Cartoline da Zappalandia

(La versione originale di questo articolo, leggermente diversa da quella qui pubblicata, è apparsa sul numero di settembre-ottobre 2005 di Medicine Show)

La musicofilia è una forma di turismo. Uno vive in un paese, che può essere il blues o il punk o l’avanguardia-elettronica-tedesca, e poi – giustamente – si prende qualche periodo di vacanza. Se ne va per un po’ ad ascoltare altro. Certo è un’esperienza limitata, ma non priva di senso. Dalle vacanze si torna sempre pieni di souvenir, di fotografie, di filmati. Per qualche giorno abbiamo sfiorato una realtà “altra”. Sappiamo benissimo che essere stati lì non ha nulla a che fare con il vivere lì. Però esserci stati – anche solo per poco – ci ha lasciato tutta una serie di ricordi, di immagini, di emozioni che chi lì non ci è mai stato non può neanche immaginare. Eppure, in certi posti, fare il turista non paga. Zappalandia è uno di questi.

La prima volta che sono stato in viaggio nella libera repubblica di Frank Zappa vivevo sotto la corona del progressive-rock. Doveva essere il 1990 o giù di lì. I miei concittadini parlavano la lingua di Genesis, King Crimson, Marillion, Jethro Tull e compagnia. Era un bel posto, in fondo, il regno del progressive. Mi ha insegnato una cosa, su tutte: la resistenza all’ascolto. Ero così abituato ad affrontare pezzi lunghi anche mezz’ora e brani senza parti cantate che quando poi ho cominciato ad ascoltare la classica e il jazz il passaggio è stato meno traumatico che per altri.
Poi un giorno un mio collega si presenta in ufficio con una busta quadrata (ve le ricordate no? Erano quelle in cui si mettevano i vinili). Dentro c’erano Sheik Yerbouti, Tinsel Town Rebellion e la trilogia di Joe’s Garage. Il giorno prima avevo confessato di non aver mai ascoltato nulla di Frank Zappa e il mio collega aveva deciso di convertirmi.
Io ero tornato a casa, avevo messo su i dischi, poi avevo comprato le cassette per copiarli. E avevo iniziato la mia prima vacanza in Zappalandia.
Quei dischi mi avevano colpito subito. Certo c’erano cose che avevo gradito più e altre meno. Notavo ad esempio che il mio piacere d’ascolto di Joe’s Garage scemava progressivamente dal primo volume al terzo. Trovavo spassosa una canzone come Flakes ma non capivo (io che non avevo mai ascoltato nulla di Peter Frampton) il senso di un pezzo come I Have Been In You.
Ma il vero problema di quei dischi era che non sapevo come parlarne con i miei amici. Mi sarebbe piaciuto fargli ascoltare qualcosa di quei souvenir che avevo portato a casa dopo il viaggio in Zappalandia, ma avevo una strana forma di timore. Come si faceva, ad esempio, a fargli ascoltare il rock beffardo di Catholic Girls senza portarli poi lungo la deriva schitarrante di Watermelon In Easter Hay? Oppure proporgli gli arrangiamenti possenti di Easy Meat e poi privarli del cabaret live di Panty Rap?
All’epoca, insomma, avevo intuito una cosa che avrei realizzato completamente solo in seguito: e cioè che Zappa acquista senso solo se lo si ascolta tutto (non è una teoria originalissima: lo dice pure Bertoncelli, da qualche parte…). Una canzone senza il resto del disco non funziona. Un disco senza il resto della discografia neanche.
E io, invece, mi ero accontentato di fare il turista. Ero tornato nel regno del progressive-rock. Ma presto mi sarei trasferito altrove. Per un po’ ho vissuto nello stato dei REM, poi in quello dei cantautori italiani e poi ancora nella confederazione di stati dell’indie-rock. Ogni tanto mi facevo un viaggetto a Zappalandia, perché quel posto mi incuriosiva eccome. Solo che ogni volta ne tornavo con un senso di insoddisfazione, quasi di vergognoso pudore. La sterminata geodiscografia zappiana mi metteva paura.
Nel 1991 uscì Make A Jazz Noise Here, uno degli ultimi live che Zappa avrebbe pubblicato prima di morire. Lo comprai subito. Fu una specie di vacanza imprevista, di viaggio a sorpresa. E fu faticoso, perché dopo l’apertura di Stinkfoot, i 14 minuti di disordine sonoro di When Yuppies Go To Hell furono una partenza in salita. E nonostante gli zuccherini bandistici di Let’s Make The Water Turn Black, Harry, You’re A Beast e The Orange County Lumber Truck il resto lo trangugiai come un pappone musicale indistinto. Tanto che a stento arrivai all’ultimo brano, quella Strictly Genteel che oggi è una delle mie composizioni zappiane preferite e che nella versione di quel live è, se possibile, più bella che mai.
