García Márquez, genio e impostore?

(Pubblicato sul numero 35 di «Storie», giugno 1999)

Gabriel Garcia Marquez

«Senta, signorina Márquez: ieri notte non ho dormito pensando che ho assoluto bisogno di sposarmi, e la donna del mio cuore è lei. Non amo nessun’altra. Mi dica se anche lei ha delle mire spirituali sulla mia persona, ma non si senta obbligata a compiacermi, perché non deve mica credere che io stia morendo d’amore per lei. Le do ventiquattr’ore di tempo per pensarci».

Gabriel Eligio García, da poco assunto come telegrafista nel villaggio di Aracataca, in Colombia, lancia il suo ultimatum di amore a Luisa Márquez Iguarán. Se Luisa avesse detto di no probabilmente noi non avremmo mai potuto leggere Cent’anni di solitudine o Cronaca di una morte annunciata. Già, perché da quel matrimonio, nacque, nel 1928, il piccolo Gabito. Al secolo Gabriel García Márquez, premio Nobel per la letteratura nel 1982.

Stavolta lo scomodiamo non per un saggio critico o per una nota biografica, ma per raccontare come anche i grandi scrittori siano imperfetti e come anche i più celebri capolavori nascondano qualche trucco. Usiamo Márquez a nome di tutti. Che non se ne abbia a male.

Se Oscar Wilde sosteneva che la sua stessa vita fosse un’opera d’arte, Márquez può vantare una biografia magica e affascinante come i suoi romanzi. Primo di sedici figli, Márquez viene ben presto affidato ai nonni materni: Nicolás Ricardo Márquez Mejía, vecchio colonnello a riposo, e Tranquilina Iguarán Cotes, medium e abilissima narratrice di storie di fantasmi. Nei primi anni della sua vita, così come nelle prime righe delle sue storie, c’è già tutto: l’esotismo (il villaggio di Aracataca, l’inevitabile Sudamerica), la commistione di quotidianitá e magia (telegrafisti e medium), l’autoritá decadente dei personaggi (il colonnello in pensione).

Che Márquez abbia attinto a piene mani dal suo immaginario familiare, ancor prima che dalla cultura e dalle tradizioni del suo Paese, non è, del resto, un segreto. Nonno Nicolás porta il piccolo Márquez a vedere per la prima volta il ghiaccio. Ed ecco che in Cent’anni di solitudine Arcadio Buendía fa la stessa cosa con suo figlio Aureliano (sebbene il romantico tendone di zingari del romanzo sia stato nella realtá un freddo stabilimento della United Fruits). Ancora: papá Eligio García non era certo il marito ideale che i nonni dello scrittore avrebbero desiderato per la loro fanciulla. Sembrava che fosse già sposato, che avesse abbandonato moglie e figli in chissá quale cittá, un cascamorto, uno sbandato (vorremmo aggiungere noi, un abile scrittore di originali dichiarazioni d’amore). Lo soprannominano hojarasca, “foglia morta”, qualcosa di inutile che verrá spazzato via dalla prima pioggia. Ed ecco che il primo romanzo di Márquez si intitola Foglie morte. Di più: nonostante i rifiuti della famiglia, papá Eligio non demorde, è innamorato perdutamente di Luisa, le suona dolci serenate con il violino, le invia poemi d’amore, innumerevoli lettere, addirittura messaggi con il telegrafo. Alla fine la famiglia cede. Un amore che vince il tempo e le forze contrarie, un amore inossidabile. Ed ecco la trama per L’amore ai tempi del colera. Ancora: nonno Nicolás, colonnello in pensione, figura centrale nella vita del piccolo Gabriel “Gabito” Márquez diventa figura centrale delle sue prime prove letterarie: il colonnello di Foglie morte e, naturalmente, il protagonista di Nessuno scrive al colonnello. Ancora: Macondo, il mitico villaggio, palcoscenico perfetto di Cent’anni di solitudine, significa “banana”, in lingua Bantu, ed era il nome della vasta piantagione nei pressi di Aracataca.

Come tutti gli scrittori, Márquez si ispira alla propria vita. A volte si potrebbe dire che copia dalla propria vita. Altre volte ancora, e non è solo un sospetto, Márquez copia, quasi spudoratamente, dall’opera di altri scrittori.

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.

È l’incipit di Cent’anni di solitudine, uno dei più celebri della letteratura contemporanea, di una perfezione strutturale quasi irritante. Ora leggete questo:

Il padre Rentería si sarebbe ricordato molti anni dopo della notte in cui il letto duro lo tenne sveglio e poi lo costrinse ad uscire.

