Quartetto per strumenti di lettura

Apparso per la prima volta sul blog «Vibrisse» nel 2006.

Leggere un libro per me significa riuscire a gestire quattro oggetti.

Il primo oggetto è il mio paio di occhiali. Porto gli occhiali da quando andavo in terza elementare. Li considero un’estensione del mio corpo. Quando me li tolgo mi sento nudo (spesso, quando me li tolgo, sono nudo). Li ho quasi sempre con me: davanti al computer, quando passeggio, al cinema, mentre cucino e mangio. Dopo un po’ che leggo, invece, sento il bisogno di toglierli. Allora li metto sopra la testa. Immediatamente mi viene voglia di grattarmi la porzione di pelle tra gli occhi e l’attaccatura dei capelli, quella che – fino a quel momento – era stata coperta dalla stanghetta degli occhiali. È un piacere tutto fisico, che fa respirare meglio, come quando ci si toglie un paio di scarpe strette o si cambia posizione per continuare a dormire.
Senza occhiali, mi accorgo che la distanza che avevo messo tra i miei occhi e il libro non va più bene. Dal momento che sono miope, devo avvicinare il libro ai miei occhi. Così posso continuare a leggere.
Dopo un po’, però, comincio a pensare che gli occhiali, lì sulla mia testa, non siano al sicuro. Allora li tolgo e li appoggio da un’altra parte. Magari sul comodino o sul tavolinetto. Qualche volta li appoggio sulla mia pancia.
In ogni caso, arriva il momento in cui mi rendo conto che è meglio se leggo con gli occhiali. Così li inforco di nuovo. Adesso il libro è troppo vicino, lo allontano un po’ e continuo a leggere.

Il secondo oggetto è la matita. Io ho sempre scritto sui libri che leggo. Sottolineo i passaggi che mi sembrano più interessanti. Qualche volta faccio grossi punti esclamativi vicino ai brani che mi entusiasmano. Oppure (questo lo facevo soprattutto qualche anno fa) scrivo commenti impetuosi, tipo “Giustissimo!”, “Ben detto!”, “Grande!”. Quando sfogliando un libro letto in passato rivedo queste annotazioni mi sento un po’ stupido. Però continuo a scrivere sui libri. Faccio lunghi segni che incorniciano le pagine, per me memorabili, di un romanzo o un racconto. Nelle raccolte di racconti o di poesie disegno una X, un punto esclamativo o una V vicino ai titoli che varrà la pena ricordare.
È una cosa che non ha molto senso, perché per ritrovare le annotazioni bisogna sfogliare dall’inizio il libro. È una cosa lunga. Mi dico “in quel romanzo c’era una frase bellissima”. Allora prendo il libro, lo sfoglio avanti e indietro. Ci vuole un po’. Finalmente trovo la pagina con la sottolineatura. Poi magari leggo la frase e mi accorgo che non mi piace più.
La cosa migliore – ma è una scoperta che ho fatto di recente – è raccogliere tutte le annotazioni, corredate di numero di pagina, in un’unica pagina in fondo al libro. Così uno sa sempre dove andare a cercare i propri commenti. Si ottengono degli elenchi interessanti. Cose come “Pag. 14 – Bellissima la descrizione della nave!; Pag. 35 – Questa se la poteva risparmiare…; Pag. 61 – Ma una cosa del genere non succedeva pure in un racconto di Cechov? Verificare”. E così via.
Il problema però è la matita. Mi metto sdraiato (sul letto o sul divano. Sono gli unici due posti dove leggo, ormai), faccio il carosello con gli occhiali, poi leggo un passaggio che merita l’intervento della matita. E lì mi rendo conto che ho dimenticato di prenderla.
Pigro come sono, comincio a pensare: “forse questo passaggio non è così memorabile, forse non c’è davvero bisogno che io mi alzi per andare a prendere la matita”. Poi penso: “Federico, arriverà un giorno in cui ritrovare questo preciso passaggio in questo preciso libro sarà per te importantissimo e allora come ti pentirai per non essere andato oggi a prendere la matita!”.
Allora mi alzo, prendo la matita, sottolineo, commento. A questo punto bisogna decidere cosa fare della matita. Se la appoggio sul comodino o sul tavolinetto, pigro come sono, non avrò poi voglia di allungarmi per riprenderla, quando mi servirà di nuovo. La tengo nella mano destra che si trova così a condividere la presa sulla matita e su una delle due metà del libro che sto leggendo.
Dopo un po’ mi stanco. Sposto la matita in bocca. Spesso mi tolgo gli occhiali quando ho la matita in bocca. Allora, dal momento che sono miope, avvicino il libro verso il viso e le pagine vanno a sbattere contro la matita. Uno scarabocchio appare tra le righe e la matita scivola verso la gola rischiando di soffocarmi.
Butto la matita sul letto o sul divano. “È un corpo inerte – mi dico – non se ne andrà mica a spasso da sola”. Invece, poi, succede proprio questo. Allungo la mano verso il punto del divano o del letto in cui l’avevo lasciata cadere ed ecco che la matita non c’è più. Si è infilata sotto un rene o è scivolata – misteriosamente silenziosa – sul pavimento.
Allora mi chino per terra, facendo una mezza torsione con il busto. Mi ricordo che avevo appoggiato gli occhiali sulla pancia solo quando li vedo precipitare per terra.

