono tali in quanto aderiscono a una chiesa, a un’organizzazione, una sistematizzazione, una congrega, chiamiamola come volete voi, ma sono distinti dai cristiani nudi e crudi”.
    No. I cristiani cattolici, ossia “universali”, sono tali in quanto hanno conservato i sacramenti [nel ns. libretto riporto una efficace frase di Simone Weil: “La Chiesa è perfettamente pura solo per un aspetto: in quanto conservatrice dei sacramenti. Perfetti sono il corpo e il sangue del Cristo sugli altari, non la Chiesa” (Lettera a un religioso, Adelphi 1996, p. 46)]. La distinzione tra cristiani cattolici e cristiani riformati passa di qui. Un conto è credere che il pane e il vino dell’eucarestia si trasformino nella carne e nel sangue del creatore che si è fatto creatura; e un altro conto è credere che il pane e il vino dell’eucarestia restino pane e vino, e che tutta la cerimonia abbia un valore meramente memoriale e simbolico.

    – “Per questo la discussione sull’essere cattolico, almeno da ciò che è nella pratica quotidiana della vita cattolica (vedasi anche la formazione data a mio nipote, anche via scout), e non nei principi alti…”.
    Alt. Al di là del fatto che il fondatore dello scoutismo, Robert Baden-Powell, non era cattolico bensì anglicano (figlio di un pastore), bisognerebbe ricordare che la pratica di vita quotidiana specificamente cattolica consiste nella pratica delle quattro virtù mondane (prudenza, giustizia, fortezza, temperanza) e delle tre virtù sovramondane (fede, speranza, carità). Educare un figlio alle quattro virtù mondane è certamente una buona cosa, ma non è una cosa specificamente cattolica.

    – “Secondo me, chi scrive questi libri che vorrebbero fare divulgazione del messaggio fanno un’operazione (permettimi l’ardire) scorretta. Non c’è alcuna divulgazione possibile laddove non c’è dialogo, che implica la possibilità di dimostrare qualcosa e di cambiare idea, c’è solo la promessa di acquisire uno stato di speranza, amore, ecc ecc. E questo non è divulgabile, se non sotto forma di un invito a partecipare della fede”.
    Alt. Se le chiese (intendo gli edifici) erano pieni cinquant’anni fa e sono deserti oggi, ciò non significa forse che tanta gente ha cambiato idea, e che quindi cambiare idea è possibile? Credi davvero che uno poiché è cristiano cattolico sia immune al ragionamento, perfettamente saldo e stabilito per sempre, e così via?
    Certo, nella credenza religiosa c’è un “salto”. Ma i “salti” sono cose piuttosto normali. C’è un “salto” anche nell’innamorarsi e nello sposarsi, per dire. Qualcuno è in grado di spiegare ragionevolmente il proprio innamoramento? No. Eppure innamorandosi si cambia la propria vita, si decide di farla ruotare tutta attorno a un’altra persona, si fanno figli, si accendono mutui… Un sacco di scelte importantissime, fondate su un irragionevole “salto”. E nessuno, al giorno d’oggi (in altri tempi sì), ha niente da ridire.
    (Poi, se davvero uno vuole “acquisire uno stato di speranza, amore ecc.”, ho l’impressione che l’hashish sia sicuramente più efficace).

    – “Quelli come me che hanno scelto di rimanere esseri umani semplici e non cercano illuminazioni o chiamate, restano spesso senza risposte”.
    E quelli che, come me, hanno scelto di cacciarsi dentro una cosa così misteriosa si fanno, ahimè, un mucchio di domande.

    1. “Faccio notare che la chiesa cattolica non va identificata con la gerarchia. “Chiesa” viene da “ecclesia”, ovvero: assemblea. Accettare la mediazione della chiesa significa accettare la mediazione della comunità dei credenti.”
      Non voglio mettermi a fare discussione teologiche (non ne ho alcun titolo) ma se sull’etimologia siamo d’accordo, la “mediazione della comunità dei credenti” mi sembra un assunto più teorico che reale. In questo ambito mi viene sempre in mente il sacramento della confessione, dove il mediatore è sempre, e credo necessariamente, un sacerdote (e un maschio).

      “Credi davvero che uno poiché è cristiano cattolico sia immune al ragionamento, perfettamente saldo e stabilito per sempre, e così via?” […] E quelli che, come me, hanno scelto di cacciarsi dentro una cosa così misteriosa si fanno, ahimè, un mucchio di domande.”
      Su questo sono perfettamente d’accordo; pur essendo ateo, capisco benissimo che avere fede è fonte di domande quanto non averne, e che le risposte, almeno quello che ciascuno di noi riesce a darsi, sono quasi sempre parziali e soggette a cambiamenti. La differenza, probabilmente, è alla radice: la fede ti porta a cercarle, anche con molta fatica, nel trascendente, la mancanza di fede no.