È un passo del Pedro Páramo di Juan Rulfo. A tal riguardo, Márquez si beffa di noi, senza scrupolo: dapprima ammette i suoi debiti letterari nei confronti di Rulfo e poi afferma seraficamente di aver composto l’incipit del suo capolavoro nel 1944. Pedro Páramo è del 1955.

Ancora più smaccato il furto letterario perpetrato da Márquez ai danni di Alvaro Mutis, poeta e scrittore argentino, la cui fama è recentemente cresciuta grazie ad un film di Cabrera, Ilona arriva con la pioggia e ad un brano di De André, Sterminata preghiera, entrambi ispirati alla sua opera. Intorno alla metá degli anni Settanta, Mutis sta lavorando ad un romanzo sugli ultimi giorni di Simon Bolivar. Márquez trova l’idea interessante. Mutis, scrittore elitario, distaccato, non le garantirebbe la diffusione che lui saprebbe darle. Mutis lavora al libro per diversi anni, senza concludere molto, finché decide di abbandonare il progetto. Márquez capisce che è il momento giusto. Senza vergogna, chiede l’idea in prestito al suo amico scrittore. È il 1989. Esce Il generale nel suo labirinto. Firmato Gabriel García Márquez. Ovviamente un best-seller. “Una zampata ben assestata dopo un agguato di dieci anni”, commenterá, tranquillo, lo stesso Márquez.

Sia chiaro, non stiamo facendo critica letteraria. Stabilire la paternitá di un’idea è altra cosa dal valutarne la qualitá artistica. Dare a Rulfo quel che è di Rulfo e a Mutis quel che di Mutis. Niente di più. Sarebbe azzardato sostenere che Márquez non avrebbe scritto l’attacco dei suoi Cent’anni nel modo che tutti conosciamo senza quel passo di Pedro Paramo o che Mutis avrebbe saputo raccontare Bolivar meglio di Márquez.

Ma Márquez arriva anche a copiare da se stesso. Non alludiamo al labirinto di riferimenti e rimandi, di personaggi e situazioni ricorrenti che pervade tutta la sua opera, bensì alla sua attivitá di giornalista. Sono gli anni tra il 1948 e il 1952, il Márquez scrittore deve ancora nascere, almeno pubblicamente, ma Gabito già scrive per alcune riviste colombiane. Nel luglio 1948, firma per il quotidiano “El universal” un breve, acuto articolo sull’amore. Due anni dopo, febbraio 1950, nella rubrica “La Jirafa” del quotidiano “El heraldo”, troviamo lo stesso identico pezzo. Márquez stavolta si cela sotto lo pseudonimo di Septimus e attribuisce le curiose considerazioni sull’amore alla lettera di una misteriosa Donna Isabel. A chi dobbiamo credere? Al Márquez commentatore di El Universal o a Septimus-Márquez destinatario delle missive di Donna Isabel?

Se a Márquez non piacesse raccontare storie non avrebbe scelto di essere uno scrittore, ovviamente. Ma a lui piace raccontarle anche al di fuori dei suoi libri, gode nel dare una dimensione letteraria, fantastica, ad ogni elemento della sua vita. A chi gli chiede perché ha iniziato a scrivere, lui risponde perché, per caso, un giorno ha letto La metamorfosi di Kafka tradotta da Borges e il fascino esercitato su di lui da quelle pagine gli ha indicato la via da seguire. Forse è davvero andata così, ma questa fortunata coincidenza, questo Kafka tradotto da Borges è perfetto, fin troppo, per descrivere la genesi di Márquez scrittore. Non ci stupiremmo affatto se un giorno Márquez confessasse di aver inventato questo episodio.

Chiunque abbia letto Cent’anni di solitudine avrá immaginato quanto lavoro sia stato necessario per orchestrare, con quella regia memorabile, la saga più celebre della letteratura del nostro tempo. Vero, Márquez? “No – dice lui – è stata un’illuminazione, non so neanche io spiegare come…”. E poi spiega: “Stavo andando ad Acapulco, in vacanza con la mia famiglia e di colpo il romanzo si è formato nella mia mente. È stato come se qualcuno mi avesse dettato il primo capitolo parola per parola. Ho girato di colpo l’automobile e sono tornato a casa”. Il resto è storia nota per chi frequenta le biografie letterarie: Márquez chiuso in una stanza per diciotto mesi scrive ininterrottamente il romanzo che gli regalerá il premio Nobel, fumando sei pacchetti di sigarette al giorno e non bevendo e non mangiando quasi nulla. Quasi per magia, tutti intorno a lui capiscono che quell’uomo sta dando alla luce un capolavoro e così gli amici aiutano la famiglia a sopravvivere mentre il genio crea, i creditori concedono dilazioni sui debiti, tutti si danno da fare. E un giorno, Márquez esce dalla stanza, quasi avvelenato dalla nicotina, con un pacco di fogli tra le mani che spedisce subito al suo editore di Buenos Aires.

