L’ultima domenica: si comincia

Inizia oggi, su Vibrisse, la pubblicazione a puntate del mio romanzo inedito L’ultima domenica. Ne avremo fino a fine mese, più o meno. Ringrazio Giulio Mozzi per l’ospitalità.

(L’immagine è tratta dal videogioco Lugaru)

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11 pensieri su “L’ultima domenica: si comincia

  1. “Pezzo molto scolastico e filato, due o tre ideucce a pezzo, si lascia leggere. Non so dove va a parare il secondo capitolo, certo è abbastanza sgonfio per ora… sembra proprio un esercizio”.
    C’è sempre chi si approfitta della possibilità del mondo virtuale di poter dire la propria su tutto…

      1. >Il lettore ha sempre ragione.

        Quoto, come si diceva ai tempi, e, dato che non esiste un lettore uguale all’altro, ignorarli tutti mi sembra una scelta ragionevole e psichicamente economica.

        Per gli archivi: qui dicevi di aver frequentato DFW solo di striscio, quindi mi sento in dovere di informarti che i primi capitoli di “L’ultima domenica” mi hanno ricordato Infinite Jest, sia per struttura narrativa che per qualche affinità tematica (tipo lo sballo erotico-chimico del terzo capitolo).

      2. Federico, è il cliente che ha sempre ragione, il lettore medio semmai può esprimere un parere personale, evitando di abbandonarsi a una critica saccente da antologia scolastica novecentesca (fra l’altro, me lo spieghi cosa centri con Bukowski?)

      3. @Giorgio:
        come dice Luca qui sopra, ignorare i commenti (sia positivi che negativi) mi sembra per ora una scelta ragionevole. Tra l’altro, al commento in questione io onestamente non saprei come replicare. (Di Bukowski credo di non avere mai letto nulla, forse qualche poesia in rete o su rivista).

        @Luca:
        Ma io lo so che DFW mi riguarda più di quanto io possa credere. Forse è per questo che un po’ lo temo e lo tengo a distanza. Come detto, ho deciso di affrontarlo nei prossimi mesi. Staremo a vedere.

    1. Hai ragione. Ci sono caduto anch’io. Me l’appunto per la prossima stesura (“don Riccardo si rende conto che non riuscirà a parlare dei videogiochi” etc…).

      P.S.: molto bello il post di ieri su Letturalenta. Ciao!

  2. Dal capitolo 16: “chiusura dei tortellini, premendo la pasta con i rebbi della forchetta per far aderire bene i due lembi”.

    I tortellini si chiudono interamente a mano, senza ausilio di forchetta (che invece si usa, credo, per chiudere i ravioli).

    se queste pedanterie ti annoiano, dimmelo e smetto per sempre.

    1. Vai tranquillo, Luca. Grazie anzi.
      In questo caso specifico, però, non sono sicuro che tu abbia ragione.
      Quello che tu dici è sicuramente vero per i cappelletti (che vengono chiusi solo a mano). Sui tortellini la questione è un po’ più controversa ed entrano in gioco le variazioni che subiscono le denominazioni gastronomiche da regione a regione.
      Per te bolognese il tortellino non può essere che il turteléin, cioè il cappelletto di cui sopra. Ma per me il tortellino è (anche) un tortello di dimensioni più piccole. Il tortello è quadrato (a differenza del raviolo che è sostanzialmente un cerchio di pasta ripiegato su se stesso) ed è costituito da due strati di pasta sovrapposti con il ripieno al centro. Il modo migliore per chiudere un tortello (e il fratello minore tortellino) è quello appunto di sigillare i bordi dei due strati premendo leggermente con i rebbi di una forchetta.
      Però ci penso, magari trovo una soluzione che non lasci spazio ad ambiguità di interpretazione.

  3. Il problema, credo, è che la diffusione di prodotti industriali come i tortellini Rana o Fini o simili fa sì che la variante bolognese/modenese del tortellino sia ormai identificata come tortellino tout-court dalla maggioranza degli italiani. Non ho mai sentito parlare di tortellini come tortelli (quadrati) piccoli, ma l’Italia è lunga e può ben darsi che qualcuno lo faccia.

    I cappelletti sono diversi dai tortellini, anche se la forma è simile. Solo i romagnoli, che io sappia, chiamano cappelletti entrambi, attirandosi le giuste ire degli emiliani.

    (mi è venuta fame)

    1. Esistono diversi casi di nomi gastronomici che mutano geograficamente. Non c’è ad esempio la questione della mortadella che a Roma viene chiamata Bologna e viceversa? O mi confondo con la coppa che a seconda di dove ti trovi può indicare un prodotto differente?

      Per non parlare poi dei “false friends”. Gli italiani all’estero che ordinano una “Pepperoni pizza” e poi si vedono arrivare al tavolo una pizza con il salame…

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