      Sulla differenza tra i cattolici e le altre confessioni cristiane non ho capito una cosa: perché il carattere di “universalità” della chiesa cattolica si distingue dal fatto che ha conservato la sacralità dei sacramenti? nel brano che hai citato, Simone Weil parla di “purezza” (devo confessare che anche questo mi sfugge), ma che c’entra l’universalità?

      1. Giuseppe, scrivi: “la ‘mediazione della comunità dei credenti’ mi sembra un assunto più teorico che reale”. Sono d”accordo. La chiesa – la comunità e la gerarchia – non sono perfette. Ci stiamo lavorando. (Sia chiaro che la “reatlà” di tale “mediazione” è una “realtà spirituale”).

        La chiesa cattolica, che ha conservato i sacramenti, li ha conservati per tutti: per questo è universale. (Simone Weil, che scrisse quella frase in una lettera nella quale spiegava perché non poteva farsi battezzare, era – mi pare – ossessionata dal desiderio di purezza).

    2. @Giulio, prima di tutto, sulla distinzione teoria-pratica quoto Giuseppe. Sul resto, entriamo in un labirinto. E per quanto riguarda le religioni mi definisco abbastanza ignorante. Per evidente necessaria scelta. POsso soltanto rimanere su un confronto dialettico generale e non certo addentrarmi su tutti i precetti, le virtù o i comandamenti. Quelli sono discorsi da ‘interni’.

      Mi preme solo chiarire che mai mi sono sognato di dire che un cattolico o un credente non si ponga domande, non rifletta e così via discorrendo. Sottolineavo una piccola, minima differenza tra le domande aperte, prive di una fonte di verità ovunque essa sia e in qualunque forma si presenti, e le domande in presenza di tale verità.
      Sul rapporto personale con dio… beh, una cosa è che qualcuno ti invita a cercarlo per poi comunque guidarti in qualche modo, un’altra ben differente è gestirselo in toto da per sé. Senza sacerdoti, guide, ispiratori, facilitatori, per quanto aperti e democratici siano.
      (mi permetto una battuta Alleniana, forse un wit in stile ebraico: dio non è democratico, altrimenti non si terrebbe l’onniscenza e l’onnipotenza tutte per sé)

      Bon mi fermo qui. (quasi)
      Aggiungo solo che se c’è un libro per me ispiratore è The God Delusion di Richard Dawkins (Le ragioni per non credere) ma ha un limite: l’ateismo militante. Che assomiglia tanto a un’evangelizzazione al contrario.
      Gli esseri umani semplici, definiti atei o agnostici, hanno un solo grande problema: sono assenti da troppe costituzioni, leggi, diritti, dibattiti… e quest’assenza che non è una dimenticanza, ma è dolosa e colposa allo stesso tempo, è il nucleo della nostra (sbagliata) definizione: ateo. Privo di dio. Che diventa privo di identità. Sono pochi a difendere i diritti di questo mondo di esseri umani cani-sciolti (radicali e UAAR e pochi altri in Italia).
      Mi permetto di dire che io non sono privo di niente. Non vengo uno scalino sotto (né sopra) un credente. Non accetto una defizione con la a privativa in testa. Ogni dialogo sulla fede deve includere la possibiiltà e la concretezza del discorso sull’esistenzialità umana, senza dio e senza fede. Sull’umanesimo così come lo vediamo e (non) lo capiamo.

      Sempre in bocca al lupo e buone vacanze.

      L

      1. Su Dawkins sono parzialmente d’accordo, nel senso che le ragioni della sua “militanza” lui le spiega, in modo abbastanza plausibile, con l’assoluta preponderanza della religione (o meglio, con un accostamento che ovviamente non trova d’accordo i credenti), della superstizione, sia nel passato che nel presente dell’umanità, Questo dominio incontrastato rende necessario, secondo lui, essere “militanti” nel difendere chi non crede. Un libro che ho trovato altrettanto interessante, e che secondo me non soffre di questo possibile difetto, è “Il mondo infestato dai demoni”, di Carl Sagan.

      2. Luca: su “teoria e pratica, ho risposto sopra a Giuseppe Ierolli”.

        Poi: se vuoi parlar di religione senza parlar di religione, non vedo come si possa fare. Dici che non vuoi “addentrarti su tutti i precetti, le virtù o i comandamenti”, ma io non ho parlato di precetti, non ho citato i comandamenti, e le quattro virtù mondane che ho citate sono un’eredità stoica – molto laica, quindi – incorporata successivamente nella tradizione cristiana.

        I libri di Dawkins, secondo me, hanno anche un altro limite. Dawkins si domanda se avere una religione dia o non dia un vantaggio evolutivo a una certa popolazione. E io mi domando: che senso ha questa domanda?

