Sartre: del dire e del fare

(Pubblicato sul n. 20 di «Storie», 1996)

Tra cinque minuti quella porta si aprirà e mi verranno a prendere. È mezzanotte meno cinque e loro sono sempre puntuali. Ma io non ho paura: ho preso la mia decisione e poi, ormai, è la decima volta che recito questa scena.

È il 12 aprile del 1948. Sono sul palco del teatro Antoine di Parigi, la Parigi che ha accolto con turbamento Le mani sporche, il nuovo dramma di Sartre. Nel buio della platea posso intuire i volti concen­trati del pubblico. Si sono appassionati al dramma interiore di Hugo, il mio personaggio, e probabilmente molti di loro non hanno compreso completamente il significato che l’autore intendeva dare alla sua opera.

Siamo arrivati al punto in cui Olga vuole convincermi che per me c’è ancora speranza. Lei, la stessa che due anni fa convinse i diri­genti del partito che ero l’uomo giusto per uccidere Hoederer. Hoe­derer era il segretario del Partito Comunista Illirico. Voleva riunire il comitato per proporre un accordo tra i proletari, il governo di destra e il Pentagono con la spartizione del potere alla fine della guerra. Ma questo ai maggiori esponenti del partito sembrava un compromesso inaccettabile. Decisero di eliminarlo.

Serviva un volontario. Io ero un intellettuale ambizioso, un anar­chico esuberante. lo ero giovane. Come nome di battaglia mi ero scelto Raskolnikov. “È uno che uccide” rispondevo a chi mi chiedeva cosa significasse. Credevo che uccidere fosse un modo come un altro per dimostrare a me stesso e al mondo di essere vivo. Hoede­rer più tardi mi avrebbe detto “gli uomini li detesti perché detesti te stesso, la tua purezza assomiglia alla morte, e la rivoluzione che sogni non è la nostra: tu non vuoi cambiare il mondo, vuoi farlo saltare”. Aveva ragione lui, me ne rendo conto solo ora.

Riuscirono a farmi assumere come segretario di Hoederer. Portai con me mia moglie e una rivoltella. E quando alla fine lo uccisi fu quasi per errore. Lo vidi mentre baciava la mia Jessica e gli piantai tre pallottole in corpo. Per gelosia, non per fedeltà al partito.

Avevamo parlato a lungo, io e Hoederer nei giorni precedenti. Mi indisponeva la sua calma, il suo modo paternalistico di parlare con me, mentre io facevo di tutto per scrollarmi di dosso le mie ori­gini borghesi, il ricordo di mio padre, quello vero, che mi diceva: “Anch’io ai miei tempi facevo parte di un gruppo rivoluzionario, ti passerà, come è passata a me”. Non è stato facile per noi figli di papà con la vocazione del rivoluzionario aderire al Comunismo durante gli anni di questa guerra. Il partito o esasperava i nostri limiti o per via di questi ci rifiutava. In ogni caso era una situazione insopportabile.

E Hoederer, che allora per me era solo uno che voleva vendere il partito ai fascisti, mi parlava affettuosamente, anche se già aveva capito che ero lì per ammazzarlo. “A che serve arrotare il coltello tutti i giorni, se non lo si usa mai per tagliare? — diceva — Un partito è sempre e solo un mezzo. Non c’è che un solo scopo: il potere”. Io invece pensavo più che altro alle “idee”. Mi riempivo la testa e la bocca con quella parola. Ma per le idee si muore. E Hoederer, che nei fatti lo ha dimostrato, non sapeva cosa farsene di una politica per i morti. Lui era un uomo vivo che faceva politica per i vivi.

E per raggiungere questo fine era disposto a tollerare la menzo­gna (“Non sono stato io ad inventarla. Non è rifiutando di mentire che la aboliremo”), l’assassinio politico (contro il quale non aveva alcuna obiezione di principio) e qualsiasi mezzo fosse utile per proseguire la lotta di classe. E quando, paradossalmente, il mezzo migliore è diventato un accordo tra opposizione e governo, un accordo tra le classi, lui lo ha sostenuto senza indugio.