Ecco. Il racconto di Márquez che scrive Cent’anni di solitudine è un perfetto racconto alla Márquez. Non contento di aver scritto un capolavoro, vuole che anche la storia di questa creazione sia formidabile. Márquez, grandissimo scrittore di cui non ci possiamo fidare.

Ad avvalorare questa tesi giunge un notevole saggio di Francesco Varanini, Viaggio letterario in America Latina (Marsilio), il cui primo capitolo è dedicato alla sistematica distruzione del marchingegno Márquez, un’analisi critica scortata da un’invidiabile documentazione e da interpretazioni convincenti che soffrono però di un compiacimento a tratti sadico. Márquez viene dipinto come un opportunista delle belle lettere, mercante di stili, primadonna contraddittoria, niente più che abile artigiano capace di confezionare libri-prodotto buoni per il mercato. La sapiente capacitá affabulatoria e l’abilitá nel creare personaggi e situazioni mitiche fanno di lui il grande erede dei cantastorie, il necessario prosecutore del prezioso patrimonio della narrazione orale. Questo è il ruolo storico e letterario che gli viene riconosciuto. Tutto il resto è supermarket editoriale.

Non sposiamo in pieno la tesi di Varanini, ma riconosciamo che analisi di questo tipo svolgono l’utile funzione di allontanare l’aura di sacralitá da certi autori e da certi testi rendendoli più accessibili e comprensibili.

Varanini sostiene che lo stile di Márquez, quello stile che gli è valso il premio nobel e migliaia di lettori in tutto il mondo, è un macchinario costruito a tavolino, che ha ben poco di poetico e ineffabile, un macchinario ben oliato che possiamo smontare per vedere come funziona. È un bel gioco, quello che propone Varanini. Un bel modo di vivere la letteratura, di leggere attivamente. Lo seguiamo volentieri, affiancando le nostre considerazioni alle sue, nell’analisi dei sei ingranaggi che, a suo parere, compongono il macchinario Márquez.

(1) – L’estetica del tocco in più: Márquez usa un’aggettivazione spesso gratutita, badando più all’effetto che al significato. Certo, il maestro degli aggettivi, almeno per quanto riguarda il Sudamerica, è Borges, l’unico che riesca a coniugare mirabilmente significato e bellezza. Spesso esiste una parola sola per descrivere perfettamente qualcosa. Borges ce l’ha. Márquez è più sfumato, più aperto. Definire la sua aggettivazione gratuita, però, ci sembra eccessivo. Spesso è improbabile, questo sì, e lo è fin dal suo primo racconto, La terza rassegnazione, del 1947, dove compare una barba “azzurra”. Ma a volte riesce a fondere originalitá ed efficacia, come in questo passo, dal racconto L’estate felice della signora Forbes: “avevo assaggiato la murena prima di sapere cosa fosse (…) Aveva un sapore terso, sebbene un po’ malinconico”. Ecco un buon esempio di come si possa fare poesia con parole comuni.

(2) – Il machismo stilistico: l’obiettivo finale deve essere quello di spiazzare, sconvolgere, schiacciare il lettore. Varanini insiste sugli aggettivi. Accusa Márquez di non parlare altro che di mura “invicibili”, di collere “bibliche”, di cittá “eroiche”. Anche nei titoli, aggiungiamo noi, c’è una tendenza al magniloquente. Gli anni di solitudine siano almeno cento e che nessuno, ma proprio nessuno, scriva al colonnello. Paroline come Amore e Morte si contendono il primato di presenza nell’elenco (Foglie morte, I funerali della mama grande, Cronaca di una morte annunciata, L’amore ai tempi del colera, Dell’amore e altri demoni…). Titoli che devono saltare dalle copertine, insomma, quando non cedono ad aperture wertmulleriane come nel caso dell’Incredibile e triste storia della candida Erèndira e della sua nonna snaturata.