  8. Frequento abitualmente la parrocchia e vado a messa tutte le domeniche da 23 anni. Ho conosciuto almeno 14 fra parroci e viceparroci (senza contare i professori sacerdoti alla Pontificia Università Lateranense che ho frequentato 20 anni fa e poi ancora negli ultimi 3 anni per un upgrade :-)…) e nessuno, giuro, nessuno ha mai detto, a messa o altrove “guardate, se venite a messa e ubbidite a noi preti siete a posto, non dovete pensare, non dovete fare altro, perché così andrete sicuro in Paradiso”. Hanno sempre detto che per essere veramente cristiani bisogna avere un “incontro personale col Signore” e che andare a messa ad ascoltare i preti non basta. Non si contano i ritiri nei quali c’era la temutissima, dai ragazzi, ora di “deserto” nella quale te ne andavi solo soletto a pregare, Bibbia in mano, per tentare di fare questo famoso incontro personale. Ora o io sono particolarmente fortunata e le chiese della zona sud ovest di Roma sono delle perle e allora se volete vi lascio nome e indirizzo delle suddette parrocchie, o qualcuno di voi si sbaglia.

    1. @Federico
      Ho visto. Mi ritiro in buon ordine. Di fronte a una cattolica con l’upgrade non c’è lotta… 🙂

    1. Non so il latino. Ho usato il traduttore di Google ed è uscito fuori: “La croce si erge mentre il mondo rotola”. È esatto?

  9. Scrive Viviana del lago: “”Ho conosciuto almeno 14 fra parroci e viceparroci […] e nessuno, giuro, nessuno ha mai detto, a messa o altrove “guardate, se venite a messa e ubbidite a noi preti siete a posto, non dovete pensare, non dovete fare altro, perché così andrete sicuro in Paradiso”. Hanno sempre detto che per essere veramente cristiani bisogna avere un “incontro personale col Signore” e che andare a messa ad ascoltare i preti non basta.””

    Dire: “obbedire ai preti non basta” implica logicamente la necessità – anche se non la sufficienza – che per “essere a posto” occorre prima di tutto “obbedire ai preti”. La parola ‘obbedienza’ è esatta perché la descrizione che il catechismo comunica è un ordine delle cose (su base dogmatica). L’ordine è un’immagine imperativa, chiede obbedienza ed è socialmente sanzionato in una comunità di credenti. Del resto senza strutturare nel soggetto quell’ordine simbolico “l’incontro personale col Signore” non sarebbe possibile (si può incontrare in un deserto di cose, ma non in un deserto di idee sul mondo).

    E poi le do una buona notizia: Vanity Fair non si occupa sempre di mode, infatti proprio in questi giorni ha pubblicato un reportage sul matrimonio di Paola Concia e Ricarda Trautmann. Il matrimonio non ha nulla della ‘moda’, anzi, il fatto che il Parlamento, messo in mora dalla Corte Costituzionale sulla necessità di legiferare sull’unione omoaffettiva, resti inerte, rende il reportage di VF un atto civile che tutti possiamo apprezzare. Occorrerebbe la traduzione in latino di: “i simboli di giustizia spuntano anche sulle cose che rotolano.”

  10. L’obbedienza della fede è anzitutto dovuta a Dio (DV 5), ai suoi ministri è dovuta in quanto appunto suoi ministri.
    Vanity Fair esprime esattamente ciò che va di moda nel mondo oggi.

  11. Viviana del Lago, non ritiene che sia stato un bene pubblicare il reportage sulle nozze tra Paola Concia e Ricarda Trautmann perché questo può contribuire a vincere il sentimento omofobico verso le unioni omoaffettive?

    Per il resto diciamo la stessa cosa: bisogna obbedire anche ai ministri di Dio. I ministri di Dio insegnano quell’ordine simbolico di cui parlavamo sopra, che va a strutturare lo sguardo sul mondo. Quindi verità e obbedienza finiscono per mescolarsi.

  12. Andrea, credo lei abbia capito benissimo di cosa stessi parlando. Non ci provi a farmi passare per omofobica.

  13. @Viviana:
    non mi sembra che Andrea abbia cercato di farti passare per omofoba (non vedo come avrebbe potuto: tu hai criticato gli intenti del settimanale, non i contenuti del pezzo).

    Ma ciò che è interessante è che l’evoluzione dei commenti di questo post conferma pienamente la testi della scheda del libro in questione: si voleva parlare di una storia d’amore tra un Creatore e le sue creature e invece si parla di obbedienza ai preti e posizioni della Chiesa nei confronti del matrimonio tra persone omosessuali.