Il terzo oggetto è il segnalibro. Ne ho sempre fatto un grande uso. Mi piacciono quelle librerie in cui te ne regalano due o tre quando compri tanti libri. Non li butto mai. Anzi, appena a casa, prendo i libri appena comprati e dentro ognuno ficco il suo segnalibro.
Il segnalibro è molto comodo per tenere il segno, appunto. Ma non appena inizi a leggere non sai che farci. Ti ritrovi questo rettangolo di cartoncino tra le mani che – in alcuni momenti dell’azione della lettura – tieni a ventaglio insieme agli occhiali, alla matita e al libro, come fossero carte da poker.
Generalmente lo relego in ultima pagina, ma se il libro ha una copertina troppo leggera la presenza del segnalibro ne complica l’impugnatura. Allora il segnalibro va tolto, messo sul comodino/tavolinetto o sulla pancia, magari vicino agli occhiali e alla matita.
Quasi sempre però finisce in un punto non meglio precisato del divano o del letto. Anche il segnalibro – come la matita – è in grado di muoversi da solo. Così quando squilla il telefono o suonano alla porta o qualcuno ti chiama dall’altra stanza e tu devi subito trovare il dannato segnalibro che si occuperà di tenere il segno fino al tuo ritorno, ecco che il segnalibro non si trova. Il telefono continua a squillare, a gran voce ti invocano dall’altra stanza, parte anche l’allarme anti-incendio e così, rassegnato, chiudi il libro senza nessun segno dentro e ti alzi mentre la matita rotola dalla tua pancia e con i piedi schiacci gli occhiali che prima erano finiti per terra.

Il quarto e ultimo oggetto è il libro. È quello che crea meno problemi, in fondo. Sta lì e si lascia leggere. Una volta risolta la logistica relativa a occhiali, matita e segnalibro, si tratta solo di far scorrere lo sguardo da sinistra a destra, girare le pagine e godersi la lettura.
Però, siccome io leggo sempre sdraiato, sul letto o sul divano, se il libro è particolarmente pesante o se la copertina è rigida, leggere può essere un po’ scomodo.
A volte penso che per la lettura la soluzione perfetta sia quella dello scrittoio. Mi ricordo allora i tempi in cui ero studente universitario e leggevo soprattutto i testi di studio. Mi mettevo alla scrivania e il libro era lì, in piano, aperto davanti a me, spalancato come un atlante, con i bordi inferiori delle pagine paralleli al margine del tavolo.
Scriverci sopra era una passeggiata, c’era spazio per tutto, anche per un taccuino su cui prendere appunti. Gli occhiali al sicuro, con le stanghette razionalmente piegate su se stesse, la matita nel portapenne sufficientemente capiente per ospitare anche un segnalibro. C’era perfino posto, da qualche parte lì sulla scrivania, per una tazza di tè. E tutto era illuminato dalla luce giusta che veniva dalla finestra o dalla lampada da tavolo.
L’unico problema era che la situazione era così perfetta e piacevole che mi beavo a tal punto del mio ruolo di lettore da non prestare più attenzione a quel che stavo leggendo. Forse per questo, poi, non mi sono laureato.

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2 pensieri riguardo “Quartetto per strumenti di lettura

  1. Sembra la pubblicità di un e-reader: per gli appunti non serve la matita; il segnalibro è automatico; l’apparecchio è sempre quello, mai più pesante o leggero: Resta il problema degli occhiali, ma, visto che sei miope, un bel giorno, tra i quaranta e i cinquanta, ti accorgerai che leggi meglio senza.

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