Il teorema di Siegel

In una scena del film Sogni d’oro di Nanni Moretti, il protagonista parla con il barista del locale che frequenta abitualmente. «Hai visto l’ultimo film di Don Siegel? – chiede il barista – è pieno di luoghi comuni, banalità, personaggi tipici. Fa schifo. È un film orrendo». Poi il protagonista incontra un altro cliente. Anche lui parla dell’ultimo film di Don Siegel: «Hai visto l’ultimo film di Don Siegel? – dice – ecco! Quello è una cosa… perché è tutto giocato sui luoghi comuni, le banalità, i personaggi tipici. Una vera chicca…». Questa scenetta per me vale quanto una teoria di critica letteraria.

Potrei chiamarlo “Teorema di Siegel” e una prima bozza della formulazione potrebbe essere questa: «qualunque punto di forza di una narrazione può essere interpretato come un punto debole e viceversa».

Un romanzo è un organismo complesso. La somma delle parti e il tutto sono due cose distinte. I singoli elementi di un romanzo (personaggi, trama, ambientazione, etc.) possono essere deboli e tuttavia il romanzo nel suo complesso può funzionare, riscattando quelle debolezze. Oppure, i singoli elementi possono essere ben costruiti, ma il romanzo nel suo complesso, per motivi che spesso non siamo in grado di spiegare, può non funzionare.

Un editore può rifiutare un romanzo perché i personaggi sono poco credibili. Ma grazie al teorema di Siegel un altro editore può apprezzare lo stesso romanzo perché i personaggi sono meravigliosamente irreali. Un romanzo può essere rifiutato da un editore perché eccessivamente cupo e spietato e poi, magari, un altro editore decide di pubblicarlo e distribuirlo corredando ogni copia di una fascetta con su scritto “un romanzo spietato”. Un editore può argomentare il suo rifuto dicendo: “questo romanzo non va, è scritto troppo di testa e poco di pancia”, ma grazie al teorema di Siegel l’argomentazione opposta (“questo romanzo non va, è scritto troppo di pancia e poco di testa”) è altrettanto plausibile.

Un esempio pratico: in un celebre articolo, T. S. Eliot critica in modo piuttosto pesante l’Amleto di Shakespeare sostenendo, tra le altre cose che

L’incostanza di Amleto, le sue ripetizioni di frasi, i suoi bisticci, non sono parte di un piano voluto di dissimulazione, ma una forma di sollievo emotivo.

Ebbene, è stato proprio questo che mi ha fatto innamorare dell’Amleto fin dall’inizio.

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