  14. Io non ho criticato Vanity Fair, al quale sono pure abbonata. L’ho usato come esempio perché un giornale di moda. Volevo infatti dire che le mode passano e cambiano, mentre invece quello che esprime la Chiesa Cattolica è sempre la stessa verità da 2000 anni, come fa notare Giuseppe Ierolli in un suo commento. Non intendo parlare di omosessualità. Concordo sulla seconda parte del tuo commento.

  15. Viviana del Lago, ho posto una domanda a cui si può rispondere ‘no’ usando argomenti razionali invece che fobici. Quindi non capisco la sua accusa di volerla far passare per questo o quello. Qual è la ragione della domanda? Semplicemente capire se davvero un giornale di moda non può che parlare di moda. Questa è una fallacia ‘ad personam’ (o ‘avvelenamento del pozzo’), e siccome è una fallacia di pertinenza, per smontarla occorre entrare nel merito. Cosa che ho fatto con la mia domanda, per spezzare quell'”ordine del discorso” (stabilire chi può dire la verità e chi no) che lei ha introdotto.
    Inoltre quando lei parla di “verità” bisognerebbe chiarire in che senso questo avviene. Se ci fa caso nel libro che commentiamo Mozzi è di una trasparenza assoluta sull’uso della parola ‘verità’. La verità è corrispondenza, oppure condivisione, oppure statistica, oppure utilità, oppure uso, oppure interpretazione, eccetera.

  16. Federico, innanzitutto ciao, è dai tempi di Fernandel che non ti incrocio!
    Allora, secondo me tu hai ragione e non hai ragione.
    Hai ragione perché è un dato di fatto che si finisce per parlare di morale sessuale cattolica.
    Ma sei certo che davvero nel libro non si parla di morale sessuale cattolica, come annunciato dalla scheda?
    Lo chiedo perché anch’io penso che la morale sessuale non sia il problema di usare il preservativo, ma molto di più: stabilire norme di riconoscimento dei soggetti e disegnarne i ruoli. Questo si fa attraverso l’uso del linguaggio e attraverso le immagini, perché l’ordine è simbolico. Nel libro a mio parere la morale sessuale esiste eccome, basta pensare al capitolo su Maria. Non dico è giusta o è sbagliata, dico solamente che viene presentata la morale sessuale come intesa dal catechismo: quella e solo quella fa da sfondo.

    1. Ciao a te Andrea,
      io leggo spesso i tuoi commenti ai vari blog (Vibrisse su tutti).
      Ricordo bene i tuoi commenti al capitolo su Maria e la discussione che ne è seguita. Che dire? Mi trovavo (e mi trovo) perfettamente d’accordo con quello che disse Binaghi quando parlò di “sciovinismo” nel tuo modo di porre la questione.
      Tra l’altro l’idea – da te espressa in quel frangente – che non esista in natura una diversità sessuale dei corpi ma un continuum non mi trova d’accordo. (E non c’entra niente il fatto che io sia cattolico).

      p.s.: tu e Viviana Del Lago – che poi è mia moglie – potreste darvi del tu? Mi mette a disagio sentirvi dare reciprocamente del lei… 🙂

  17. Federico, mi fa piacere, dico sul serio, che ti ricordi quella cosa che ho scritto sulla differenza sessuale, perché mi sembra sempre di parlare al vento, e almeno dico: toh, uno ha ascoltato, ricorda pure! E’ una gran cosa, perché devo sembrare piuttosto folle.
    Quello che dicevo non è un’opinione su cui si può essere o no d’accordo, è semplicemente la condizione delle persone intersessuali. Ovviamente non è una mia idea, e si trova anche in semplici manuali di educazione sessuale per maestri di scuola. Nel tuo ordine non c’è una norma di riconoscimento dei corpi intersessuali, dunque esistono come malati, come capriccio della natura, o non esistono proprio perché fose non ne sai nulla. Ma nella realtà sono persone sane, simpatiche, intelligenti, non ti verrebbe mai da dire loro quello che dici a me, ma non per educazione, bensì perché non lo penseresti affatto.
    Non hai idea di quanto sia faticoso parlarvi di queste cose, eppure per senso del dovere… non voglio essere una persona che ha avuto il talento per capire e non ha detto nulla.

    Sì, ho letto sopra che Viviana è tua moglie. Eh, il tu. Guarda nemmeno a farlo apposta ho accanto una dispensina di Cozzoli che forse ha avuto come prof alla Lateranense. Diciamo con una metafora scherzosa che dopo una sua pagina mi autopongo in quarantena. Voglio dire, posso anche darle del tu, ma secondo me preferisce proprio che svapori 😀 (senza offesa eh, io non odio nessuno, anzi… Viviana tvtb! :D)

  18. Io no ed è per questo che ho reagito male. Andrea ti chiedo scusa per la mia mancanza di carità.

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