Ma non demordevo. Mentre proseguivo i miei viaggi in recessi musicali che mai avrei pensato di frequentare (l’hip hop italiano, la musica industrial), Zappalandia rimaneva lì, come una specie di Paese dei Balocchi, come una Samarcanda cui prima o poi sapevo di ritornare.
Un pomeriggio, ad esempio, mentre guidavo verso casa, dall’autoradio sintonizzata su Radio Rock uscì una canzonemeravigliosa. Quando il brano finì il DJ disse “Era Frank Zappa con Dina-Moh Humm, dall’album Baby Snakes!”. Feci inversione a U e mi diressi verso il più vicino negozio di dischi. Ecco che Zappa stava rientrando inaspettatamente nella mia vita. Eccomi di nuovo in partenza per Zappalandia.
E credo che fu allora che capii che questi miei viaggetti da turista non mi avrebbero in realtà portato da nessuna parte. Che a Zappalandia avrei dovuto trasferirmi stabilmente, chiederne la cittadinanza oppure non andarci mai più, facendo finta che quel Paese dei Balocchi fosse davvero solo un luogo immaginario.
Passarono diversi anni, anni di ascolti disordinati, di vero e proprio nomadismo musicale. Ma a Zappalandia non misi mai più piede. Poi, un giorno, mentre scorrevo distrattamente i titoli nei vari scaffali di un negozio di dischi dove non vado quasi mai, sotto la targhetta della Z, sulla copertina di un CD, vidi la faccia di Frank Zappa con una smorfia incomprensibile: non si capiva se sbadigliava o urlava. Presi il CD tra le mani. Era Chunga’s Revenge. Al cinema, qualche anno prima, mi ero letto tutti i titoli di coda di Happy Together di Wong Kar Wai: volevo cercare di capire di chi fosse quel brano della colonna sonora così bello, quel ruggito di chitarra che cedeva il passo a una melodia notturna per poi tornare scudisciando. Tra i brani nei titoli di coda c’era anche questo Chunga’s Revenge di Zappa. Forse era proprio quella la canzone che cercavo. Nel dubbio comprai il CD. Sì, era lei.
Ma stavolta avevo capito che non sarebbe stata come le altre. Stavolta mi stavo trasferendo per sempre. Stavo facendo le valigie con un biglietto di sola andata per Zappalandia.
Oggi mi sento come quei fortunati che dopo una vita di lavoro possono permettersi una casetta in Costa Rica (o in Umbria, più semplicemente). Quelli che mollano tutto e cambiano vita. Ma come? Non sentono la nostalgia dei luoghi natali? Non soffrono lo straniamento? Già, ma vuoi mettere l’aria pulita, la vita sana. E poi Zappalandia è immensa. Non ci si annoia mai.
È un territorio, un subcontinente quasi, che sto imparando a conoscere piano piano. Sono passato dalle grandi pianure sinfoniche di The Grand Wazoo e Waka/Jawaka alle vette nebbiose di London Sympony Orchestra e Jazz From Hell. Ho attraversato la prateria di Bongo Fury, ho alloggiato nelle accoglienti città di Over Nite Sensation e One Size Fits All. Ho assistito ai grandi carnevali di We’re Only In It For The Money e di Uncle Meat. Ho visto quel monumento di suprema bellezza che è Hot Rats.
E, ora che vivo qui, che bello tornare a riascoltare i dischi che avevo conosciuto all’epoca dei miei viaggi da turista. Che bello tuffarsi in Make A Jazz Noise Here (altro che pappone musicale indistinto!), deliziarsi con Stevie’s Spanking, Cruisin’ For Burgers e dire “questa è casa mia”.
Non compro altra musica, non ascolto praticamente altra musica. Del resto dentro Zappa c’è tutto quello che le mie orecchie, ora, possono desiderare. Poi un giorno anche questo soggiorno finirà. Potrò rifare le valigie e andare a vivere da qualche altra parte. Ma qui ho ancora molto da fare.
Ogni tanto scrivo cartoline agli amici che mi chiedono come me la passo. Io cerco di raccontare loro quanto sono belli questi luoghi. Ma li avverto sempre: “non venite a fare turismo a Zappalandia. Bisogna viverci per imparare ad amarla”.

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