Il grande gioco

Truppe britanniche in Asia centrale (1842) - illustrazione tratta da www.bdsdf.org

Un viaggiatore che nella primavera del 1810 si fosse trovato a percorrere il Belucistan settentrionale si sarebbe potuto imbattere in un gruppetto di uomini armati, che, lasciato il remoto villaggio-oasi di Nushki, si dirigevano verso la frontiera afgana. Avanti a loro, in lontananza, vividi lampi illuminavano il cielo nero, mentre dalle montagne circostanti giungeva a tratti un brontolio di tuono. L’aria minacciava tempesta, e istintivamente gli uomini, inoltrandosi nel deserto, si stringevano nei mantelli.
Uno si distingueva dagli altri per la pelle più chiara. I compagni lo credevano un mercante di cavalli tartaro: tale si era dichiarato, e loro non avendone mai visto uno, non avevano motivo di dubitarne.

Non sembra anche a voi il meraviglioso incipit di un romanzo di avventura? E invece siamo già a pagina 63 e il libro che contiene questo passaggio è un poderoso saggio storico di Peter Hopkirk: Il grande gioco. I servizi segreti in Asia centrale.

Ho scoperto i libri di Hopkirk un paio di anni fa (in Italia sono pubblicati da Adelphi). Il primo a capitarmi tra le mani è stato Alla conquista di Lhasa dove vengono ripercorse le vicende di quel gruppo quanto mai eterogeneo di avventurieri che per circa un secolo, a partire dalla metà dell’Ottocento, tentarono quasi sempre senza successo, a volte fallendo a pochi chilometri dal traguardo, di raggiungere la capitale del Tibet, la città proibita di Lhasa, il cosiddetto «trono degli dei».

Forse meno emozionante di Alla conquista di Lhasa, ma altrettanto ricco di vicende avventurose è Il grande gioco tutto incentrato sulla guerra tra servizi segreti inglesi e russi durante il diciannovesimo secolo, gli stratagemmi più impensati per conquistare la simpatia di questo o quel khan, le vite umane sacrificate per scoprire un sentiero più agevole di altri per raggiungere zone impervie, i travestimenti, i nascondigli segreti, gli eroici rientri in patria di quegli esploratori o militari che erano riusciti a penetrare un po’ più a fondo nei territori ostili e misteriosi dell’Asia centrale.

Hopkirk è un giornalista e saggista inglese, tutta la sua produzione scritta ruota intorno ai temi qui descritti. So che alcuni mettono in dubbio la piena attendibilità storica della sua ricerca, ma – lo dico nell’unico modo possibile – quando io leggo i libri di Hopkirk l’attendibilità storica è l’ultima cosa che mi interessa.

Questi saggi sono romanzi. Hopkirk ha, del saggista, l’amore per i dati e i dettagli, ma quando comincia a raccontare supera se stesso. Il motivo per cui uno riesce ad arrivare alla fine di questi libri di centinaia di pagine pieni di nomi spesso illeggibili e che parlano di avvenimenti storici di cui non conosciamo nulla è che a essere protagonisti non sono i fatti ma le persone. Hopkirk è bravissimo in questo: centra tutta la narrazione sui personaggi. Ti fa sentire il freddo delle celle in cui vengono sbattuti quando sono catturati dagli asiatici, le parole stentate con cui scambiano informazioni con le popolazioni locali, gli oggetti in cui nascondono i taccuini su cui tracciano approssimative mappe di territori che mai occidentale aveva visto prima.

Poi, certo, sullo sfondo ci sono le guerre napoleoniche e la Russia zarista, ma stanno appunto là, sullo sfondo. In primo piano c’è, invece, un giovane tenente inglese che finge di essere un mercante di cavalli per raggiungere incolume la frontiera afgana.

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Un pensiero riguardo “Il grande gioco

  1. Ce l’ho anche io. Comprato ai tempi della guerra, i suppose. Mai aperto, anche se mi intrigava molto la storia.Mi ha spaventato la mole, suppongo, oppure fa parte della serie di libri che si comprano e stanno lì in attesa che venga il loro sospirato momento. Miglior fine di altri che invece se ne vanno intonsi, dati all’usato perché non meritevoli neanche di uno sguardo Forse ora mi metterò a leggerlo,chissà. Saluti.

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