L’immensa maggioranza delle cose

Leggere Javier Marías mi ha sempre dato l’impressione di assumere un farmaco via flebo, lentamente, faticosamente, per quanto benefici possano essere i suoi effetti. È stato così nel caso di Domani nella battaglia pensa a me e Tutte le anime, che mi erano piaciuti molto, ed è stato di nuovo così in occasione della recente lettura di Il tuo volto domani. Ma stavolta l’impressionante impegno necessario all’autore per scrivere quest’opera (e al lettore per leggerla) non è ripagato dai risultati che si raccolgono alla fine della lettura.

Ci sono pagine bellissime in questo poderoso romanzo che ha bisogno di tre tomi per essere contenuto, ma bisogna appunto andarsele a cercare tra le oltre mille e duecento che lo compongono.

Il progetto dello scrittore spagnolo è ambizioso: scrivere una spy story (avete presente John le Carré? Servizi segreti, spionaggio militare, torture, spie bellissime e spietate, eccetera), ma farlo con il suo stile intellettuale, rarefatto, distillato. Ci sono scene che iniziano in un volume e finiscono in un altro, tale è lo zoom sui particolari cui Marías sottopone le situazioni da lui immaginate. Un incrocio tra la recherche proustiana e un romanzo di 007. Sulla carta un progetto letterario di questo tipo è un capolavoro potenziale. In pratica, poi, finito il secondo volume, forse il più riuscito dei tre, e attaccato con buona volontà il terzo tomo, il più esteso di tutti, ho cominciato a vacillare.

Mi chiedo se in qualche modo l’unica vera critica che si possa muovere a questo romanzo sia anche la più banale di tutte, e cioè: è troppo lungo. Ho davvero l’impressione che Marías abbia voluto strafare, accumulando appunti per chissà quanti anni e poi scegliendo la via più rischiosa, quella di non scartare nulla o quasi, arrivando addirittura al punto (quasi che le parole non fossero sufficienti a esprimere tutto quello che gli vorticava nella testa) di inserire immagini, fotografie e riproduzioni di dipinti, tutte rigorosamente commentate e inserite coerentemente nella narrazione (come fa W. G. Sebald, con risultati – a mio giudizio – assai migliori).

Restano alcune memorabili riflessioni sulla morte e sull’incapacità di ognuno di prevedere come sarà, appunto, il proprio volto domani.

C’è sempre chi si guarda agire, chi vede se stesso come in una rappresentazione continua. Chi crede che vi saranno testimoni a riferire la sua generosa o spregevole morte e che questo è quanto più importa. O che se li immagina se non può averli, l’occhio di Dio, lo scenario universale, quello che vorrai, tutto questo. Chi crede che il mondo dipenda dai suoi relatori e i fatti dall’essere raccontati, sebbene sia molto improbabile che qualcuno si prenda il disturbo di raccontarli, o di raccontare quelli concreti, voglio dire quelli di ogni giorno. L’immensa maggioranza delle cose si limita ad accadere non ce n’è né ce ne fu mai un registro, ciò di cui ci arriva notizia è una porzione infinitesimale dell’accaduto. la maggioranza delle vite, per non dire delle morti, nasce già dimenticata e non lascia la minima traccia, o diventa sconosciuta nel giro di poco tempo, qualche anno, qualche decennio, un secolo, questo è in realtà molto poco tempo. Pensa alle battaglie, per esempio, a quanto furono importanti per coloro che le condussero e a volte per i loro compatrioti, di quante il nome non ci dica nulla, oggi ignoriamo perfino la guerra di cui fecero parte, e oltretutto ci lasciano indifferenti. Che cosa significano oggi per chiunque Ulundi e Beersheba, o Gravelotte e Rezonville, o Namur, o Maiwand, Paardeberg e Mafeking, o Mohacs,o Nájera? […] Ma ce ne sono molti che si oppongono a questo, incapaci di accettarsi come insignificanti o come invisibili, mi riferisco a quando siano morti  trasformati in materia passata, quando non siano più presenti per difendere la loro esistenza, per gridare: «Eh, io sono qui. Posso intervenire ed essere influente, fare il bene o provocare danno, salvare o affliggere, e perfino deviare l corso del mondo, ammesso che non sia ancora scomparso»[…] Temono che il finale imbratti e condizioni tutto, un episodio tardivo o ultimo che rovesci la propria ombra su quanto è venuto prima, coprendolo e annullandolo: che non si dica così che non ho porto una mano, che non ho rischiato per gli altri o non mi sono sacrificato per i miei, pensano nei momenti più assurdi, quando non c’è nessuno a osservarli o vanno a morire quelli che possono averli visti, a cominciare da loro stessi. Che non si dica in giro che sono stato un vigliacco, un essere disumano, uno sciacallo, un assassino, pensano quando si sentono puntati dai riflettori, mentre nessuno glieli punta contro né parlerà mai di loro, a causa della loro scarsa importanza. Saranno vivi anonimi e saranno morti anonimi. Sarà come se non fossero stati […] Tu e io saremo tra quelli, tra coloro che non lasciano traccia, farà lo stesso ciò che avremo fatto, nessuno si prenderà la briga di raccontarlo, e neppure di verificarlo.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...