(3) – L’alibi del paesaggio: ovvero, quando non sai cosa dire, dì qualcosa di insensato con grande sicurezza e il lettore, per la sorpresa e la soggezione, sará d’accordo con te. Schopenauer, nei suoi 39 modi per ottenere ragione, dava un consiglio simile. E qui Varanini offre un esempio dal Generale nel suo labirinto: “(Il generale) prese commiato (…) con un finto sorriso perché non si notasse che in quel 15 maggio di rose ineluttabili stava iniziando il viaggio di ritorno verso il nulla”. Inutile chiedersi cosa significhi mai “15 maggio di rose ineluttabili”. Inutile in ogni senso: cercare a tutti i costi il significato oggettivo di un’opera d’arte è operazione dagli esiti imprevedibili, spesso vani. Le “rose ineluttabili” forse non significano nulla, ma fanno scoccare un’atmosfera di amarezza che ben si accorda al sentimento di quel brano.

(4) – Il rinforzo del già detto. Scrivere sempre ciò che il lettore si aspetta, evitandogli la fatica del nuovo. Ci sembra una valutazione ingiusta. Márquez non si limita a scrivere ciò che ha già scritto. Prima di essere un narratore, egli è un creatore di miti. Come in ogni mitologia che si rispetti, troviamo personaggi ricorrenti, riferimenti continui, storie che ritornano. Creare mondi, mitologie, epopee era la cifra stilistica degli scrittori classici. Nel Novecento era diventata uso della letteratura commerciale o di genere. Márquez si è riappropriato di questa tecnica – è il critico Cesare Segre a farcelo notare – e l’ha restituita alla grande letteratura.

(5) – L’esagerazione medusea. Prosciugare la narrazione di ogni emotivitá per pietrificare con lo sguardo, come la mitica Medusa, fatti e personaggi. Anche qui resta da stabilire fino a che punto sia un difetto. Emotivitá e creativitá non necessariamente camminano a fianco. Anzi, tra i grandi della letteratura si contano diversi scrittori “freddi”: Kafka, Borges, Hemingway, Beckett… Márquez, ovviamente, ha la sua versione dei fatti: “È mia nonna che mi ha insegnato questo stile. È lei che mi raccontava terrificanti storie di spettri ed avvenimenti miracolosi senza mutare mai l’espressione del suo volto”.

(6) – L’esclamazione narcisistica. Costruire la prosa in modo che dal coro dei lettori si alzino grida di ammirazione o stupore. Come evitare una simile conseguenza? Del resto Márquez non si è mai vergognato di scrivere per il pubblico, di costruire storie che incontrassero perfettamente il gusto dei suoi lettori.

Márquez non è lo scrittore eremita che vive in aristocratico distacco dall’umanitá gonfiando di cinismo e disprezzo le sue pagine. Márquez è quello che ruba le idee agli amici e lo confessa divertito come un bambino che ha rubato la marmellata, è quello che parla male del premio Nobel e poi lo va a ritirare, gongolante, preceduto da una chiassosa orchestra di salsa, è quello che si vanta di aver stretto la mano ai grandi leader: Castro, Mitterand, Gorbaciov. Márquez è quello che dice “non scriverò più una riga fino a quando non cadrá Pinochet” e Pinochet non cade, i debiti aumentano e lui tira fuori Cronaca di una morte annunciata ed è di nuovo successo. Márquez, lo scrittore che ha capito gli europei meglio degli europei, che sa che anche quando noi siamo convinti di viaggiare stiamo in realtá fuggendo. Ed ecco che lui ci confeziona meravigliose mete di fuga: storie, non luoghi, storie immaginarie e incredibilmente, dolorosamente vere. Un Caribe fatto di amore, morte, magia, potere, solitudine. E fantasia, proprio negli anni in cui la fantasia era candidata al potere. Márquez, lo scrittore giusto al momento giusto.

Che tutte queste considerazioni, però, non ci facciano dimenticare che Márquez è stato, al di lá di qualsiasi aneddoto, figura necessaria della letteratura contemporanea. È ancora Segre a ricordarci come Márquez abbia salvato il romanzo dalla crisi degli anni Sessanta. Quando i narratori europei annebbiati dai vuoti ideologici giocavano con la dinamite dello sperimentalismo e quelli latino-americani erano intrappolati dalla particolaritá delle tradizioni locali, è arrivato Márquez con le sue parole. E dal momento che quando si parla di letteratura, le parole sono i fatti, egli ha dimostrato, concretamente, che il romanzo aveva ancora molto da dire.

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