“Come tieni alla tua purezza — mi disse quando vide il mio stupore nell’ascoltare le sue tesi — come hai paura di sporcarti le mani. Ebbene, resta puro! A che cosa servirà e perché vieni tra noi? La purezza è un’idea da fachiri, da monaci. Voialtri, intellettuali, anarchici borghesi, vi trovate la scusa per non far nulla. Non far nulla, restare immobili, stringere i gomiti al corpo, portare guanti. Io, le mani, le ho sporche. Fino ai gomiti. Le ho affondate nella merda e nel sangue. E del resto? Credi proprio che si possa governare innocentemente?”.

Sartre mi ha detto che il mio personaggio è importante, ma il vero protagonista è Hoederer. L’opera contrappone Morale e Prassi, come spesso accade nella sua filosofia. Non ha voluto scrivere un lavoro politico. Invece il pubblico e la critica hanno frainteso. Soprattutto quella di sinistra. E la stampa borghese, per la prima e unica volta, ha elogiato un dramma di Sartre. Hanno creduto che lui fosse dalla mia parte (ho sentito dire che un critico di destra mi ha addirittura para­gonato all’Amleto) e che volesse mettere in luce le contraddizioni dei partiti stalinisti. Ma bisogna capirli, i borghesi. Io, d’altronde, sono uno che viene dal loro ambiente e di me pensano quello che pensava mio padre: “E giovane, vuole fare il rivoluzionario, gli passerà”.

Non hanno capito, la critica e il pubblico, di destra e di sinistra, che lui, Sartre, è dalla parte di Hoederer, che quello che dice Hoe­derer rispecchia i suoi pensieri. Lo stesso Camus, che è passato in teatro qualche gior­no fa durante le ultime prove, non ha com­preso fino in fondo il testo e dopo essersi complimentato con il suo amico gli ha detto che secondo lui alcune mie battute le avreb­be dovute dire Hoederer e viceversa.

Se anche Camus ha frainteso… Eppure que­sta vicenda non è molto diversa da quella dell’assassinio di Trotzkij o da quella del meno noto Jacques Doriot, deputato francese che fu espulso dal PCF perché fautore di un riavvici­namento con i Socialdemocratici. Anche Hoederer fa parte della folta e triste schiera degli uomini politici che dicono le cose giuste al momento sbagliato. Ma lui si fidava di tutti, diceva sempre così, e dopo quanto mi ha detto Olga pochi minuti fa non posso dargli torto. In fondo lui è morto, ma le sue idee verranno attuate. lo che invece mettevo le idee davanti qualsiasi altra cosa, alla fine non sono meno morto di lui.

Per aver commesso quel delitto sono stato condannato a cinque anni di galera, ma mi hanno sbattuto fuori oggi, per buona condot­ta. Adesso Olga mi viene a dire che il partito ha di nuovo cambiato idea e che ora appoggia in pieno la linea di Hoederer. Quell’assassi­nio deve essere dimenticato. E così il suo esecutore. Tutto deve esse­re cancellato. La storia deve essere riscritta. Ecco perché tra pochi secondi entreranno da quella porta con le rivoltelle in pugno.

Olga dice che c’è una possibilità. Se li convincerà che sono “recu­perabile” forse potrò inserirmi nuovamente nel partito, forse potranno perdonarmi quel delitto che loro stessi mi hanno costretto a compiere e di cui ora non sanno che farsene.

Hoederer, amico mio. Non mi sei mai stato tanto simpatico come adesso. Avevi ragione tu. Non esiste una politica in cui la menzogna non si riveli indispensabile. I borghesi sono cattivi maestri. Dicono bugie in continuazione ma agli altri insegnano che è sbagliato. Hai cercato di dire sempre la verità ma non sei indietreggiato di fronte alla menzogna per salvare l’integrità delle tue idee. Non era facile da accettare, ma era l’unica via. Ed è per le tue idee che vorrei aver ucciso, non per un incontrollabile impulso di gelosia.

Olga vuole dire a chi sta per venire a prendermi che sono “recuperabile”.

Che parola orribile Hoederer, sarebbe come dire che sei morto per caso. E questo, adesso, non potrei tollerarlo. Ecco. La porta si è aperta. Sono entrati. Hanno le rivoltelle in mano. Li guar­do in volto. Non mi resta che dire l’ultima battuta. L’unica possibile, per me.

“Non recuperabile”.

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